Robicheaux – James Lee Burke

Robicheaux – James Lee Burke

Editore: Jimenez
Monica Bartolini
Protocollato il 5 Settembre 2025 da Monica Bartolini con
Monica Bartolini ha scritto 126 articoli
Archiviato in: Recensioni libri
Etichettato con:

Confesso di essere spudoratamente di parte nell’accingermi a recensire “Robicheaux” di James Lee Burke (Jimenez Edizioni), perché sono una fan della sua scrittura magistrale e del suo personaggio principale: il Bayou Teche.
Eh già, perché la grande via d’acqua che attraversa la Louisiana, lambendo la parrocchia di New Iberia – dove si ambientano le vicende di Dave Robicheaux – assurge a metafora assoluta della vita, che scorre lenta e possente fuori dalla portata e dalla volontà degli esseri umani, trascinandoli quasi, loro malgrado, ad attraversare le esperienze anche dolorose della loro esistenza terrena.
A volte impantanati nelle sabbie mobili, altre aggrappati alle robuste canne affioranti, meno spesso in galleggiamento quieto, i personaggi di Burke sono comunque tutti trascinati dalla corrente di quel grande ramo del Mississipi.
Le storie delle loro vite sono spesso dolenti, se non addirittura tragiche.

Come per Dave Robicheaux, ex detective del New Orleans Police Department, ora detective presso l’ufficio dello sceriffo di New Iberia, cresciuto nelle zone rurali della Louisiana dallo zio, perché la madre aveva abbandonato la famiglia e il padre era morto nell’esplosione di una piattaforma petrolifera.
Reduce del Vietnam, angosciato da incubi notturni derivanti da un evidente disturbo post traumatico, ex alcolista e ora anche vedovo per la terza volta dell’amatissima moglie Molly, gli unici punti fermi affettivi della sua esistenza sono la figlia Alafair e l’amico ed ex commilitone Clete Purcel.

Un curriculum di disgrazie di ottimo livello, penserete, ma è pur vero che questo riassunto era assolutamente necessario per focalizzare il punto in cui Dave si trova nell’attuale corso della sua vita, costruita con perizia e sagacia dal grande Burke: “Robicheaux” (2018), infatti, è il ventunesimo romanzo che lo riguarda, seguito solamente da “New Iberia Blues“, “Una cattedrale privata” e “Clete“, tutti da me già recensiti per Thriller Café, e tutti editi da Jimenez Edizioni, che non ringrazierò mai abbastanza per avermi fatto innamorare dell’ultimo grande interprete della letteratura del profondo Sud americano.
Ora cercherò di darvi qualche suggestione della trama. Pronti?

Una mattina d’inverno, nelle nubi bianche sul lago Spanish, vedevo i ragazzi in divisa dei Confederati farsi trada tra i cipressi allagati con i moschetti sopra la testa e l’equipaggiamento legato con degli stracci per non farlo sbattere. Io ero a non più di tre metri da loro, ma loro non si accorgevano della mia presenza, come se sapessero che non ero ancora nato e che il loro calvario e il loro sacrificio non erano i miei. […] Ho smesso da molto tempo di cercare di spiegare eventi come questo a me stesso e agli altri. […] Non esiste un aldilà ma solo una vita, un continuum in cui tutto il tempo si svolge simultaneamente, come un sogno all’interno della mente di Dio.

