Ecco Jack Ritchie e una selezione di quattordici racconti crime tra le centinaia che ha scritto nella sua carriera raccolti un questo volume dal titolo Il grande giorno. Se il lettore italiano non lo conosce questa è l’ottima occasione per rifarsi. Ritchie è infatti l’autore più pubblicato da una gloriosa rivista di detective story: la Hitchcock’s Mystery Magazine.

Come tutte le vittime, George Franklyn era notevolmente sorpreso e sconvolto di vedermi seduto lì in una delle sue poltrone con una .45 automatica in pugno. Ha guardato l’interruttore sulla parete e la punta delle sue dita, forse chiedendosi se non bastasse spegnere la luce per farmi sparire.

Perché è sempre il giorno giusto nella terra delle opportunità, i grandi Stati Uniti d’America tra le due guerre e abitati dai padri della migliore generazione possibile. Soltanto che i migliori sono andati a combattere con kaiser, imperatori e poi contro i nazisti, lasciando molti altri a gestire la propria giornata proprio in altro modo, senza alcuna grandezza. Di questi altri e diversi padri di baby boomer scrive Jack Ritchie e sono imbroglioni, truffatori, domestici infedeli, private eye da strapazzo o geniali e poi assassini improvvisati e ancora assassini professionisti.
I protagonisti di Ritchie sembrano infatti svegliarsi ogni giorno pronti a cogliere l’occasione della vita e del caso, concludere e mettere a profitto un piano pazientemente studiato o semplicemente sbarcare il lunario. Spesso il grande giorno è un po’ tutte queste cose insieme.

“Benissimo, signor Billings” dissi. “Lei paga le tasse, ma ha anche scritto ‘assassino’ alla voce ‘occupazione’. Non è un po’ pericoloso per lei?”

L’attenzione che Hitchcock dedicava ai racconti di Ritchie non pare per nulla esagerata. Il gusto per il colpo di scena brillante, l’intreccio semplice e allo stesso tempo raffinato compensa l’assenza di ogni tipo di profondità psicologica e complessità della caratterizzazione dei personaggi rispettando le caratteristiche del genere. I personaggi di Ritchie infatti sono proprio archetipi che si muovono in ambientazione deterministica almeno fino alla conclusione del racconto e il guizzo d’inventiva finale.
Fondamentalmente il grande giorno dovrebbe stare tra gli indispensabili nei corsi di scrittura creativa, di quelli che molto saggiamente credono ancora vi sia creatività nello sviluppare una trama coerente e convincente.

Schizzò del selz nel suo bicchiere. “Ovviamente non posso farmi pubblicità. E di conseguenza devo cercarmeli. Vado nei posti in cui girano i soldi e la gente desidera spenderli. E invariabilmente, dopo una o due settimane, trovo un lavoro. A volte più di uno”.
Si sedette. “Crede a quello che le sto dicendo, signor Taylor?”
“Forse” dissi. “Quanti omicidi ha commesso negli ultimi sei anni?”

Eppure Ritchie ci suggerisce qualcosa di più profondo e complesso. Il denaro è sì il motore delle azioni spericolate e spesso mortali dei personaggi ma non basta.
Sembra che negli Stati Uniti liberi dai bombardamenti che hanno colpito quasi tutto il mondo, in questa società inter e poi postbellica sia arrivato il momento di regolare conti con soci in affari, risolvere risentimenti da nulla divenuti talmente tanto invasivi da richiedere l’intervento di killer a pagamento, come in un’epidemia di violenza tra privati, di un tipo spesso molto borghese e timorosa ma altrettanto mortale. I tagliati fuori dal grande gioco delle guerre mondiali che ne organizzano di piccoli e sanguinosi per dei tornaconto,  spesso di pochi dollari, a soddisfare un qualche indicibile e non detto bisogno.

Recensione di Antonio Vena

Il grande giorno – Jack Ritchie

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