Al Thriller Café oggi c’è quell’umidità soffocante dell’estate asiatica; parliamo di “Ombre senza voce“, il clamoroso esordio letterario del 1993 del maestro giapponese Tokuro Nukui. Un’opera che in patria ha venduto oltre mezzo milione di copie e che è finalmente arrivata anche in Italia grazie a Longanesi.
Tokyo, estate 1991. La megalopoli è paralizzata da un terrore strisciante: diverse bambine in età prescolare stanno scomparendo nel nulla. Quando il primo piccolo cadavere viene rinvenuto sul greto di un fiume, la pressione diventa insostenibile. A guidare le indagini c’è il sovrintendente Saeki, capo della Prima Divisione Investigativa. Saeki è un uomo accerchiato: la stampa lo bracca, l’opinione pubblica esige un colpevole e, come se non bastasse, tra i corridoi della centrale serpeggia l’invidia dei colleghi, che lo accusano di essere un “raccomandato” arrivato ai vertici solo grazie a parentele influenti. Con un matrimonio a pezzi e le indagini a un punto morto, Saeki lotta con le unghie e con i denti per non affondare.
Su un binario parallelo, per le stesse strade caotiche, si muove Matsumoto. È un uomo distrutto, che vive con una voragine nel petto da quando ha perso tragicamente la sua figlioletta. Disperato e irrimediabilmente solo, Matsumoto cerca un appiglio per sopravvivere al dolore. Lo troverà nelle spire di una sedicente e dubbia setta religiosa che gli promette la salvezza e la purificazione, ma a un prezzo psicologico e personale altissimo.
“Ombre senza voce” comincia con un piglio quasi da True Crime: la prima metà è meticolosa, al limite dell’aridità nella sua precisione. Nukui tratteggia in modo iper-realistico le rigide gerarchie e le lotte di potere della polizia giapponese, e nel frattempo porta il lettore nelle dinamiche manipolatorie delle nuove religioni. È una narrazione che richiede pazienza e attenzione per non perdersi. A mano a mano che la lettura procede, vediamo con chiarezza il sotto-testo di critica sociale del romanzo, esplicitato in una dinamica di odio/amore tra le forze dell’ordine e i mass media. La stampa, pur vitale nella sua funzione, insegue la sensazione a tutti i costi, vuole far clamore, deve vendere, creare allarme, e finisce per inquinare le indagini.
Altrettanto potente è la denuncia delle sette. Matsumoto è un uomo fragile, e su questa fragilità si nutrono questi culti, avvoltoi delle carenze affettive e dei traumi familiari.
I primi due terzi del libro viaggiano su questi binari, preparando lentamente il terreno all’ultima parte del libro. Quando le due linee narrative convergono, si giunge a un finale spietato e che dà una nuova chiave di lettura a ogni singola pagina precedente.
“Ombre senza voce” è un bel romanzo, capace di descrivere come il dolore infantile e le negligenze degli adulti creino mostri che la società finge di non vedere, finché non è troppo tardi. Un libro che sarebbe dovuto arrivare nel nostro paese già da tempo e che è ancora attuale, nonostante sia stato scritto oltre trent’anni fa.
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