Strani frutti – Loriano Macchiavelli

Serie: Sarti Antonio
Editore: Mondadori
Redazione
Protocollato il 29 Novembre 2025 da Redazione con
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Il riassunto
Strani frutti – Loriano Macchiavelli

Nello scorso mese di ottobre è uscito per i tipi della Mondadori Strani frutti – Sarti Antonio nel tempo dell’indifferenza di Loriano Macchiavelli che ha nella copertina un enorme riccio dal quale non escono castagne ma un altro frutto, un ananas,  una bomba a mano, la granata a mano statunitense MK2, utilizzata principalmente durante la Seconda Guerra Mondiale e poi nella guerra in Vietnam, con una bella spoletta  in evidenza, allegorica del frutto umano personificato nel romanzo,  che diventa lo spunto centrale o il quadro esplicativo del racconto: un’altra incredibile avventura del personaggio più famoso  creato da Loriano Macchiavelli, il sergente o per meglio dire il questurino Sarti Antonio l’anti-eroe per eccellenza e che la generazione del ’68 etichetterebbe come il celerino Sarti Antonio per niente un mito da emulare anche perché afflitto dalla fastidiosissima colite spastica che non ha nulla di eroico da tramandare ai posteri.

Il romanzo esce a due anni dalla pubblicazione del racconto La stagione del pipistrello – Sarti Antonio e la Compagnia della Malora (2023) ed è la continuazione della vicenda iniziata a Bologna la ‘dotta‘ per la sua Università la più antica del mondo occidentale, ma anche la città ‘grassa‘ per la sua famosa tradizione culinaria e per Loriano Macchiavelli sicuramente la città ‘rossa‘ non solo per il colore dei tetti e dei suoi palazzi ma perché da sempre rappresenta l’emblema del comunismo in Italia. Non a caso Macchiavelli collabora nella stesura di tanti romanzi con il cantore della sinistra italiana, Francesco Guccini, autore del leitmotiv della protesta dei ragazzi del ’68 La locomotiva ma anche di tante altre canzoni capolavoro come l’Avvelenata o l’Incontro, tutti pezzi dei primi anni ‘settanta in voga nella sinistra più incline alla lotta pseudo armata e all’anarchia. Gli anni di piombo sono gli anni ’70, quelli della lotta armata e della P38, a un passo dall’omicidio di Aldo Moro e che a Bologna si chiudono proprio all’inizio degli anni ’80 con la strage della bomba alla stazione di Bologna, la strategia della tensione nella quale è forse implicata la banda romana della Magliana, sì proprio quella di Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo.

La Bologna di Loriano Macchiavelli e nella quale lavora il nostro Antonio Sarti è questa ma raccontata nel periodo a noi più vicino del Covid, per questo si parla di ‘stagione del pipistrello‘ il pipistrello è il coronavirus, ma anche allegoricamente il ‘carognavirus’ del fascismo nero, emergente e di ritorno, una città allo sbando, sporca e malfamata, piena di rifiuti che nascondono il corpo della ‘Biondina‘ che il sergente e il suo amico Rosas salveranno in mezzo ai rifiuti. Bologna la rossa presenta adesso nella sua famosa Piazza Maggiore una fiera neonazista ed è diventata la sede di una illegale multinazionale del farmaco. Dopo questa scoperta Sarti insieme al fedele Rosas, il Talpone e alla prostituta, la Biondina, sono costretti a fuggire e si rifugiano sull’appennino tosco-emiliano in casa dell’amico Dido dove riprende la storia di Strani frutti.

I personaggi del romanzo sono tantissimi e si fatica a ricordarli tutti inseriti poi in una trama semplicissima fatta di un ordito grezzo in 38 scene e 9 siparietti, quasi una sceneggiatura pronta per un film dove la scena principale si svolge all’alba. È inverno, c’è la neve e fa un freddo cane, il nostro questurino, sceso in paese per le provviste scopre nella piazza della chiesa un essere umano che pende angosciosamente dal secolare albero. Questo strano frutto che ricorda Strange fruit della cantante jazz Billie Holiday è il ragazzo di colore Somalia che lavora in paese dal benzinaio Benito un anarchico. Strange Fruit questa famosa canzone è il simbolo del movimento per i diritti civili degli afroamericani. Gli “strani frutti” che venivano appesi agli alberi dopo un linciaggio nel sud degli Stati Uniti, erano un monito del razzismo, un avvertimento per chi voleva emanciparsi e che veniva appeso a un albero, linciato brutalmente con violenza, il testo diventa l’emblema della canzone di protesta contro l’odio razziale.

