I migliori film thriller di sempre
Partendo dai thriller psicologici fino ad arrivare agli horror e ai drammi polizieschi, non è facile ricondurre i film thriller a una caratterizzazione precisa, e ancor più difficile è quindi cercare di identificare quali siano da considerare i capisaldi del genere. Cercando comunque di stilare una lista che contenga un buon numero di pellicole iconiche, abbiamo qui elencato alcuni di quelli che a nostro giudizio possono rientrare a buon titolo tra i migliori film thriller di sempre nella storia del cinema, spaziando dalle opere caratterizzate da un maggiore tasso d’azione a quelle che si soffermano di più su dati politici o sociologici, il tutto comunque all’insegna del thriller.
Alcuni dei migliori thriller di tutti i tempi
Ecco a seguire dei film più avvincenti e ricchi di suspense, che spaziano dai grandi classici del genere, facilmente identificabili, a opere sottovalutate.
Sono produzioni che tengono col fiato sospeso e le mani aggrappate ai braccioli della sedia mentre la tensione si fa sempre più palpabile. Accomodiamoci, spegniamo le luci e prepariamoci per un’esperienza mozzafiato.
1940 – Rebecca, la prima moglie – Alfred Hitchcock
Thriller gotico di Alfred Hitchcock, si basa sull’omonimo romanzo di Daphne du Maurier del 1938. La storia si svolge segue le vicende di una giovane donna mite (Joan Fontaine), di cui non si conosce il nome.
La donna si innamora di Maxime de Winter (Laurence Olivier), ricco vedovo. Dopo il matrimonio, la signora Winter si trasferisce nella sua sontuosa tenuta di campagna. Qui, la presenza della defunta Rebecca, prima moglie di Max, si fa sentire sia in senso letterale che figurato.
1954 – La finestra sul cortile – Alfred Hitchcock
Alfred Hitchcock è il genio del brivido e necessariamente domina la parte iniziale di questo elenco con molti dei suoi titoli.
Considerato unanimemente uno dei capolavori della storia del cinema, Rear Window è una lezione magistrale sull’atto del guardare ed è anche uno dei pochi thriller presenti in questa lista a saper mischiare con successo ed equilibrio suspense e humor.
La trama è incentrata su un fotoreporter che, nella calura estiva, è costretto su una sedia a rotelle da una frattura alla gamba e cerca di far passare il tempo, non potendo uscire dal suo appartamento, osservando i vari inquilini tramite binocolo e teleobiettivo.
Quando una notte si sveglierà a causa di un urlo, si metterà a spiare quel che accade e si convincerà che sia avvenuto un delitto…
Tratto dall’omonimo racconto di Cornell Woolrich, La finestra sul cortile è stato candidato a quattro premi Oscar senza vincerne nemmeno uno ma rifacendosi ampiamente nel corso degli anni.
1955 – La morte corre sul fiume – Charles Laughton
In La morte corre sul fiume, l’unica avventura da regista del celebre attore britannico Charles Laughton, la parabola del bene contro il male si svolge in modo straziante e agghiacciante.
L’ambientazione è la regione della Bible Belt del sud americano durante la Grande Depressione, e la trama è incentrata sul personaggio malvagio di Robert Mitchum, Harry Powell, un predicatore consumato dalla malevolenza.
Ben Harper, un condannato a morte, parla di una fortuna nascosta mentre dorme. Il suo compagno di cella, Powell, lo sente e inizia a cercare il tesoro dopo il suo rilascio. Powell si avvicina alla vedova di Harper per ulteriori informazioni e alla fine la sposa. Tuttavia, i figli di Harper, John e Pearl, sono in grado di riconoscere le sue vili intenzioni.
1956 – Rapina a mano armata – Stanley Kubrick
Prima Hitchcok e ora Kubrick, in pratica i due registi preferiti da chi vi scrive, uno di seguito all’altro.
Per il suo terzo lungometraggio il Maestro sceglie un bel romanzo di Lionel White e, come ha sempre saputo fare, lo migliora ancora di più nella trasposizione, rafforzandone gli elementi migliori e facendosi aiutare da un certo Jim Thompson nella stesura dei dialoghi.
Ci ritroviamo tutti a tifare, più o meno inconsciamente, per Johnny Clay che, appena uscito dopo essersi fatto qualche anno di carcere, è subito pronto per il sempre sognato “colpo perfetto”, a lungo studiato mentre era dietro le sbarre.
E la rapina all’ippodromo poggia in effetti su un piano a prova d’errore ed è strutturata in un modo che ispirerà in seguito tanti, tantissimi altri cineasti. E, senza spoilerare troppo per chi ancora non l’abbia visto, la rapina resiste persino alla debolezza umana e all’avidità di una delle persone coinvolte. Ma nulla è in realtà perfetto e, ancor di più, nulla può resistere al caso…
Poco fa ho scritto di come Stanley Kubrick sia sempre riuscito a migliorare il materiale letterario di partenza, magnificandone i punti forti e tagliando le parti inutili.
Una delle frasi più famose e ricordate del regista è “se si può scrivere, si può anche filmare”: il romanzo di White utilizza la tecnica del il flashback sincronico e Kubrick è pronto a impiegarla su grande schermo, spendendo quindi molto più tempo a occuparsi del montaggio con Betty Steinberg che delle riprese.
Impegno che però ha ripagato oltre ogni misura e che rende ancora oggi Rapina a mano armata uno dei più importanti heist movie di sempre. Almeno due altri film presenti in questo elenco, Le iene e Heat, devono tantissimo al lavoro seminale di Stanley Kubrick.
1959 – Intrigo internazionale – Alfred Hitchcock
Il thriller d’azione e avventura creato da Alfred Hitchcock è incentrato sui temi più amati del regista: l’inganno e la slealtà.
