Piomba libera tutti – Marco Malvaldi
Incredula leggo l’intervista a Marco Malvaldi. Non può aver ucciso un vecchietto, no! Me lo ha già fatto credere una volta, poi, probabilmente travolto dalle mie invettive, che da buona veneta so mandare bene a segno come e peggio di un buon toscano, l’autore si è ravveduto e ha cambiato rotta in corsa svelando l’assenza, pure temporanea, di una voce, non di tutta la vegliarda persona.
Oh, sì, scusatemi, mi spiego per chi non è pratico della serie!
Sto parlando di “Piomba Libera tutti” decimo libro della saga dello scrittore pisano. Siamo a Pineta, piccola località costiera della Toscana, uno di quei luoghi dove non dovrebbe mai succedere niente. C’è un matematico che ha deciso di voler da grande fare il barista, c’è sua moglie Alice, vicequestore (attenzione, vicequestore, non commissario e se non lo capite in fretta sarà in grado di mandarvi Rocco, il vicequestore più irritabile del noir a spiegarvelo) e soprattutto ci sono loro, i quattro vecchietti avventori e usurpatori di sedie del BarLume. Giocano a carte, giocano a biliardo, spettegolano, discutono di politica e tra un insulto affettuoso e l’altro risolvono omicidi. Sì, perché, per via che non dovrebbe succedere niente, ogni volta a Pineta ci scappa il morto e i nostri eroi in maniera più o meno (meno, molto meno) ortodossa ci si immergono fino al collo e fino a risolvere il caso.
Tornando quindi alla nostra intervista, no, non credo proprio ai miei occhi… mi pare proprio che ci risiamo, e parafrasando l’accento dei miei attempati detective preferiti, caro Malvaldi, ti dico: “Oimmèi bimbo, machevvoi??? Ovvero… Ma cosa feto? Ma sito mato? Mi avevi fatto credere, tra un caso precedente e l’altro, che un vecchietto avesse tirato il calzino, per poi far tirare invece a me un grande sospiro di sollievo rivelando che di perse c’erano state solo le corde vocali, non la vita. E ora, invece, cosa succede??? Me lo hai ammazzato per davvero?”
Mi tormento per un paio di giorni, sedotta e respinta contemporaneamente tra la voglia di immergermi in questo nuovo caso per quelli del BarLume e dintorni e la paura di sentire troppo la mancanza annunciata, ma poi la fiducia totale nell’autore mi fa propendere per il sì, va bene, lo leggerò. Almeno tenterò, poi semmai farò valere il terzo diritto di Daniel Pennac, il diritto di non portare a termine un libro. Che cosa orrenda!
E così via, tutta d’un fiato mi ritrovo catapultata tra il nostro protagonista Massimo e due vecchietti e mezzo che poi torneranno tre (leggete, leggete il libro e capirete!) e comunque e sempre meno uno. Ma vi avviso: ci sono due new entry che, chissà, potrebbero anche tornare prossimamente per rendere meno malinconica questa sedia vuota ai vecchiacci superstiti e a noi lettori orfani. C’è poi una morta ammazzata, giusto per dare un collante color giallo ad una narrazione come sempre brillante che ben si reggerebbe in piedi anche senza una catalogazione di genere precisa, supportata da dialoghi, intuizioni e valori a cui attingere senza sentire la mancanza d’altro. Beh, una mancanza grave, lo ripeto, c’è, ma Malvaldi si fa (quasi) perdonare perché non ci abbandona alla malinconia intrecciando l’eredità del nostro de cuius, che quindi ci gironzola sempre intorno, a condomini che di ragioni per uccidere ne hanno da vendere. Il vecchietto resta insomma e per fortuna, in qualche modo tra noi mentre Massimo & Co. tentano con i soliti metodi più o meno (meno molto meno) convenzionali, di piombare sul colpevole e liberare tutti gli altri sospettati. Fiducia ben riposta e Pennac ciao alla prossima. Pochi spoiler in questa recensione, preferisco lasciarvi la sorpresa. Vi consiglio solo di non perdere l’occasione di leggere questo libro solo per protesta per la crudele dipartita: è il solito Marco Malvaldi con la sua solita ironia, sono i soliti vecchietti, è il solito bar(r)ista con moglie e figlia e potreste perdevi dei meravigliosi fuochi d’artificio…
Recensione di Anna Morandini.
Libri della serie "I delitti del Barlume"
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