Gli alberi del sud hanno uno strano frutto,
Sangue sulle foglie e sangue alle radici,
Corpi neri oscillano nella brezza del sud,
Uno strano frutto appeso dagli alberi di pioppo.
Scena pastorale del prode sud,
Gli occhi sporgenti e le bocche contorte,
Profumo di magnolia, dolce e fresco,
Nell’improvviso odore di carne che brucia.
Ecco il frutto che i corvi beccano,
Che la pioggia coglie, che il vento succhia,
Che il sole fa marcire, che gli alberi fanno cadere,
Ecco un raccolto strano e amaro.

E Loriano Macchiavelli utilizza questo simbolo per la scena principale del suo racconto dalla quale si parte per una caccia di movimento e di appostamento sui monti che sono quelli della Resistenza e della Seconda Guerra Mondiale alla ricerca dei violenti. Prima però l’autore ci mette in guardia contro gli Stati sovrani e il sovranismo attuali e contro il ritorno delle SS le nuove Forze Speciali di Sicurezza, contro la guerra di Putin e della Russia, contro Netanyahu e la guerra in Palestina nella striscia di Gaza in un contesto dominato dal denaro e dal trumpismo dilagante che riduce la storia all’unico linguaggio dominato dal potere economico e dalla conquista delle terre rare ricche dei materiali necessari al capitalismo tecnologico odierno e alla costruzione di questi oggetti infernali, i droni, che da strumenti di conoscenza si trasformano in messaggeri di morte.

A parlarci nel romanzo in prima persona però non è Loriano Macchiavelli ma un personaggio particolare il Nullatenente il suo alter ego che lo accompagna e ci terrà compagnia per tutto il romanzo, un’invenzione che ha una storia lunga e un’origine guarda caso tutta romagnola. La prima volta che viene usato un personaggio del genere in un contesto rappresentativo è con Tito Maccio Plauto, il commediografo latino nato a Sarsina, nell’appennino tosco romagnolo nel 250 a.C. a meno di trenta chilometri da Cesena. Plauto è l’inventore del prologo un personaggio vero e proprio che compare all’inizio della commedia e spiega gli antefatti della storia, un regista d’altri tempi che aiuta l’autore e non lo compromette sia per le affermazioni che per le decisioni prese nel corso della storia. Il Nullatenente gioca a rimpiattino con Sarti il questurino, lo prende in giro, lo canzona ma non lo lascia mai non lo abbandona così come non ci abbandona la grande autoironia di Loriano Macchiavelli. Ci troviamo all’improvviso nella lotta partigiana della Resistenza ma questi boschi e questi monti non sono quelli di Beppe Fenoglio e Sarti Antonio non può mai essere come Johnny, il partigiano immortalato nel romanzo Il partigiano Johnny  postumo del 1968 e interpretato magistralmente nell’omonimo film del 2000 da Stefano Dionisi, con l’amico Ettore (Fabrizio Gifuni) e il famoso comandante Nord rappresentato da un giovane Claudio Amendola per la regia di Guido Chiesa, tutti giovani attori con meno di quarant’anni e che diventeranno i grandi protagonisti del cinema impegnato italiano. Questa non è la Resistenza combattuta in Piemonte sui monti di Alba e principalmente nelle Langhe piemontesi, a Santo Stefano Belbo così caro a Cesare Pavese, sono altri monti e altre caverne o grotte nelle quali si nascondono le armi e le bombe della prima Resistenza pronte e disponibili sempre per l’uso contro un nemico duro a morire come il nazifascismo.

È sorprendente come Macchiavelli riesca a parlare del presente e delle reali guerre che lo attraversano andando oltre le semplici pagine di un racconto che si svolge in un paesino sperduto dell’appennino incarnando in un certo senso l’insegnamento civile e morale della letteratura. Non potrò mai dimenticare gli insegnamenti del grande filosofo tedesco Hegel “la preghiera del mattino dell’uomo moderno è la lettura del giornale” anche la filosofia ha in modo sacro la necessità di comprendere gli eventi del “mondo storico” in cui si vive. Proprio all’inizio dello scorso mese di ottobre all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli in via Monte di Dio si è tenuto un Convegno su un’opera fondamentale per la storia della politica e della filosofia italiana, il libro di Biagio De Giovanni autore di Hegel e il tempo storico della società borghese uscito nel 1976 e tornato alla ribalta per la sua tesi di fondo: fare filosofia è un atto politico e non una inutile divagazione sui massimi sistemi che interpreta il mondo solo dal punto di vista teorico.

