La donna che visse due voltePierre Boileau e Thomas Narcejac scrissero entrambi numerosi romanzi e racconti prima di iniziare il loro prolifico e interessante sodalizio. Entrambi furono premiati col prestigioso “Gran Prix du Roman d’Aventures”: Boileau nel 1938 per “Le repos de Bacchus” e Narcejac nel 1948 per  “La Mort est du Voyage”. Fu proprio nel 1948 che i due si incontrarono e decisero di iniziare a collaborare: Boileau si occupava del plot, ossia dell’intreccio, mentre Narcejac curava la psicologia dei personaggi e l’ambientazione. Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, i due autori pubblicarono circa una ventina di romanzi, tra cui La donna che visse due volte  e il famoso “I diabolici”, opera da cui Henri-Georges Clouzot trasse uno dei suoi capolavori assoluti “Les diaboliques” del 1955, con Simone Signoret e Véra Clouzot.
Narcejac era molto interessato alle dinamiche strutturali del romanzo poliziesco, e da questa riflessione critica nacqua anche un saggio: “Esthétique du roman policier”.
Una curiosità: Pierre Boileau morì nel 1989, ma Narcejac continuò a pubblicare i propri libri, firmandoli “Boileau-Narcejac” sino alla sua morte (1998).

TRAMA
L’opera è ambientata a Parigi, durante la seconda Guerra mondiale mentre la città è assediata dai nazisti, e narra la storia di Jacques Flavières, un ex poliziotto che soffre di vertigini e per questo è stato riformato.
Nella prima parte del romanzo il ricco Paul Gévigne, un amico di vecchia data di Flavières, lo invita ad un colloquio e gli chiede di sorvegliare sua moglie, Madeleine. Secondo Flavières la moglie palesa comportamenti alquanto misteriosi, collegati forse alla morte della bisnonna Pauline Lagerlac, la quale si suicidò all’età di venticinque anni, la stessa età di Madeleine. Flavières, dopo un iniziale rifiuto, accetta l’incarico e inizia a pedinare Madeleine, da cui rimane ben presto affascinato. Dopo aver salvato Madeleine una prima volta dal fiume in cui si era gettata, Flavières – a causa della acrofobia di cui soffre – non riesce ad impedirle di gettarsi da un campanile. Sconvolto dal suicidio della donna amata si allontana senza chiamare la polizia né avvisare il suo amico Gévigne. Nel frattempo i tedeschi si avvicinano sempre più a Parigi e Flavières scappa dalla Francia e si rifugia in Africa.
Nella seconda parte del romanzo, la guerra è terminata e Flavières ritorna a Parigi da uomo ricco. Qui, scopre che Gévigne è stato accusato della morte della moglie e che è morto. Ancora ossessionato dal ricordo di Madeleine, entra in un cinema e, durante la trasmissione di un cinegiornale che documenta il viaggio del presidente francese a Nizza, gli pare di intravedere tra la folla una figura che somiglia in modo sorprendente alla donna amata e perduta. Flavières si trasferisce così a Nizza e riesce ad incontrare la donna che ha visto nel cinegiornale. E’ certo che si tratti di Madeleine, anche se si fa chiamare Renée Sourange ed è invecchiata e cambiata molto. Flavières riesce a parlare con Renée e inizia con lei una relazione ambigua e ossessiva, durante la quale cerca di trasformarla nel fantasma di Madeleine, di cui egli è convinto sia una specie di reincarnazione. Alla fine Renée confesserà di essere stata ingaggiata da Gévigne per impersonare la moglie Madeleine, il cui corpo era stato gettato dal campanile. Flavières, nei piani di Gévigne, avrebbe dovuto essere il testimone che lo scagionava dall’accusa di aver ucciso la moglie. Come finisce il romanzo non ve lo dico. Chi ha visto Vertigo di Alfred Hitchcock sappia che si tratta di un finale completamente diverso e che non è per niente inferiore a quello del film …