La trama, scritta da Ernest Lehman, è imperniata sul personaggio di Roger O’Thornbill (interpretato da Cary Grant), un innocente dirigente pubblicitario inseguito da un gruppo di sabotatori stranieri, il quali credono che sia un agente governativo di nome George Kaplan.
Di conseguenza, Roger viene inconsapevolmente trascinato in un piano che lo porta in un viaggio attraverso la regione nord-occidentale degli Stati Uniti.
1960 – Psycho – Alfred Hitchcock
Psycho rappresenta l’apice della carriera di Alfred Hitchcock, considerato il “Maestro della suspense“. È un adattamento dell’omonimo romanzo di Robert Bloch.
Ma ciò che ha reso Psycho la più grande opera d’arte cinematografica thriller, che dura negli anni, è stato il modo magistrale in cui Hitchcock è riuscito a utilizzare i dettagli sensoriali.
Partendo dall’aspetto monocromatico fino ad arrivare alle inquadrature ravvicinate estreme e agli elementi di prefigurazione fenomenali, questo film è senza dubbio un capolavoro.
Psycho parte dal territorio dei film noir nel momento in cui una normale donna di nome Marion Crane decide di sottrarre 40.000 dollari al suo datore di lavoro.
Il furto è per iniziare una nuova vita con l’uomo di cui è follemente innamorata. La sfortuna, però, segue Marion quando si ferma al Bates Motel. Dopo aver chiacchierato con Norman Bates, il proprietario dell’hotel, la donna si ritira nella sua stanza…
1963 – Anatomia di un rapimento – Akira Kurosawa
Dopo oltre venti film Akira Kurosawa, nel 1963, decide di cimentarsi con un crime movie, High and Low, tratto da un soggetto di Ed McBain che accoppia a una sceneggiatura pulita e lineare una grande ricerca formale ed espressiva.
La vicenda riguarda un facoltoso imprenditore che è sul punto di prendere il controllo di una fabbrica attraverso un grosso investimento finanziario. Proprio in quel momento gli viene però richiesta una forte somma per liberare suo figlio.
La svolta morale avverrà quando l’imprenditore si accorgerà che i rapitori si sono sbagliati e hanno rapito il figlio del suo autista.
Se il passare degli anni non ha intaccato il piacere della visione di questo film, che contiene alcune ricercatezze di stile memorabili, quali l’inserimento del colore rosso in pochi momenti di un film che per il resto è in bianco e nero, c’è forse da sottolineare che, per i tempi attuali, in Anatomia di un rapimento tutto fila troppo liscio, tutto si risolve “bene”, che è un elemento al quale siamo ormai disabituati nei thriller contemporanei.
1970 – Un tranquillo weekend di paura – John Boorman
Un tranquillo weekend di paura, pellicola che si basa sul romanzo di James Dickey del 1970, è diretto dal regista britannico John Boorman.
Si tratta di una pietra miliare nel cinema thriller con protagonisti quattro uomini bianchi della classe media che vivono in città con l’obiettivo di attraversare in canoa il fiume Kahurawasi nel nord della Georgia.
Una coppia ostile del posto rovina il loro tranquillo weekend. Successivamente, uno di loro viene ucciso per legittima difesa. Gli scontri che ne seguirono misero in luce le nette differenze tra l’America urbana e quella rurale.
1971 – Il braccio violento della legge – William Friedkin
Come altri registi, anche di William Friedkin è uno di quelli che hanno fatto la storia del genere. Il braccio violento della legge lo ricordiamo per la grande influenza sul poliziesco degli anni a venire, per i premi ottenuti (tre Golden Globe e cinque Oscar), per l’incredibile alchimia dei due protagonisti, per uno dei migliori inseguimenti fra auto della storia del cinema e per come emerge la città di New York.
Gene Hackman e Roy Scheider sono due detective della sezione Narcotici che, delusi dal fallimento di recenti operazioni, cominciano a fissarsi in maniera fin troppo ossessiva su una indagine che potrebbe condurli a un ingente sequestro di droga che proviene dalla Francia.
Fra alti e bassi, scontri con i loro capi (che prima li faranno controllare da altri agenti e poi toglieranno loro il caso), inseguimenti e molto altro ancora, si arriverà al confronto finale…
The French Connection è stato il film che ha reso famoso William Friedkin in tutto il mondo, una fama che diventerà immensa due anni dopo con L’esorcista, in un uno-due cinematografico che il regista non riuscirà mai più a replicare, pur sfornando ottimi lavori.
Friedkin è, fra le altre cose, un grande maestro delle scene di inseguimento, girate in molti film e in molti modi (anche degli inseguimenti quasi statici, nel traffico), le riprese di quello contenuto ne Il braccio violento della legge furono particolarmente pericolose per il metodo usato e uno degli incidenti è realmente accaduto, per fortuna senza molte conseguenze per l’autista coinvolto, estraneo al film.
1971 – Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! – Don Siegel
Il 1971 è un grande anno per il nostro genere filmico preferito e oltre al precedente film di William Friedkin abbiamo anche l’esordio dell’ispettore Callaghan con quello che per il sottoscritto rimane comunque il miglior titolo della serie, ovvero Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!.
L’opera arriva quando ormai Don Siegel ha dimostrato tutto quel che doveva dimostrare e si è trovato a suo agio tanto con il western che con la fantascienza de L’invasione degli ultracorpi, ma è quando riprende criminali e poliziotti che dimostra di essere al massimo della forma, e con questo Dirty Harry azzecca tutta una serie di scelte che fanno entrare il film nella storia del cinema.
L’elemento di maggior spicco è ovviamente un certo Clint Eastwood e anche per il grande attore e regista il 1971 è un anno da ricordare, visto che segna sia il suo esordio alla regia (con Brivido nella notte) che il suo sostanziale passaggio dal genere western (che comunque non abbandonerà, né dietro né davanti alla macchina da presa) al poliziesco, incarnando un personaggio altamente iconico come Calla(g)han.
