Jast - Ghinelli, Rudoni, SarassoE’ uscito il 20 ottobre J.A.S.T., opera tricefala firmata da Lorenza Ghinelli, Daniele Rudoni e Simone Sarasso ed edita da Marsilio, e a partire da quella data, diversi siti a tema letterari sono stati protagonisti di un blog tour e ThrillerCafĂŠ non poteva mancare all’appello. Troverete in questo post un esclusivo estratto del romanzo, ma prima di lasciarvi alla lettura, vi riporto la trama del libro, che è questa:
New Jersey, 2007: qualcosa di molto pericoloso viene rubato da una base militare del governo americano. Quattro agenti segreti si mettono sulle tracce dell’oggetto misterioso, lo inseguono attraverso tre continenti sfidando la morte per portare a termine la missione. Aisha, l’esotico fiore all’occhiello della CIA, Mordechai Dekhnavitsh, il numero uno del Mossad e Viscardi, lo spietato assassino del Vaticano. Tutti i servizi del mondo sono a caccia della Spia, l’uomo senza nome che ha rubato ciò che potrebbe cambiare le sorti dell’intero pianeta. J.A.S.T. è un romanzo, ma non è solo un romanzo. I tre volumi contenuti nel cofanetto raccolgono i dieci episodi della serie che rivoluzionerĂ  la narrativa d’azione. Ogni episodio di J.A.S.T. ha un tempo di lettura di circa quaranta minuti, la durata delle puntate delle fiction televisive americane.

E adesso, ecco un brano tratto dal romanzo, a opera di Daniele Rudoni…

***

Episodio 7 – Come ci sono finiti gli israeliani in questa storia del cazzo
Written and directed by Daniele Rudoni

Scena 1: Mordechai
Boston, USA, 2007
Raviv, Mordechai

Fermo immagine verde: graffiato, lucido.
Incrostazioni e umori fin troppo riconoscibili.
L’immagine si allarga piano: analizza il verde, lo seziona in piastrelle, lo compone in una parete.
I neon ronzano. Luce fredda.
Un conato spacca il silenzio.
Tosse, rantoli, un lavandino – macchia bianca nel verde lurido – e una porta chiusa.
Il sonoro esplora nuovi echi dietro quella porta, dentro a quel cesso.
Qualcuno sta male davvero.
L’ultimo colpo di tosse raschia dentro.
E alla fine: lo scarico.
Assordante. Da saltare sulla sedia.
La porta si apre.
“Checcazzo capo, una sega infinita!”, Raviv mastica un chewing gum, ridacchia.
Al tavolo 5 del Brown Sugar Cafe si beve whisky liscio alle 5 del pomeriggio.
Da un sayanim te la potresti aspettare una stronzata del genere. Ma dall’agente numero due dell’Istituto, cazzo, no. Capelli lunghi cenciosi e camicia che nemmeno Magnum P.I.
Difficile accettare la professionalitĂ  di chiunque indossi quella roba.
Ma Raviv è Raviv, dopotutto: un bel paio di palle seguite a distanza dalla materia grigia.
L’agente numero uno dell’Istituto gli si siede di fronte. È appena uscito dal cesso: il ritratto della salute.
La mano enorme cerca il caffè. Liquido scuro scivola nelle budella, riporta al mondo.
Il collo all’indietro per ingoiare l’ultima goccia. Sembra spezzarsi.
Con una mano da gigante si pulisce bocca e naso. Quel naso che non entra mai nella tazza.
La mano lascia perdere il caffè, raggiunge il giubbotto. Un portachiavi nero, il pulsante dell’inferno proprio in mezzo. Solo adesso lo sta a sentire.
Raviv lo sta ripetendo da mezz’ora: “Capo? Ehi, capo?”
“…”
“Mordechai? Mi stai ascoltando? Chi cazzo c’era in quel bagno, Scarlett Johansson?”
“Dimmi”, la voce di Mordechai potrebbe essere un tuono: nessuno ci fa caso nel pomeriggio fradicio.
Raviv non abbassa la sua: shlemiel casinista.
La pioggia che bussa ai vetri non fa rumore.
Raviv scandisce le parole: “La bomba è a posto. Puoi dar fuoco alle polveri quando vuoi. Sono in due. Dentro da cinque minuti”
Mordechai stringe la mascella. Trattiene la nausea che monta ancora. Nonostante il caffè.
Al solo pensiero di tornare a guardare CHI è dentro da cinque minuti assieme al main target.
Osserva il nero del radiocomando. Il radiocomando numero 52. RimarrĂ  attaccato al portachiavi, infilato nella macchina quando la daranno in demolizione.
Fra ventitre minuti.
Quando sarĂ  tutto finito.
“Si può sapere che hai?,” Raviv è apprensivo, un figlio ventenne che si preoccupa dei dolori di prostata del suo vecchio. “Stai fissando quel pulsante da venti secondi. Venti in più del previsto.”
Mordechai alza lo sguardo.
La camera lo segue dal basso, dall’ombra, un movimento lento. L’agente numero uno del Mossad ha mille anni, ora, ha visto nascere e morire mille soli. Supernove col comando a distanza.
La bocca è un crepaccio: pietra rugosa.
Recita muta.

“Così dice il Signore Iddio:
dappoichè i Filistei hanno agito per spirito di vendetta,
e hanno tratto la loro vendetta con cuore colmo di perfidia,
per distruggere Israele a cagione dell’antico odio:”

La bocca, adesso, è quella di suo padre, quarant’anni prima.
Papà è un sabra incontaminato. Nato in Israele e israeliano da tre generazioni. Orgoglioso della sua quarta.
Ha combattuto a fianco di Ariel Sharon, ha imparato l’inflessibilità crudele che chiama Insegnamento.
Quando lascia la carriera militare è il 1967.
Mordechai ha 10 anni.
È un bimbo attento, curioso.
Cerca il Signore.

“Epperciò così dice il Signore Iddio:
Ecco io tenderò la mia mano contro i Filistei”

Ora sono le mani a cercare, mani di quindicenne attorno ad una busta marroncino, imbucata la mattina stessa, priva di contrassegni. Modello standard degli organi governativi israeliani.
Mordechai aspetta da tutta la vita di averla in mano.
L’orgoglio del padre gli cinge le spalle, la madre lo accarezza con gli occhi lucidi.
È il reclutamento.
È il Mossad.
Il miglior servizio segreto del mondo.

“Ed essi sapranno che io sono il Signore,
allorché abbatterò la Mia Vendetta su di loro.”

Ezechiele 25, 15-17

Cinque anni dopo, Mordechai trova l’Alleanza con il Suo Signore Adonai.
Sta per uccidere il suo primo uomo.


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