L’appeso di Conakry – Jean-Christophe RufinSarebbe il sogno di chiunque trascorrere una pensione dorata a bordo di uno yacht, dopo una vita da industriale di successo. A patto però di non finire assassinato, appeso a un albero del suddetto yacht. Tuttavia, sono proprio queste le circostanze dell’omicidio di Jacques Mayères, facoltoso francese ritiratosi con la sua barca nella marina di Conakry, in Guinea. Del fatto vengono informate le autorità e il consolato francese, che invia sul luogo Aurel Timescu, un personaggio singolare e singolarmente riuscito.

Aurel è viceconsole di Francia in Africa, ma non è francese, perlomeno non di nascita. Proviene dalla Romania di Ceausescu, ed è fuggito a caro prezzo dalla dittatura del suo paese, del quale però rimpiange il clima e i cieli lividi. Aurel è un uomo perennemente fuori posto, in Francia come in Africa, ma se in Europa tutto sommato poteva anche passare inosservato, in Africa spicca come una figura decisamente insolita. Piccolo di statura, mingherlino e d’aspetto tutto sommato insignificante, nasconde l’indole e i talenti di un artista. Passa spesso le notti a suonare il piano, come in gioventù quando si esibiva nei pianobar parigini, in compagnia di diverse bottiglie di vino. Durante il giorno, nonostante odi il caldo africano, indossa sempre un pesante cappotto e un abbigliamento a dir poco stravagante, e protegge gli occhi dalla luce abbagliante grazie a un paio d’occhiali da aviatore con le coperture laterali. Chiunque si bardasse in questo modo sarebbe oggetto di scherno, e Aurel non fa eccezione, tanto che al consolato sono in pochi a prenderlo sul serio. Eppure, come talvolta accade, simili vezzi stravaganti sono un chiaro indizio di un’intelligenza acuta, a tratti sopraffina. Si pensi ai superbi mustacchi di Poirot, e la cura ossessiva che il piccolo (anche lui!) belga gli dedica.

Con il personaggio di Aurel, Jean-Christophe Rufin omaggia la figura dell’investigatore eccentrico, dal passato difficile e tormentato. Come Poirot, Aurel è un rifugiato con un peculiare senso estetico e un’idea molto radicata di dignità, come Dalgliesh ha vissuto vicende dolorose, come Adamsberg è piccolo e pronto a cogliere dettagli che sfuggirebbero ai più. Nei confronti delle donne, è un gentiluomo d’altri tempi, che non esita a mettere la fanciulla di turno su un ideale piedistallo. Nei riguardi dei criminali, invece, agisce in maniera decisa, giungendo persino a ripescare metodi che non sarebbero dispiaciuti nella sua terra d’origine. Il mosaico di tratti assemblato da Rufin funziona benissimo: non c’è nulla di raffazzonato, ogni tessera ha motivo d’essere e contribuisce a comporre una figura armoniosa, nelle sue spigolature. Aurel è un personaggio che ha senso. Nulla vieta che, al pari dei suoi celebri predecessori, possa diventare protagonista di molte storie, e forse Rufin l’ha concepito proprio così. La buona riuscita dell’operazione, comunque, è evidente.

Ma perché un viceconsole dovrebbe assumere la conduzione di un’indagine, in presenza di autorità già preposte a farlo? Per vocazione. Aurel ha sempre sognato di fare il poliziotto, e i poliziotti li frequenta: uno dei suoi pochi amici a Conakry è infatti il commissario Dupertuis, e i due si dilettano spesso a discutere di casi e criminali.

Per Aurel, l’omicidio di Mayères rappresenta l’opportunità di dare un significato alla sua presenza in Africa. Certo, dal punto di vista procedurale e burocratico, è una forzatura bella e buona, ma Rufin sfrutta questa anomalia per conferire il giusto ritmo alla narrazione, stabilendo una deadline all’indagine, che non potrà proseguire una volta che il console in carica, di cui Aurel fa temporaneamente le veci, sarà tornato.

Jean-Christophe Rufin è tra i fondatori di Medici Senza Frontiere, e ha partecipato a diverse missioni umanitarie in Africa. La sua conoscenza dei luoghi, dei climi e della cultura che descrive è di prima mano, e si sente. La descrizione della marina di Conakry e della costellazione di personaggi secondari che la animano è tanto verosimile quanto gradevole, e conferisce alla vicenda il teatro che merita. La raffigurazione degli ambienti è solida, realistica, dettagliata. Le atmosfere sono rese con vividezza, lo scenario politico è perfettamente plausibile, l’intreccio criminale su cui si fonda la trama è concretamente radicato nella durezza delle vicende di cronaca che interessano quella parte di mondo.

Lo stile di Rufin è limpido, scorrevolissimo, e nell’edizione italiana si giova di una traduzione quanto mai robusta e puntuale (di A. Bracci Testasecca), che talvolta opera scelte lessicali di registro più raffinato di quanto normalmente si trova in un romanzo di genere. Tuttavia, alla levigatezza dei periodi corrisponde una certa linearità narrativa che, nel caso di chi scrive, ha portato a una precoce individuazione della direzione in cui si muoveva la trama. Non si tratta di prevedibilità, quanto anche qui di un omaggio alla tradizione e agli stilemi del giallo classico che, in quanto tale, sono ben conosciuti dagli appassionati del genere mystery. Quindi, forse un punto di forza, forse l’unica vera debolezza di un romanzo che abbina agli omaggi al passato una freschezza di temi, ambientazioni e personaggi che sorprende.

Recensione di Alessandra Ghilardi e Alessandro Rossi

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L'appeso di Conakry
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