Trovato il magnetico protagonista, Siegel azzecca anche l’antagonista: Andrew Robinson incarna con grande efficacia uno dei “cattivi” più interessanti di sempre, il serial killer “Scorpio”, vagamente ispirato a Zodiac e a mio modo di vedere sia la sua prova come attore che il personaggio in sé non sono ricordati con il giusto plauso.
Siegel indovina anche il sottotesto, cavalcando un periodo durante il quale molti statunitensi avevano sempre meno fiducia nelle forze dell’ordine (e in generale nei confronti del “sistema”) e sentivano una certa attrazione nei confronti di una giustizia e talvolta vendetta sommarie, sbrigative e violente. Pochi anni dopo toccherà a un altro attore fortemente iconico come Charles Bronson canalizzare questo sentire ne Il giustiziere della notte.
Ma torniamo al film di Siegel: l’assassino seriale Scorpio terrorizza San Francisco e non si pone alcun problema a uccidere anche donne e bambini. Serve un poliziotto tosto, ovvero Harry Callaghan, conosciuto anche come “Harry la carogna”, un ispettore che non esita mai a usare la sua ormai mitica 44 Magnum.
Harry però scoprirà di dover lottare su due fronti: contro uno Scorpio che sa tenergli testa e contro la macchina della giustizia, che si inceppa troppo spesso e lascia libero l’assassino dopo che è stato catturato. Ma Harry non è certo tipo da mollare la caccia per così poco…
Siamo di fronte a un tema e più in generale a una visione del mondo ancora molto diffusa e in grado di attirare molta attenzione così come di polarizzare il pubblico e ho la sensazione che se dovesse emergere in questi tempi un nuovo ispettore Callaghan incontrerebbe molta fortuna, sia negli USA che qui in Italia.
La serie procederà a gonfie vele, con Clint Eastwood che riprenderà il ruolo per altre quattro volte, fino al 1988 con Scommessa con la morte.
1974 – Chinatown – Roman Polanski
Non poteva mancare Roman Polanski con il suo inarrivabile neo-noir Chinatown, considerato da molti critici come uno dei migliori film tout court della storia del cinema americano.
Quando nella Los Angeles del 1937 l’investigatore J.J. Gittes accetta un semplice caso di pedinamento per scoprire una possibile infedeltà coniugale non immagina nemmeno lontanamente la complessa ragnatela di intrighi politici, interessi finanziari, le obbligatorie dark lady e gli altrettanto obbligatori cadaveri che lo attendono.
A questo già ottimo impasto, cotto a dovere da un Roman Polanski reso più cinico, tragico e sconsolato dalla morte di Sharon Tate, aggiungete un trio di attori di grandissimo livello (Jack Nicholson, Faye Dunaway e John Huston) e la consueta qualità delle musiche di un decano come Jerry Goldsmith e otterrete un film indimenticabile che è anche invecchiato bene.
1975 – Quel pomeriggio di un giorno da cani – Sidney Lumet
Quando mi è stato chiesto di realizzare questa lista mi sono immediatamente venuti in mente alcuni registi da includere, anche se non avevo ancora ben chiaro i film che avrei scelto. Nomi quali Hitchcock, Mann o De Palma sono chiaramente legati a doppio filo al thriller in generale e a sue varie sfumature e sottogeneri e il problema diventa, appunto, quello contrario dell’abbondanza.
Un altro nome sul quale non ho avuto alcun dubbio fin dall’inizio è stato quello di Sidney Lumet: 50 anni esatti di onorata carriera (dal primo film del 1957 all’ultimo del 2007), alle volte sicuramente altalenante ma altrettanto sicuramente interessante e stimolante, anche nei fallimenti al botteghino e nei titoli accolti in modo non positivo dalla critica.
E Sidney Lumet ha incrociato tante volte il thriller e il giallo, regalandoci una serie di titoli più o meno importanti: da Rapina record a New York ad Assassinio sull’Orient-Express fino all’ottima ultima opera, Onora il padre e la madre. Ma sono due i titoli storici e ormai super-classici sui quali si concentra l’interesse, girati a pochi anni di distanza nel periodo di massima forma del regista statunitense: Serpico e Quel pomeriggio di un giorno da cani.
Alla fine ho scelto il secondo perché da un lato mi tengo da parte il primo per un eventuale speciale sui film polizieschi, dall’altro Dog Day Afternoon capta ancora meglio (ma anche Serpico ci riesce abbastanza bene) l’insieme degli interessi tematici mostrati da Lumet nel corso della sua carriera.
La trama in due parole riguarda Sonny (Al Pacino) che, sposato e con due figli, è però da tempo innamorato di Leon e, nel tentativo di recuperare la somma che servirebbe alle operazioni per far cambiare sesso a Leon, organizza insieme a Sal (un terzo complice abbandonerà il tutto) una rapina in banca che si rivela disastrosa dal primo minuto fino alla conclusione.
In mezzo ci sono appunto alcuni ripetuti interessi di Lumet, dai rapporti sentimentali al ruolo della stampa e dell’informazione, dall’interesse verso figure marginali e in generale solitari e sconfitti fino a quello per soggetti che si danno al crimine senza averne l’esperienza o i requisiti.
Film da vedere e rivedere.
1975 – Lo squalo – Steven Spielberg
Lo squalo è stato il precursore della tendenza dei successi estivi e ha aiutato Spielberg ad affermarsi come un importante regista di Hollywood. Tuttavia, girare il film si è rivelato un compito difficile.
La produzione ha dovuto affrontare diversi problemi logistici e il budget è andato fuori controllo. Inoltre, i due attori principali hanno avuto numerosi conflitti sul set.
Il film è ambientato in una piccola località turistica del New England e ruota attorno a un grande squalo bianco che inizia ad attaccare e uccidere i turisti.
Tre uomini con personalità diverse intraprendono un viaggio per eliminarlo. La storia è basata sull’omonimo romanzo di Peter Benchley, pubblicato nel 1974.
