Firenze, 2010. Siamo in un periodo in cui la città che può essere quasi denominata “città museo” è  invasa dalle orde barbariche dei turisti e sta vivendo un periodo di immobilismo che respinge ogni fervore e ogni innovazione.

A sconvolgere la “sonnolenza” è il fatto che nell’interrato di un palazzo del centro storico, sede della casa di moda Dombey & Son, viene ritrovato uno strano reperto. Loredana Fallai, segretaria generale della maison, ne rimane subito incuriosita e decide di sottoporlo a uno storico d’arte. Si rivolgerà, così, a una sua ex fiamma: Oreste Marcucci. L’uomo riconoscerà in quel reperto le famose tavole del Brunelleschi, risalenti ai primi decenni del ‘400.

«Sono loro. Non possono essere che loro. Avrei bisogno di una conferma, ma al momento non posso consultarmi con nessuno. La mano mi trema, devo tenerla a freno. Ho tanta paura. Sono le due tavole che ser Filippo Brunelleschi, il più grande architetto della storia, l’inventore del Rinascimento, disegnò con maestria immensa per studiare la prospettiva unica che ancora oggi porta il suo nome. Nessuna rivoluzione in tutta la Storia dell’arte è paragonabile a questa… con queste due tavolette ser Filippo inaugurò non solo un’epoca nuova, ma inventò lo Spazio in cui viviamo, respiriamo, lavoriamo, amiamo e a nostra volta inventiamo cose nuove.»

Ma quelle tavole scottano parecchio a tal punto che, l’indomani, la Fallai viene ritrovata morta con un colpo di pistola alla tempia. Suicidio? Il dubbio che non lo sia sorge nel momento in cui l’opera geniale del Brunelleschi scompare e con lei anche Oreste Marcucci. Che fine avranno fatto entrambi?

Quindici anni dopo il mistero non è ancora risolto. Anzi, in occasione del concorso per il completamento della facciata di San Lorenzo, una serie di omicidi faranno ripiombare Firenze al 2010…

Da pochi giorni in libreria, il nuovo romanzo di Luca Doninelli, utilizza il nero, o meglio il noir, per far immergere il lettore in un vero e proprio viaggio nel mondo dell’arte e degli intrighi che spesso sottendono al desiderio di accaparrarsi, più o meno lecitamente, un’opera di valore.

Come ci viene detto, più volte, nel libro il vero problema è il fattore umano.

«Il fattore umano è quella cosa che entra in una situazione definita, non importa come e da chi, e scombina tutti i giochi. È quel fattore che, poiché diminuisce il tasso di prevedibilità degli eventi, deve essere ridotto al minimo.»

Nero fiorentino, costruito su più livelli di lettura, è un romanzo dotto e ricco di citazioni erudite.

Si potrebbe quasi azzardare, a mio avviso,  che la vera protagonista sia Firenze perché la città medicea non è mero scenario che assiste alle vicende, ma respira, appare, si nasconde, incanta e impaurisce.

Il messaggio trasversale di questo romanzo colto e “denso” di nozioni, notizie e personaggi parrebbe essere: cosa succede quando in una città ricca d’arte (nel nostro caso, Firenze) torna dal passato un’opera geniale e innovativa come quella del grande Brunelleschi?

In conclusione, una lettura impegnativa perché, se non si è particolarmente competenti in merito, necessita di documentazione e approfondimenti individuali.

Luca Doninelli (1956) è uno scrittore, giornalista e drammaturgo italiano. Laureato in filosofia, ha vissuto a lungo a Desenzano. Ora, vive e lavora come docente universitario a Milano.

Con Bompiani ha pubblicato anche Fà che questa strada non finisca mai (2014); Le cose semplici (2015, premio Selezione Campiello 2016) e Tre casi per l’investigatore Wickson Alieni (libro per ragazzi che ha scritto con un gruppo di bambini e gli è valso il Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2019).

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Nero fiorentino. Un thriller colto, ironico e inquietante
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