Odore di chiuso – Marco Malvaldi
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Si intitola Odore di chiuso l’ultimo romanzo di Marco Malvaldi, dato alle stampe per i tipi della Sellerio. Questa volta non si tratta delle investigazioni parallele dei vecchietti del BarLume, ma di un giallo ambientato nella Maremma di fine ottocento per cui Malvaldi scomoda, nel ruolo di investigatore, nientemeno che Pellegrino Artusi, autore (nella realtà come nella finzione) del libro La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, ovvero il primo ricettario propriamente detto della storia italiana.
Artusi è ospite del barone Romualdo Bonaiuti al castello di Roccapendente, assieme alla di lui famiglia e servitù. Per lui la prospettiva di giorni rilassanti nella tranquilla cornice della campagna toscana, ma la pace e la quiete diventano ben presto un miraggio. Prima di tutto perchè l’ampia famiglia del barone è composta da personaggi piuttosto eccentrici: c’è per dire un figlio sedicente poeta e con la testa per aria, un altro del tutto dedito alla caccia di gonnelle e all’alcol, e una cugina del barone, zitella inguardabile, che per qualche strana ragione si mette in testa di essere diventata l’obiettivo amoroso dell’ignaro e per niente interessato Artusi.
Ma soprattutto perchè una mattina l’intero castello di Roccapendente viene buttato giù dal letto dagli strilli della signora Barbarici, dama di compagnia della baronessa, spaventata a morte per aver visto, chiuso nella cantina, il cadavere del maggiordomo Teodoro.
E’ questo l’incipit del gustoso romanzo di Malvaldi, un giallo ben architettato e narrato con un linguaggio frizzante ed ironico.
A livello di struttura si apprezza l’uso di archetipi del genere: il romanzo è incentrato su un classico “delitto della camera chiusa”, ovvero il cadavere rinvenuto in una stanza chiusa dall’interno, elemento che aggiunge al mistero dell’omicidio l’ulteriore enigma del come abbia fatto l’assassino ad andar via una volta compiuto il delitto. C’è poi il modo in cui si conduce l’indagine, attraverso i singoli interrogatori che danno modo a ciascun personaggio di dare la propria versione dei fatti e, allo stesso tempo, di aggiungere indizi per il lettore. E c’è l’investigatore ufficioso che affianca quello ufficiale, il primo dei quali vero autore della soluzione del mistero; nel libro di Malvaldi sono rispettivamente Artusi e il delegato Artistico (autorità mandata sul luogo del delitto), sullo sfondo di autorevoli predecessori, specie del giallo inglese di due secoli fa: Hercule Poirot e l’ispettore Japp, Sherlock Holmes e Lestrade.
I personaggi sono tratteggiati attraverso le loro caratteristiche di maschere, con richiami che occhieggiano al teatro greco: il barone decaduto, la cugina zitella, il figlio sciocco e l’altro donnaiolo, la servitù miserabile ma furba. E poi c’è lui, Pellegrino Artusi, involontario investigatore grazie alle doti sviluppate in cucina. La verità storica si mischia alla finzione quando Artusi stesso, nel corso del romanzo, spiega la genesi del suo innovativo libro di ricette. Un testo che nasce innanzitutto dalla personale necessità di mettere ordine in un settore dominato dal caos e dall’approssimazione, in cui ognuno tramandava al prossimo le ricette scrivendole un po’ come gli pareva: un pizzico di questo, un pugno di quello, mescolati insieme sinché non pare pronto. Il tutto in un linguaggio che non era ancora italiano ma dialetto, sullo sfondo di un’unità d’Italia sancita solo nelle carte politiche ma non nelle menti e nei cuori degli italiani, i quali continuavano a pensare (e a scrivere) come se la loro patria non andasse al di là dei confini regionali. Artusi raccoglie le varie ricette locali e gli da un’impronta scientifica, approcciandosi al cucinare con la stessa attenzione con cui esamina la scena del delitto del povero Teodoro, dando al delegato Artistico quei preziosi contributi per arrivare a scoprire il colpevole; rivelato, come nella buona tradizione del giallo, solo alla fine, tutti i personaggi riuniti attorno a un tavolo.
Malvaldi organizza tutto questo con un linguaggio agile e puntellato da un’irresistibile ironia, calcando sulle caratteristiche dei vari personaggi senza mai trasformarli in parodie, o peggio in macchiette. Una storia ben raccontata, che non perde mai il filo pur dipanandosi in episodi collaterali e gustose sotto-trame che condiscono e speziano la narrazione principale. Odore di chiuso ha tutti gli ingredienti di un buon giallo, amalgamati e ben dosati come una ricetta perfettamente eseguita.
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