Tutto ha inizio con le “percezioni” di Dave Robicheaux sulla Guerra Civile e da una spada confederata che Tony Nemo vorrebbe vendere a Levon Broussard, spacciandoglielo per un prezioso cimelio di famiglia.
In realtà, Tony, un mafioso male in arnese e aspirante attore, vorrebbe avvicinare Levon solo perché è un regista di Hollywood molto famoso ed ha una moglie bellissima e magnetica, capace di far girare la testa ad ogni uomo le si avvicini.
Prima che da questa situazione scaturiscano uno stupro e svariati omicidi, l’azione si ferma su Robicheaux e sulla sua incapacità di accettare la morte della moglie, avvenuta in uno spaventoso incidente stradale, tanto da voler incontrare l’uomo responsabile dell’incidente, T. F. Dartez, in cerca di spiegazioni, di scuse, di ravvedimenti.
L’uomo, sentendosi minacciato, avverte il proprio legale e la cosa arriva alle orecchie dello sceriffo Helen Soileau, il superiore di Robicheaux, che lo mette in guardia dalle conseguenze dei suoi atti sconsiderati: andare a minacciare Dartez a casa sua e complottare con Tony Nemo che sembrava volesse offrirsi di farlo fuori al posto di Dave, erano due questioni totalmente inaccettabili.
Dave, però, è talmente distrutto dal dolore che non sente ragioni e dentro di sé si prefigge di non mollare la presa, nella speranza che Dartez ritratti e confessi, tanto più che Tony Nemo gli aveva detto che Dartez aveva investito un bambino in Alabama.

“Regolai il fuoribordo e lasciai che la barca scivolasse silenziosamente in un’insenatura rischiarata dal sole rosso fuso, poi lanciai la mia esca compiendo un arco appena oltre un gruppo di salici allagati. Il cielo a ovest era striato di nuvole rosa come ali di fenicottero. Sentivo il Southern Pacific sfrecciare in lontananza. Ma se ero venuto qui per trovare conforto, il mio viaggio era stato vano. La perdita di mia moglie, la mia incapacità di accettare la repentinità dell’incidente, le parole del paramedico che mi informava che era morta e che aveva fatto tutto il possibile […] la sua dignità, il suo coraggio e la sua determinazione spirituale spenti da un folle che affrontava una curva a bordo di un pick-up con l’acceleratore a tavoletta.
Questi pensieri rubavano la luce ai miei occhi, il canto degli uccelli agli alberi, i rumori dei bambini al parco.”

Quando però, Dartez viene ucciso, il mondo di Robicheaux crolla definitivamente, non ricordando nulla della notte dell’omicidio, perché in preda ai fumi dell’alcool.
L’unico amico vero di Robicheaux che non lo avrebbe mai e poi mai abbandonato è Clete Purcel, ex commilitone di Dave e ora investigatore privato con un talento senza pari nel menare le mani a sproposito.

Ma volevo stare vicino a Clete, l’uomo che mi aveva portato giù da una scala antincendio quando avevo due pallottole nella schiena, un uomo che cercava la critica e temeva l’approvazione, un proletario iconoclasta che doveva cercare le parole sul dizionario.

L’antica coppia si ricostituirà anche per fronteggiare un altro pericolo imminente, quello di un pericoloso killer che si fa chiamare Smiley che uccide in maniera efferata e senza controllo.
Anche questo ventunesimo capito della saga di Dave Robicheaux esula da ogni classificazione univoca perché la prosa di James Lee Burke ha talmente tante valenze e sviscera concetti di tale profondità da poterlo annoverare a buon diritto tra i grandi romanzieri americani contemporanei, lui, l’ultimo cantore del bayou, l’ultimo testimone di una New Orleans e di una cultura cayun che, a suo dire, non esiste più.
E sarà per la maturità acquisita nell’età senile o per inclinazione personale, ma oserei dire che James Lee Burke è molto vicino al sentire di William McIlvanney, che parimenti adoro.
Vi lascio con alcuni esempi della miriade di considerazioni personali con le quali infarcisce tutto il romanzo, molte sarcastiche, alcune raggelanti, altre di una poesia struggente.

Buona lettura, sempre, a tutti!

“Sì, la Louisiana ha dato origini ad alcuni statisti e statiste, ma si tratta di eccezioni e non della norma. Per molti anni la nostra legislatura statale è stata vista come un manicomio gestito dalla Exxon-Mobil. Da Heuy Long in poi, la demagogia è stata un dato di fatto; la misogamia, il razzismo e l’omofobia sono diventate virtù religiose; l’ignoranza autocompiaciuta è divenuta motivo di orgoglio.”

