Un mondo di bellezza e orrore – James Lee Burke
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Nella parrocchia di New Iberia in Louisiana spunta il cadavere di donna da un sacco, lasciato proprio nella proprietà di Dave Robicheaux. Una investigazione che parte già roboante per Dave e il suo amico Clete Purcel, protagonisti dell’ultimo romanzo di James Lee Burke “Un mondo di bellezza e orrore” (Jimenez Edizioni).
“Mi sono sempre sentito un guardone, un intruso che non aveva il diritto di violare il momento più privato della vita di una persona. Soprattutto, non volevo assistere retroattivamente alla sofferenza che era stata loro inflitta. Ma ero un poliziotto, e i poliziotti non dettano le regole.”
Una volta aperto il sacco, alla luce della torcia appare a Robicheaux il cadavere di una giovane donna dalla pelle olivastra e i grandi occhi celesti da creola. Su ciascun seno, un tatuaggio a forma di rosa.
I ragazzi, che da una barca sul Bayou avevano assistito al deposito del pesante fardello da parte di uno sconosciuto incappucciato, non saranno di alcun aiuto allo sceriffo Helen Soileau e alla nuova agente del dipartimento, Valerie Benoit.
L’amico di Dave, Clete Purcel, ha però un’opinione chiara sulla vicenda: qualcuno ce l’ha con Robicheaux. Punto. Dapprima Dave sarà scettico ad accettare una conclusione così tranchant ma quando l’indagine porterà dritta verso una minaccia concreta nei confronti della figlia Alafair, che conosceva la ragazza uccisa, si arrenderà all’idea che il fiuto di Clete aveva colto nel segno.
“Non farti cogliere alle spalle. Era il grido di Clete, se lo era portato dietro dal Vietnam. Se ci eravate, sapete cosa significa. Era l’ultimo ordine impartito da un giovane tenente in un posto chiamato My Lai.”
Credo ormai di aver esaurito gli aggettivi per decantare la bellezza della prosa e la creatività di un grande scrittore come James Lee Burke, ma ogni volta che leggo un suo romanzo trovo un aspetto nuovo o semplicemente mi salta all’occhio un dettaglio che avevo trascurato nelle letture precedenti.
Ebbene, questa volta mi sono focalizzata maggiormente sulle figure umane femminili e sul loro essere ancora ai margini della società. Sarà per la bisessualità dello sceriffo Helen, per le origini afroamericane del detective Valerie, per l’apertura mentale di Alafair o per la vita condotta dalla ragazza uccisa, ma tutte le donne mi hanno lasciato dentro un grande solco.
E Burke parla per bocca dei suoi due protagonisti, i reduci del Vietnam Dave e Clete, che invece di aggredire, sbeffeggiare, maltrattare o sminuire, trattano con gentilezza e proteggono a costo della vita tutte le donne, sia quelle della loro stretta cerchia affettiva, che le malcapitate vittime di abusi e violenze.
Perché prima ho specificato il termine “umane” riferito al femminile? Perché il femminile per eccellenza nei romanzi di Burke è l’acqua che, come ho sottolineato più volte, (vedi su tutte la recensione di “Gesù dell’Uragano e altre storie”) è la vera forza vitale della Louisiana.
Leggete questo passo meraviglioso: “Comunque sia, feci amicizia con la pioggia, in tutte le sue manifestazioni. La Louisiana è un fonte battesimale. Non è una metafora. E’ la realtà.”
I temi trattati da Burke nei suoi romanzi, poi, sono ormai un vero e proprio catalogo dei diritti civili violati nei secoli contro il Sud, i Neri e i Cajun, il gruppo etnico creato dai coloni francofoni deportati dal Canada nel XVIII secolo e che si insediarono nelle terre rurali e paludose intorno al Bayou Teche, la grande ramificazione del Mississippi che attraversa la Louisiana.
“Magari quello era il vero Sud, il meglio sparso in un campo di grando a Dunkers Church o davanti ai cannano a Cemetery Ridge, il peggio nella frusta dei cockney sulla schiena di un nero.”
Inoltre, l’apparizione dei fantasmi di antichi vascelli e di soldati sudisti che marciano verso un destino di sconfitta è una costante nella tematica di Burke e non è raro, come in questo caso, che il romanzo apra con una visione di Robicheaux. Una visione che trasmuta in una motivazione ancora più forte nel voler sconfiggere il male moderno, perché quello antico è rimasto impunito.
“Come mai fulminano un uomo a mezzanotte? La corrente è molto più forte, la gente spegne tutte le luci. Non ho voglia di continuare. Il male è male, e dargli un’altra vita, se non per dimostrare che è reale, non serve a niente. Ma vi racconterò un fatto che per me è stato peggio dei ricordi che mi sono portato dietro dall’Indocina. La natura emblematica della storia non ha bisogno di interpretazioni. Il male richiede sostegno, consenso e organizzazione. Non si crea da solo.”
Il mondo è davvero un posto a volte meraviglioso e a volte orribile, come suggerisce il titolo italiano del romanzo!
Voglio chiudere con due curiosità.
La prima riguarda il titolo originale del romanzo, “The Hadacol Boogie”, che prende spunto da una canzone famosa di Jerry Lee Lewis, ispirata al famosissimo tonico inventato dal senatore della Louisiana Dudley LeBlanc tra gli anni 1940 e 50, acronimo di “Happy Day Company Louisiana” (HA-DA-CO-L), usato contro le artriti e l’asma. Per Clete Purcell e Dave Robicheaux forse ne servirebbe una pinta abbondante per curare le loro anime!
La seconda, invece, è una citazione trasversale delle ambientazioni dei romanzi di Burke nella prima avventura di Harry Bosch di Connelly “La memoria del topo”. Per ben due volte, Connelly nomina New Iberia. E, credetemi, non è affatto un caso, è pura devozione. Burke è infatti considerato da Connelly uno dei grandi maestri americani. Vi lascio il link di una doppia intervista tra i due autori, risalente al lancio del romanzo di Burke “Clete” nella quale Connelly spiega perché i romanzi di Burke possono tranquillamente essere letti a sé stanti: il valore assoluto è talmente alto che la serialità non lo intacca di certo. Buona visione.
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