1976 – Il maratoneta – John Schlesinger
Un termine così ampio e insieme vago come “thriller” spinge a continui dubbi di inclusione/esclusione: ne Il maratoneta di John Schlesinger, per esempio, ci sono anche alcuni elementi da spy story, ma a mio modo di vedere prevale nettamente la tragedia dell’uomo innocente e braccato, coinvolto in una rete criminale spietata, fredda e feroce.
Il mix di professionisti al lavoro assicura una qualità eccezionale: John Schlesinger è all’apice della sua carriera ed è reduce da una serie di 5-6 titoli ancora adesso memorabili, William Goldman è per quanto mi riguarda uno dei migliori sceneggiatori che Hollywood abbia mai avuto (e in quello stesso anno sforna anche Tutti gli uomini del presidente), Dustin Hoffman è anche lui in quel momento uno degli attori top in assoluto (sia prima che dopo lo attendono film che hanno fatto storia, e anche lui nello stesso anno partecipa a Tutti gli uomini del presidente) e Laurence Olivier è una splendida scelta per incarnare uno dei villain più sadici del cinema.
Paranoico e ansiogeno, Il maratoneta offre anche spazio a New York quale efficace sfondo delle vicende e contiene una sequenza di tortura raramente è stata pareggiata o superata, perlomeno all’interno del cinema cosiddetto “mainstream”, quello che raggiunge le sale cinematografiche, ottiene buoni riscontri di pubblico e premi.
Diciamo che dopo averlo visto, avrete ancora più timore di andare dal dentista, persino per una semplice pulizia dei denti, poco ma sicuro.
1977 – Il salario della paura – William Friedkin
Le rielaborazioni americane di classici hanno spesso prodotto risultati poco soddisfacenti. Tuttavia, Il salario della paura di William Friedkin costituisce una piacevole eccezione.
Basato sul romanzo di Georges Arnaud del 1950, il film di Friedkin riprende la precedente pellicola Vite vendute di Henri-Georges Clouzot. La pellicola racconta la storia di quattro uomini europei poveri che vivono in una piccola città sudamericana.
Il capo di una compagnia petrolifera americana li assume per il trasporto di due grandi camion carichi di nitroglicerina, un materiale altamente instabile.
Il carico serve a spegnere un incendio in un pozzo petrolifero. Il viaggio è pericoloso. I quattro uomini affrontano le proprie paure personali mentre cercano di guidare per 300 miglia su un terreno accidentato.
1981 – Blow Out – Brian De Palma
Includere uno dei migliori film di Brian De Palma ci offre anche l’occasione per invitarvi a vedere, nel caso non lo abbiate ancora fatto, il film dal quale il regista statunitense prende spunto, ovvero “Blow Up” di Michelangelo Antonioni del 1966.
Jack è un tecnico del suono che sta registrando in esterno alcuni rumori naturali e, per coincidenza, assiste a un incidente d’auto. Riesce a salvare una delle due persone presenti nel veicolo, Sally, ma non c’è nulla da fare per il guidatore, che è un Governatore e candidato Presidente.
Riascoltando quanto registrato Jack sente però che l’esplosione della gomma dell’auto è preceduta da uno sparo e si convince di trovarsi di fronte a un omicidio.
Brian De Palma costruisce un piccolo (e divertito, intenzionalmente mai troppo serio) capolavoro di stile in una vicenda che mischia paranoia a uno degli elementi che da sempre ossessiona questo film maker, ovvero il voyeurismo.
1988 – Il mistero della donna scomparsa – George Sluizer
Gran parte dei film compresi in questa lista sono molto, molto noti, ma ci sono alcune eccezioni e l’olandese Sporloos, conosciuto anche come The Vanishing, è uno di questi, ma la situazione che propone, e lo svolgimento della vicenda lo rendono una gemma che dovrebbe essere ben più apprezzata e discussa all’interno del thriller.
Rex e Saskia sono una giovane coppia in viaggio, ma bastano pochi minuti di sosta in una stazione di servizio per trasformare la felicità in disperazione e tragedia. Saskia scompare nel nulla, molto probabilmente sequestrata, e Rex passerà gli anni seguenti a cercarla e non darsi per vinto, anche quando le forze dell’ordine ammetteranno che ci sono ben scarse possibilità per una risoluzione positiva del caso.
Tre anni dopo il fatto Rex, che nel frattempo ha iniziato una nuova relazione con Lieneke, comincerà a ricevere dei messaggi che gli promettono importanti rivelazioni sulla scomparsa…
Thriller sui generis e film molto originale, il migliore consiglio che posso darvi è di vedere prima questa versione del 1988 e dopo il remake, girato dallo stesso Sluizer nel 1993 per il pubblico americano, con attori del calibro di Jeff Bridges, Kiefer Sutherland e Nancy Travis.
Operando un confronto, in particolare dei minuti finali, si ricava una delle migliori lezioni su quel che differenzia pubblico e cinema europei da quelli statunitensi.
1991 – Il silenzio degli innocenti – Jonathan Demme
Basato sul bestseller di Thomas Harris con Hannibal Lecter, il film horror psicologico di Jonathan Demme è considerato uno dei più grandi thriller della storia del cinema.
Ha ricevuto cinque premi Oscar, incluso quello per il miglior film. La trama ruota attorno a un nuovo agente dell’Unità di scienze comportamentali dell’FBI, Clarice Starling (Jodie Foster), mentre ha il compito di interrogare il famigerato e pericoloso serial killer, Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), che è attualmente incarcerato.
Il superiore di Clarice spera di ottenere informazioni su “Buffalo Bill”, un serial killer a piede libero. La fonte di gran parte della tensione nella storia deriva dalla manipolazione psicologica di Clarice e di altre figure autoritarie da parte di Hannibal.
La fotografia di Tak Fujimoto è particolarmente degna di nota, in quanto cattura brillantemente la suspense della scena dell’ascensore e di quella finale del salvataggio.