E Antonio Sarti ci invita ad agire, vuole trovare i colpevoli, stroncare sul nascere il male oscuro che riaffiora e ritorna sempre. Va per i monti disincantato in paesaggi e anfratti che respiriamo con lui e i suoi amici e per la libertà e la difesa degli ultimi è disposto a combattere e a sparare. A questo punto la prima domanda che ci viene in mente leggendo il romanzo è questa: ma perché il fascismo e il nazismo che hanno causato tante morti e tante atrocità nella prima parte del ‘900 adesso ritornano e sembrano riemergere più forti di prima non solo in Italia e in Europa ma nel mondo intero considerando la guerra tra Putin e l’Ucraina, tra Benjamin Netanyahu Primo ministro di Israele e i Palestinesi nel grande sterminio di massa che si sta consumando nella striscia di Gaza che ripropone il genocidio degli Ebrei durante l’ultima guerra mondiale. Loriano Macchiavelli ironicamente nell’introduzione avverte il lettore

Se dopo aver letto questa nota sei ancora interessato al romanzo, prenditi l’impegno civile di leggerlo fino in fondo. E non per sapere come va a finire la storia. Probabilmente è già finita.

E parte così con un “Elenco di donne e uomini, normali e non; di case, grotte, animali, piante e altri oggetti che si incontrano lungo l’impervia narrazione di una storia strampalata che scontenterà molti. Ma non si deve aver paura del proprio romanzo.”

La stessa cosa fa Dante Alighieri all’inizio della Divina Commedia di fronte alla porta dell’Inferno “Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente…Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate“.     

Ma gli avvertimenti non sono altro che un invito a capire e a riflettere e ad affrontare il viaggio che non è più come nel Medioevo ultraterreno per arrivare dagli inferi a riveder le stelle ma è un viaggio umano dentro di noi per sconfiggere la bestia che ci alberga.  In concomitanza con l’uscita del libro di Macchiavelli il filosofo Roberto Esposito ha pubblicato pochi mesi fa per i tipi della Mondadori Il Fascismo e noi che attraverso un’analisi intimistica psicologica arriva a riconoscere in ogni individuo una forma di fascismo latente che non si può esorcizzare più con le vecchie armi. Solo adesso capisco perché ho iniziato a leggere il libro di Jonathan Littell, Le Benevole e non riesco a finirlo ma non perché è un libro di quasi mille pagine, un mattone, no non riesco a leggerlo perché parla di un ufficiale delle SS, Maximilien Aue, che ci fa rivivere gli orrori della guerra dal punto di vista dei carnefici. L’autore ha candidamente affermato “Non ho alcun rimpianto: ho fatto il mio lavoro, tutto qui. È una storia che vi riguarda: vedrete che vi riguarda“. Le benevole di J. Littell non sono altro che le Eumenidi (Erinni) greche, le dee della vendetta, che erano anche chiamate “le Benevoli” per placare la loro ira.

Ma il fascismo può ritornare?  O è già tra di noi? Attraverso un’analisi psicologica del fenomeno fascista e tenendo presenti le grandi opere del ‘900 di Sigmund Freud, di William Reich e di Erich Fromm cambia la prospettiva di spiegazione storica del fascismo che viene analizzato adesso dal punto di vista dell’individuo e delle personalità e allora si scopre che una buona dose di fascismo latente è ancora presente e il mostro ha tante teste che reciderle tutte è impossibile così che qualcuna alberga sempre dentro di noi perché amiamo il potere e il desiderio del potere, lo stesso potere che ci sfrutta e ci annienta. La genesi dello spirito fascista è dentro di noi per questo non muore mai. Hitler è ancora vivo e si aggira nei sogni, negli incubi e nei deliri.

È una visione sorprendente e allo stesso tempo spaventosa perché libera quello che alberga da sempre nell’essere umano: il desiderio del potere e del comando e la pulsione alla vita ma anche alla morte.