“Perché te la fai con un pezzo di merda come Bobby Earl?” “Gli occhi di Dio non vedono il male” rispose. “Ho sempre invidiato quelli che sanno cosa c’è nella mente di Dio.”

“L’espressione di (quel cadavere) l’avevo già vista: priva di emozioni. Gli occhi erano fissi nel vuoto. Il livello di paura e dolore che si sprigionava dal cuore, la disperata supplica che non abbandonava mai la gola ma non veniva registrata, restava scritta nel vento, nella memoria di nessuno tranne che dell’assassino.”

“Sospettavo che un analista avrebbe detto che entrambi avevano un disturbo borderline della personalità. O forse un disturbo dissociativo dell’identità. Sfortunatamente in questi termini si applicano alla maggior parte degli alcolisti, dei tossicodipendenti, dei romanzieri e degli attori.”

“Che ne dite di una tale conversazione in una cittadina sul Bayou Teche dove il decoro è una religione e le buone maniere e la moralità sono intercambiabili?”

“La luce si stava spegnendo tra le querce e i pecan del cortile sul retro. Sul lato opposto del bayou, un uomo di colore era seduto su una sedia di legno, pescava nel canneto con bambù e galleggiante. L’ultimo sole di infrangeva sull’acqua. Dopo l’incidente di mia moglie, questo per me era diventato il momento peggiore della giornata. La casa era una caverna di vuoto e silenzio. Mia moglie non c’era più, e nemmeno i miei animali e gran parte dei miei parenti. Ogni giorno che passava, mi sentivo come se il mondo che avevo conosciuto venisse cancellato da un dipinto.”

“Ho conosciuto poliziotti della Buoncostume, sia maschi sia femmine, che hanno una struttura psicologica da degenerati e da sadici. Ho conosciuto anche agenti che non avrebbero avuto problemi a lavorare a Dachau. Il fatto che li proteggiamo va al di là della mia comprensione. Le centinaia di poliziotti e pompieri che sono entrati nelle Torri l’undici settembre sapevano che probabilmente non sarebbero mai usciti. Quali sono i limiti del coraggio umano? I poliziotti e i pompieri che sono andati su per quelle scale, che non erano scale ma ciminiere piene di fumo e fiamme, sono la dimostrazione che lo spirito umano è inespugnabile, e sono questi uomini e queste donne a definire la parte migliore di noi.”

“Il tamburino e quasi tutti gli altri morivano o venivano feriti in meno di dieci minuti. Questo magnifico e tragico calvario, che poterebbe essere paragonato al Golgota, era forse una ricostruzione di uomini malvagi che volevano tenere in schiavitù i nostri fratelli e sorelle? Non lo crederò mai. Penso a ogni alba come a un dono, e cerco di tenere a mente che i corni che suonano sulla strada per Roncisvalle ci salvano da noi stessi e dalla maledizione della mediocrità. Ma forse è solo un altro modo per dire cazzo, mi avete fregato, non avevo capito niente.”

“La band suonò La Jolie Blon per la seconda volta. Per me, non esisteva al mondo una ballata più struggente. Le sue origini risalivano al diciottesimo secolo, ma la versione di Harry Choates è una di quelle che non ti abbandonano mai. […] La stranezza della canzone di Harry è che non devi sapere il francese per capirla. Sai immediatamente che parla di mortalità e di un modo di vivere perduto. La cultura cajun viene parodiata e ridicolizzata; è anche considerata pittoresca, e viene sfruttata commercialmente e volgarizzata. Quando qualcuno mi chiede com’era una volta la Louisiana meridionale, e che cosa è stato depredato dagli inquinatori industriali e dai politici corrotti della Louisiana, suggerisco di ascoltare il lamento di Harry. Secondo me, chiunque rimanga indifferente davanti a questa canzone ha un’afflizione spirituale.”

Sconto Amazon