Perché leggere il libro?
Questo poliziesco è stato scritto a metà degli anni cinquanta e risente quindi, sia nel ritmo che nella suspence, delle lungaggini narrative tipiche dell’epoca. Non è dunque consigliato ai lettori di Dan Brown.
Meritano una lode, in ogni modo, l’ambientazione parigina e l’atmosfera ossessiva e claustrofobica di cui sono intrise alcune pagine. Notevole per l’epoca il tentativo (anche se solo in parte riuscito) di descrivere un personaggio ambiguo come Flavières, che sprofonda, di pagina in pagina, in un incubo ad occhi aperti, che lo condurrà sino al limite della pazzia. Il protagonista, tragicamente ossessionato dalla figura – modellata per lui – di Madeleine, è costantemente in bilico tra realtà e apparenza: Madeleine si trasforma nella mente delirante di  Flavières in una fissazione paranoica di cui non riesce a comprendere, sino alle ultime pagine rivelatrici, se si tratti di una sua creazione mentale o della effettiva reincarnazione di una morta. Da sottolineare, inoltre, come Pierre Boileau e Thomas Narcejac evitino di utilizzare la classica figura dell’investigatore, preferendo, e in questo sono già più contemporanei, un protagonista che è lui stesso vittima della macchinazione su cui sta indagando (scelta che induce nel lettore la sensazione di essere anch’egli protagonista di ciò che accade nel libro).

“Vertigo” di Alfred Hitchcock
Non ci soffermiamo qui sull’evidente superiorità del film sul romanzo francese: “Vertigo” è considerato uno dei dieci film più belli della storia del cinema.
La trasposizione cinematografica di Hitchcock (1958) fu ambientata nella San Francisco degli anni ’50, fotografata stupendamente da Robert Burks. Il regista inglese mantenne l’intreccio centrale del libro (il film segue abbastanza da vicino lo sviluppo della prima parte del testo francese, mentre si stacca notevolmente dalla seconda, preferendo un finale completamente diverso dall’originale) e riprodusse il pedinamento di Flavières, attraverso l’insistito voyeurismo della macchina da presa (in alcuni momenti la cinepresa sostituisce gli occhi di Scottie e si muove sulla scena seguendo Kim Novak, in modo tale che lo spettatore ha la sensazione di trovarsi dentro il film), ma mutò diversi elementi fondamentali:
– la figura di Marjorie, interpretata da Barbara Bel Geddes, è un personaggio inesistente nel romanzo francesse; servì a Hitchcock per far conoscere allo spettatore tutti i pensieri interiori di John ‘Scottie’ Ferguson, ossia James Stewart;
– la famosissima scena del museo (si tratta del Palace of the Legion of Honor, Lincoln Park), durante la quale Madeleine Elster fissa il ritratto della sua antenata (scena omaggiata da Brian De Palma nel suo “Vestito per uccidere” del 1980), nel romanzo è un episodio solo accennato nel dialogo di apertura del libro, che si svolge tra Gévigne e Flavières. La scena, priva di dialoghi, accompagnata soltanto dalla musica del celebre Bernard Herrmann, è forse l’esempio più famoso di quello che lo stesso regista inglese definiva “cinema puro”;
– la scena ambientata nel foresta delle sequoie (Big Basin Redwoods State Park), dove Kim Novak confessa a Scottie di amarlo, è completamente frutto dell’immaginazione del regista inglese;
– alla fine del film Madeleine muore, precipitando dal campanile mentre nel libro…

Hitchcock, ossessionato da sempre dal peccato e dal senso di colpa che ne scaturisce, trovò nel poliziesco francese di Pierre Boileau e Thomas Narcejac il romanzo ideale per scavare nella psiche di un personaggio ambiguo come Flavières, interpretato magistralmente da un James Stewart non più giovane. Scottie (James Stewart), dopo aver incontrato Judy Barton (Kim Novak), che somiglia tantissimo all’amata e perduta Madeleine (Kim Novak), cerca di trasformarla in una copia perfetta della donna dei suoi sogni (o incubi), costringendola a vestirsi e pettinarsi come lei. Se nella prima parte del film Scottie, infatti, palesa i segnali allarmanti di un voyeurismo esasperato (periodo durante il quale si imprime nella sua mente l’immagine ideale della donna amata), nella seconda parte, evidenzia i sintomi tipici del feticismo nevrotico. Hitchcock riesce a tradurre in immagini e a rappresentare magistralmente questo desiderio di voler ricreare – a tutti i costi – l’incanto del grande amore perduto, e proprio per questo trasfigurato e sublimato ad un livello ideale, e quindi non raggiungibile nella prosaica realtà, simboleggiata appunto dalla “popolana” Judy Barton.

Il regista inglese trovò, inoltre, in Kim Novak l’attrice perfetta, sia per la sua bellezza classica che per il volto enigmatico, per la parte di Madeleine. L’attrice riuscì a dare vita a due personaggi completamente differenti, e quindi a esplicitare in modo drammatico il tema del doppio, tanto amato da Hitchcock  e sottolineato nel film dalla presenza di numerosi specchi.

La donna che visse due volte – Pierre Boileau e Thomas Narcejac

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