La pulsione suicida di morte. In questi giorni c’è stato un doveroso ricordo di Pierpaolo Pasolini il poeta e combattente scomodo della nostra generazione, e anche qui casualmente torniamo a Bologna dove Pasolini nasce. Ma Pasolini forse è l’unico ad analizzare il fascismo e il nazismo nei tempi lunghi, nei corpi e non nelle strutture create dal regime, a lui interessa la deformazione dei corpi, come nel film del 1975 Salò o le 120 giornate di Sodoma si presenta il sadomasochismo in tutta la sua aberrazione, come dire il campo di concentramento perpetrato all’infinito in un connubio scandaloso tra vittima e carnefice.

Questo malessere che alberga nell’animo umano non si combatte più con l’antifascismo arcaico ma con un nuovo spirito antifascista che deve colpire l’avversario nei suoi desideri profondi del male che ci terrorizza ma ci affascina: dobbiamo crescere ed estirpare il negativo dal nostro essere. Solo così potremo creare una nuova società libera da questi ritorni inconsapevoli. Il mio maestro di filosofia teoretica negli anni ottanta quando ero in procinto di affrontare la tesi mi diede un grande insegnamento: prima di addentrarti nei meandri facili della tua comfort zone e nello studio degli argomenti e degli intellettuali che ti interessano, studia il nemico e studialo bene perché solo così potrai vincerlo.

Il fascismo storico è concluso ma il fascismo è ancora un argomento di discussione è una nuvola nera che lambisce il nostro tempo come la nebbia dei monti di Loriano Macchiavelli che nasconde la verità sul ritorno delle squadre naziste e sui delitti che sono pronti a compiere. Ma questo velo di nebbia grazie a Loriano Macchiavelli lo stiamo svelando ed è fondato sulla presunzione di superiorità antropologica sugli altri popoli. Perché le masse desiderano essere oppresse, e si identificano con i propri oppressori? In fondo la volontà di sottomissione al fascismo è il rapporto tra principio freudiano di piacere e pulsione di morte, l’ambivalenza Eros/Thanatos e per non autodistruggersi Thanatos, la morte deve essere proiettata all’esterno fuori di noi nella distruzione dell’altro.

Per questo i sovranismi alzano i muri ed escludono gli altri, sono razzisti con una base ideologica fondata sull’ostilità nei confronti dei poveri, degli ultimi, dei migranti.

Somalia il ragazzo di colore di Strani frutti lascia il romanzo nel Siparietto finale … e venne il Giorno dell’orrore e Macchiavelli sceglie un giorno particolare l’anno del Signore 1347, il 25 aprile, martedì. Ora Il 25 aprile 1347 a Bologna non si verificarono particolari eventi storici a parte le lotte tra guelfi e ghibellini, che caratterizzarono la vita politica medievale ma il 1347 è per la città un anno di transizione nel quale muore Taddeo Pepoli il signore di Bologna e i figli cedono per questioni economiche la città a Milano. In questo contesto di instabilità politica si verifica l’episodio più eclatante e dirompente: l’arrivo della Peste Nera che causò la morte di circa ventimila persone. L’inventiva di Loriano Macchiavelli ci mostra come l’ignoranza e la stupidità della gente già fin dal Medioevo attribuì la peste nera ad un giovane di vent’anni colpevole di avere soltanto la pelle nera e per questo trovò la morte nel paese in cui credeva di vivere contento. Sembra la storia di Io capitano, il film di Matteo Garrone, ma sono tante le storie che girano in Italia, in Europa e nel mondo di ragazzi che tentano la fortuna di attraversare questo enorme deserto, questo mare di pregiudizi e di aberrazioni violente e distruttive per giungere in un posto migliore in un mondo giusto per viverci senza paure. Ringrazio Loriano Macchiavelli e il suo libro, Antonio Sarti e i suoi compagni per avermi indicato la speranza di un cambiamento e se vi capita di incontrare Hitler nei vostri sogni stampatevi nei ricordi e nella mente la scena del film Il grande dittatore del 1940 quando Charlie Chaplin/Hitler gioca con il mappamondo morbosamente sicuro di sé gioca con il mondo, lo lancia, lo riprende lo stringe amorevolmente ma a tal punto da romperlo, lo stringe troppo e alla fine gli scoppia tra le mani. Il male farà questa fine e una risata lo seppellirà.

Recensione di Michele Mennuni.

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