Inoltre, l’inquietante colonna sonora di Howard Shore amplifica il senso di disagio del pubblico.
La narrazione cela anche un arco emozionante del personaggio di Clarice mentre cerca di vincere gradualmente la propria vulnerabilità.
1992 – Le iene – Quentin Tarantino
Se ogni regista può presenziare in questo elenco con un solo suo film e Quentin Tarantino vi appare con Le iene, questo significa che ho preferito il suo esordio a Pulp Fiction. I motivi sono molti e possono essere molto discutibili, ma quello più grande e ingombrante è dovuto al fatto che a mio modo di vedere Pulp Fiction supera ogni confine di genere ed è opera pop a sé stante, mentre Le iene è più secco, asciutto, iconico e rimane ben dentro i confini.
In più Le iene è l’esordio della rivoluzione tarantiniana e ha avuto un impatto difficilmente descrivibile. Su questo film è già stato detto tutto e di tutto, sia per quel che riguarda le critiche positive che quelle negative.
C’è chi lo considera uno dei massimi capolavori di sempre, chi lo accusa di un citazionismo così esasperato da trasformarsi in plagio e chi si lamenta della violenza gratuita: sono discussioni e divergenze che non si saneranno mai, sia il film che il suo regista dividono profondamente, ma anche il più feroce dei critici non può non ammettere l’importanza di questo titolo e della filmografia tutta di Quentin Tarantino.
Inutile soffermarsi sia sulla trama, che sui dati tecnici o sulle scene più importanti: dubito che ci sia qualcuno fra voi che ancora non l’ha visto, ma se c’è, allora ancora meglio: arriverà alla visione senza sapere nulla del cine-ciclone che lo attende.
1993 – Il fuggitivo – Andrew Davis
Molti dei titoli presenti in questo elenco sono anche connotati dal fatto che sono stati diretti da registi che potrebbero figurare più volte nella lista e che nella carriera hanno mantenuto un certo livello medio qualitativo.
Il fuggitivo è l’eccezione, in quanto sembra essere il prodotto di una fortunata e alchemica coincidenza di eventi, che il regista Andrew Davis non riuscirà più a replicare.
La trama è quella classica dell’uomo innocente intrappolato in una cospirazione e intrigo che rischiano di annichilirlo.
Il chirurgo Richard Kimbl torna a casa e scopre che sua moglie è morta, uccisa da un uomo con un braccio artificiale che riesce a fuggire. La moglie è ricca, non ci sono prove della presenza del killer, Richard finisce in prigione.
Da lì la sceneggiatura, traballante e scritta a più mani, svolta su alcune trovate artificiose che rasentano il deus ex machina ma che non intaccano la riuscita del film, anche grazie ad alcuni ottimi interpreti fra i quali ovviamente su tutti Tommy Lee Jones nei panni del Tenente Samuel Gerard e un Harrison Ford pressoché perfetto nelle vesti del protagonista braccato.
Basato sulla serie televisiva Il fuggiasco, Il fuggitivo è da tempo diventato film di culto e ha fatto vincere a Tommy Lee Jones un Oscar come miglior attore non protagonista.
1995 – Heat, la sfida – Michael Mann
Al Pacino e Robert De Niro hanno alle spalle parecchi film thriller e crime, ma ci voleva un regista come Michael Mann per farli finalmente incontrare nella stessa scena, a un tavolo, nemici-amici, uno sul lato opposto della Legge rispetto all’altro ma entrambi accomunati da una sorta di etica del lavoro e coscienza dei rispettivi ruoli.
Con una sceneggiatura complessa, ricca di sotto-trame, uno stile bigger than life, roboante e patinato, arricchito da un gruppo di professionisti stupefacente (su tutti spicca Dante Spinotti alla fotografia), Michael Mann realizza uno dei migliori heist movie di sempre, che è però costantemente in grado di superare i limiti del sotto-genere e andare a pescare in vari territori.
Il furto come professione, l’impossibilità di bilanciare adeguatamente la sfera del lavoro con quella personale e affettiva, l’ammirazione per le rispettive abilità a prescindere dal percorso di vita che si è scelto, sono tanti gli spunti che Mann offre sotto il costante vortice dell’azione.
Fin troppe le scene memorabili, da appunto l’incontro fra Al Pacino e Robert De Niro all’intera sequenza della rapina in banca, fino all’indimenticabile finale.
1995 – Se7en – David Fincher
L’arrivo di David Fincher nell’industria cinematografica è stato segnato dall’uscita di Se7en, considerato uno dei thriller più innovativi mai realizzati.
Lavorando al fianco dello sceneggiatore Andrew Kevin Walker, Fincher presenta la storia di un assassino che si ispira ai sette peccati capitali per punire le sue vittime.
Sul caso indagano due detective: l’esperto William Somerset (Morgan Freeman) e l’impulsivo, giovane Mills (Brad Pitt).
Man mano che il caso procede, i detective scoprono indizi sempre più inquietanti, che culminano in un omicidio sconvolgente.
1998 – Ronin – John Frankenheimer
Partito da una scuola militare e arrivato dietro la macchina da presa, John Frankenheimer è stato per lungo tempo il re incontrastato degli action-thriller, grazie non solo alle sue capacità in qualità di regista ma anche per via del modo di concepire la regia stessa.
La filosofia di Frankenheimer prevede un massiccio e accorto impiego di stunt, così da girare tutte le scene d’azione dal vivo e ricorrere poco o nulla alla post produzione, un dato che rende ancora più impressionanti alcune delle scene presenti in Ronin, gli inseguimenti di macchine in primis, facendo rivaleggiare il regista newyorkese con l’altro grande esperto di inseguimenti, ovvero William Friedkin.
In Ronin assistiamo alle imprese di un gruppo di mercenari radunato in Francia con l’intento di sottrarre una valigetta dal contenuto misterioso, contesa sia dai russi che dagli irlandesi. Manco a dirlo, le cose non andranno lisce e un membro del gruppo cercherà di tenersi la valigetta tutta per sé con l’intento di rivenderla in seguito a una delle due parti.
Ormai considerato film di culto, Ronin è reso ancora più interessante da un ottimo mix di attori che interpretano personaggi ai quali è fin troppo facile affezionarsi, Robert De Niro e Jean Reno in primis, mentre tocca a uno Stellan Skarsgård mai così freddo e spietato interpretare la parte del traditore e antagonista.
Oltre al suo valore intrinseco, Ronin ha anche un’altra importanza, più simbolica: vista la data d’uscita, al finire del secolo e con il millennio digitale che bussa alle porte, e tenendo conto del modo di concepire i film da parte del suo regista, sembra di assistere un po’ a canto del cigno e un po’ al passaggio del testimone verso dei film d’azione senza dubbio anche più spettacolari, ma che molte volte sembreranno meno “autentici”, per quanto possa valere questa parola nell’eterno gioco di finzione e manipolazione che è il cinema.
1999 – Il sesto senso – M. Night Shyamalan
La tensione presente in Il sesto senso di M. Night Shyamalan si raggiunge attraverso un equilibrio preciso tra il soprannaturale e il reale.
Cole Sear (interpretato da Haley Joel Osment), un bambino di otto anni, è in grado di vedere e sentire cose che nessun altro può percepire.
Tuttavia, è così spaventato da non osare parlarne con nessuno, nemmeno con sua madre single. Uno psichiatra infantile, Malcolm Crowe (interpretato da Bruce Willis), scopre il segreto del bambino e cerca di aiutarlo.
Nonostante il ritmo lento, Shyamalan riesce a creare una grande suspense attorno alle visioni spaventose di Cole.
2002 – Infernal Affairs – Wai-Keung Lau e Alan Mak
Con tutto l’enorme rispetto che provo per Martin Scorsese, credo che il film originale dal quale ha tratto The Departed – Il bene e il male sia ancora più interessante del già buon remake statunitense.
Infernal Affairs, che è anche il rimo capitolo di una trilogia, mette in scena un soggetto di grande interesse: Lau è la talpa che la Triade del quartiere di Tuen Mun, a Hong Kong, ha piazzato nel corpo di polizia per controllare le mosse delle forze dell’ordine. L’uomo non si limita al suo incarico e scala i ranghi, diventando capo della polizia e riuscendo quindi ad avvantaggiare ancora più facilmente l’impero criminale
Specularmente Yan, anche lui cresciuto in periferie problematiche, occupa il ruolo opposto: è un agente di polizia che, all’insaputa di tutti tranne che del sovrintendente Wong, ha infiltrato la Triade, diventandone un membro fidato.
La situazione precipiterà quando entrambi i corpi “infiltrati” cominceranno a sospettare che esista una spia fra i loro uomini…
Minimalista, molto stilizzato, in grado di proporre ruoli e situazioni ad alto tasso testosteronico senza però ricadere in stereotipi eccessivi, vuoi per alcune psicologie scritte con attenzione, vuoi per le recitazioni calibrate dei due interpreti, Infernal Affairs è quel raro thriller poliziesco nel quale ogni elemento è ben riuscito e bilanciato e non prevalgono unicamente azione e violenza.
2003 – Memorie di un assassino – Bong Joon-ho
Il thriller satirico di Bong Joon-ho è basato su un fatto reale: gli omicidi del primo serial killer della Corea del Sud, avvenuti nell’arco di cinque anni nella provincia rurale di Hwaseong, dal 1986 al 1991.
Un periodo di tempo, questo, che si è rivelato particolarmente tumultuoso per il clima politico della Corea del Sud, poiché vi sono state proteste diffuse contro il governo autoritario.
Gli investigatori locali, che eccellono nel gestire la folla o nell’usare la forza contro i cittadini, sembrano non avere le capacità necessarie per condurre un’indagine adeguata sugli omicidi seriali.
All’arrivo di un poliziotto intellettuale da Seoul per aiutare nelle indagini, la situazione prende una svolta. Bong Joon-ho orchestra magistralmente sequenze intense ed elettrizzanti di indagini e sorveglianza dopo aver esaminato i metodi dell’assassino.
In contrasto con la tipica rappresentazione degli eroici poliziotti americani, quelli coreani in questo film sono moralmente complicati, presentando una rappresentazione più realistica delle forze dell’ordine.
Questo lascia il pubblico senza speranza che l’autore venga assicurato alla giustizia. Inoltre, l’estetica malinconica di Bong evidenzia costantemente il disordine che circonda il caso.
2003 – Oldboy – Park Chan-wook
Oldboy è noto per aver mescolato abilmente più ambientazioni di genere a una storia di vendetta altrimenti semplice.
L’attore coreano Choi Min-sik interpreta Dae-su, un uomo d’affari di Seoul. Un giorno questi si sveglia rinchiuso in un appartamento misterioso, dove viene trattenuto senza spiegazioni per 15 anni.
Quando Dae-su viene rilasciato, si trova addosso un cellulare e del denaro. Non sa perché i rapitori lo abbiano liberato adesso. Il processo di ricerca delle risposte di Dae-su è la chiave di questa drammatica esperienza interiore.
2004 – The Manchurian Candidate – John Frankenheimer
L’epoca dei film thriller paranoici nel cinema americano ha avuto inizio con The Manchurian Candidate di John Frankenheimer.
Un anno dopo, quando il presidente John F. Kennedy fu assassinato, la trama del film divenne parte delle teorie del complotto che circondavano l’assassinio.
La storia ruota attorno a un prigioniero di guerra americano di nome Raymond Shaw, catturato durante la guerra di Corea e sottoposto al lavaggio del cervello dai comunisti. Shaw torna in America e vince persino una medaglia d’onore del Congresso.
Tuttavia, l’uso di una frase particolare in codice può trasformare Raymond Shaw in un assassino.
2005 – Niente da nascondere – Michael Haneke
L’enigmatico thriller di Michael Haneke è un’opera provocatoria che non offre risposte definitive ai misteri al suo interno.
La vita borghese e pacifica di una coppia, Georges e Anne Laurent, intellettuali liberali, viene sconvolta da un video misterioso, dove viene mostrata soltanto la loro casa. Nessuna minaccia.
La coppia inizia a ricevere altri video, ma anche telefonate anonime e immagini raccapriccianti disegnate con mani infantili. Entrambi non riescono a capire se sia solo uno scherzo innocuo o una minaccia voyeuristica legata al passato di Georges.
2006 – Inside Man – Spike Lee
Così come Heat prevede l’incontro/scontro fra investigatore e capo della banda dei ladri, anche Inside Man di Spike Lee ricorre a questa scelta, anche se il livello del confronto è minore e ci sono interferenze esterne che ne riducono l’impatto.
In aggiunta, se ci si riflette un attimo, i due personaggi in questione si ammirano e rispettano ancora di più di quanto accada nella pellicola di Mann.
Ma per realizzare un heist movie che tenga sempre alto l’interesse del pubblico non bastano protagonisti di comprovata bravura e grande magnetismo quali Denzel Washington e Clive Owen, serve anche una massiccia dose dell’ingrediente basilare per questo sottogenere: un colpo ben progettato.
Per lo spettatore di questi film la riuscita finale dell’atto criminale è un aspetto meno importante rispetto alla preparazione del colpo stesso, all’ideazione brillante e all’esecuzione il più possibile impeccabile.
E questo mette in scena Spike Lee con quello che ancora adesso è il suo film che ha incassato di più. Un colpo in banca all’apparenza impossibile, una situazione d’assedio che ricorda (e cita anche esplicitamente) Quel pomeriggio di un giorno da cani, i tentativi di diplomazia e discussione, i vari interessi in gioco, il tutto fino a una delle conclusioni più soddisfacenti che questo particolare genere narrativo abbia avuto nella sua storia recente.
2006 – The Prestige – Christopher Nolan
Christopher Nolan dimostra un talento straordinario nel creare suspense sia attraverso tecniche narrative che visive.
The Prestige, tratto dal romanzo di Christopher Priest del 1995, è un esempio eccellente della sua abilità. La pellicola narra la vicenda della rivalità tra due prestigiatori dell’epoca vittoriana. Iniziano le loro carriere in un teatro di Londra e collaborano insieme fino a quando un incidente li divide.
La loro rivalità raggiunge il culmine quando un mago ossessionato cerca di scoprire il segreto dell’incredibile atto vaudevilliano dell’altro.
2007 – Non è un paese per vecchi – Joel ed Ethan Coen
Abbiamo incluso il romanzo di Cormac McCarthy nel nostro recente longform sulla letteratura noir ed è doveroso menzionare in questa sede l’ottima trasposizione cinematografica realizzata dai fratelli Coen, che cambiano ben poco dalla fonte originale e girano quello che per il sottoscritto è il film migliore in una carriera sempre brillante.
Il merito deve essere equamente diviso fra la bravura dei Coen, che sfornano una delle loro sceneggiature più riuscite, e molte azzeccate scelte di cast, su tutte Tommy Lee Jones nei panni dello sceriffo Ed Tom Bell e Javier Bardem in quelli del ferocissimo Anton Chigurh.
I Coen fanno esplodere più volte violenza e sangue sullo schermo, e mantengono inalterata l’amara lezione del romanzo e la sensazione di inadeguatezza e non appartenenza al contemporaneo provata dallo sceriffo ormai vecchio, ma per certi versi riescono anche ad alleggerire il materiale originale, grazie alla loro visione ironica.
Non è un paese per vecchi sarà premiato con quattro premi Oscar: miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura non originale e miglior attore non protagonista.
2007 – Zodiac – David Fincher
David Fincher riesce a creare un senso di tensione e terrore all’inizio di Zodiac. Nel luglio 1969, una giovane coppia venne brutalmente aggredita da uno sconosciuto in maschera. Mentre l’uomo sopravvive, la donna muore.
L’assassino colpì di nuovo e scrisse una lettera al San Francisco Chronicle, definendosi “Zodiac“. Giornalisti e agenti di polizia passano gran parte della loro esistenza a dare la caccia a questo serial killer.
2010 – Animal Kingdom – David Michôd
C’è spazio anche per l’Australia in questo nostro elenco, spazio che viene occupato da una pellicola molto dura, probabilmente per molti versi la più dura, priva di compromessi e disperata dell’intera guida.
Nel microverso di Melbourne i confini fra legge e crimine si assottigliano, così come sembrano talvolta svanire i legami famigliari e amicali e il titolo pensato da David Michôd, al suo esordio su lungometraggio sia per quel che riguarda la regia che la sceneggiatura, è quanto di più adatto per descrivere quel viene portato su schermo.
Eroina che falcia vite e affetti, costruendo il destino di molti, poliziotti che troppo spesso fanno più o meno la stessa figura dei criminali e questi ultimi, infine, che non esitano di fronte a nulla pur di sopravvivere e acquisire potere.
Ci troviamo sostanzialmente di fronte a un romanzo di formazione giovanile, che porterà diciassettenne Joshua Cod, ad appena diciassette anni, attraverso eventi che molti fra noi non sperimentano in una vita intera, fino all’implacabile finale.
Animal Kingdom è film importante anche nel suo essere simbolo di certe spinte e realtà produttive australiane, e nel cast spicca Joel Edgerton, simbolo maggiormente rappresentativo di questo fermento e attività, che negli anni a seguire saprà suddividere molto bene la sua attività fra regia, recitazione e produzioni varie.
2010 – Shutter Island – Martin Scorsese
Il complesso thriller psicologico diretto da Martin Scorsese si basa sul libro omonimo di Dennis Lehane. Shutter Island si svolge nel Massachusetts degli anni ’50, dove l’agente federale americano Teddy Daniels (Di Caprio) si reca su un’isola remota per malati criminali insieme al suo collega Chuck (Mark Ruffalo) per investigare sulla scomparsa di una paziente.
L’amministrazione della struttura ostacola costantemente l’indagine di Teddy, che interroga diverse persone tra cui i detenuti, i quali offrono diverse teorie e complotti che riguardano la struttura.
2011 – Millennium, Uomini che odiano le donne – David Fincher
Ho la sensazione che più andremo avanti a compilare questi elenchi, più il nome di David Fincher, insieme a quello di una manciata di altri registi, spunterà con sempre maggiore consistenza.
Dopo esser comparso con ben tre suoi titoli nel precedente elenco riguardante i thriller psicologici, lo ritroviamo ora nella presente lista con Millennium – Uomini che odiano le donne, un thriller di grande stile, la cui eleganza convive alla perfezione con il senso di torbido, lurido, sadismo, marciume e violenza che già si annidava nelle pagine del romanzo di Stieg Larsson e che qui trova sfogo su grande schermo.
La regia di David Fincher trova come al solito grande cassa di risonanza in una produzione studiata nei minimi dettagli, dalla fotografia del fedele Jeff Cronenweth a quella che forse è la prova più riuscita di un duo sempre di gran livello come Trent Reznor e Atticus Ross alla colonna sonora, passando per il levigatissimo e attentamente studiato production design di un altro assiduo collaboratore quale Donald Graham Burt.
Su una impalcatura di grande valore e guidati dall’abile conduzione di Fincher si muove una copia dall’intesa perfetta quale è quella composta da Daniel Craig e Rooney Mara, che rendono grande giustizia ai personaggi creati dal compianto autore svedese, e che sono accompagnati da un resto del cast di ottimo livello, che comprende fra gli altri nomi quali Christopher Plummer, Stellan Skarsgård e Robin Wright.
La tensione in continuo crescendo è punteggiata da esplosioni di violenza e azione, fino a un finale che, pur conoscendolo già dalla lettura del romanzo, ci incolla allo schermo.
2011 – Kill List – Ben Wheatley
Mi concedo sempre, all’interno delle varie guide che sto scrivendo per Thriller Café, alcuni slot “liberi” nei quali poter inserire dei titoli un po’ meno conosciuti, un po’ meno classici, ma comunque di grande impatto e in grado magari di deviare un po’ dalla norma, sconfinare dalla gabbia del genere per finire con il contaminarsi con alcuni altri tipi di narrazione.
Kill List narra la storia di due ex soldati che, dopo aver lasciato l’esercito, si sono riciclati come killer a pagamento e mercenari.
A uno dei due la vita sembra sorridere un po’ di più, mentre il secondo è soffocato dai debiti.
Entrambi accetteranno una missione misteriosa che prevede l’uccisione di tre persone, nessuna delle quali sembra essere uno stinco di santo, ma man mano che si inoltrano nel loro compito tutto si complicherà, gli sembrerà di essere finiti dentro qualche tipo di cospirazione molto più grande di loro, fino a un finale decisamente sorprendente.
Kill List ha parecchi punti di contatto con la nuova corrente di folk horror della quale Ben Wheatley è uno dei rappresentanti di maggior spicco, ma è anche un elaborato e sofferto percorso di indagine e scoperta.
E c’è una certa scena, con un certo martello, che non dimenticherete tanto facilmente.
2011 – Una separazione – Asghar Farhadi
Come con molti dei suoi omologhi iraniani, Asghar Farhadi produce cinema che esplora temi socio-politici delicati da una prospettiva umanista.
Tuttavia, a differenza dei suoi contemporanei, Farhadi intreccia abilmente suspense e tensione naturalistiche in tutto il suo lavoro esaminando meticolosamente la società iraniana.
Il suo quinto film, Una separazione, è stato quello che lo ha portato sulla scena internazionale. La storia è incentrata su una coppia sposata la cui relazione è messa a dura prova dal disaccordo sul trasferimento all’estero.
Il marito desidera rimanere in Iran per prendersi cura di suo padre, che ha l’Alzheimer. Il dilemma morale della coppia è ulteriormente complicato dall’assunzione di una badante per il genitore malato.
2015 – Sicario – Dennis Villenevue
Ammetto che a livello personale, dovendo selezionare un solo titolo del regista canadese, avrei preferito scegliere Prisoners, vuoi per un maggiore interesse nei confronti della vicenda, vuoi per la sconfinata ammirazione che provo nei confronti di Jake Gyllenhaal.
Ma la sceneggiatura di Prisoners ricorre a troppe coincidenze e incastri poco plausibili, mentre quella che Taylor Sheridan prepara per Sicario è molto più compatta e d’arrembaggio e lascia prevedere tutta la futura bravura mostrata da Sheridan in varie occasioni.
Il possibile problema tassonomico è nel fatto che Sicario assomiglia quasi più a un film di guerra che a un thriller poliziesco, e in effetti quella fra FBI e narcotrafficanti messicani è una guerra bella e buona. Villeneuve si trova a suo perfetto agio fin dalle scene di apertura e pigia sull’acceleratore facendo pensare impossibile che riesca a mantenere tensione, suspense e azione a quei livelli per due ore, salvo invece riuscirci e anzi, oltrepassando gli scatti iniziali.
Al resto ci pensa un trio di attori in ottima forma (Emily Blunt, Benicio del Toro e Josh Brolin), la fotografia di un Roger Deakins che ha accumulato in carriera ben 14 nomination all’Oscar (vincendo finalmente con Blade Runner 2049, sempre di Villeneuve) e le musiche del mai troppo compianto Jóhann Jóhannsson.
Articolo di Elvezio Sciallis.

