L’ultima caccia – Deon Meyer
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Con la traduzione dall’inglese di Silvia Montis, è da poco uscito in libreria per le “edizioni e/o” l’ultimo romanzo dell’autore sudafricano Deon Meyer, scrittore, giornalista e sceneggiatore, classe 1958.
Si tratta di un autore particolare per varie ragioni, non ultima quella che – prima di venire tradotto in inglese – scrive in lingua afrikaans (una lingua germanica occidentale anche detta “olandese del Capo” o “olandese-africano”, dai primi coloni dei Paesi Bassi che fondarono Città del Capo). Si tratta anche di un autore che rappresenta ormai una garanzia, soprattutto nel genere noir, i cui romanzi sono stati tradotti in tutto il mondo. In Italia – grazie a editori come Piemme, Mondadori e soprattutto E/O – abbiamo già potuto apprezzare titoli come “Doppio colpo” (poi ripubblicato come “La lista del killer”), “Il sapore del sangue”, “Codice: Cacciatore”, “Afrikaan Blues”, “Safari di Sangue”, “Tredici ore”, “Sette giorni”, “Cobra”, “Icaro”.
Il romanzo che recensiamo oggi si intitola invece “L’ultima caccia”.
Siamo nell’estate del 2017, tra Bordeaux, in Francia, e Cape Town, in Sudafrica. Un uomo scompare misteriosamente dal treno più lussuoso del mondo. Viene ritrovato alcune settimane dopo, senza vita e sfigurato, nell’arido entroterra sudafricano, ai margini del deserto del Karoo.
Il caso viene dirottato alla polizia di Città del Capo, in particolare a Bennie Grissel, un capitano quarantasettenne dagli occhi slavi, robusto, brizzolato e rugoso (già protagonista riuscitissimo di precedenti romanzi di Meyer). Insieme a lui operano il suo collega Vaughn Cupido e una donna di nome Mbali Kaleni, che è nientemeno che un colonnello al comando della sezione dei crimini violenti.
La patata è bollente. Il codice del reato è “31984”, vale a dire il codice amministrativo del sistema giudiziario per l’omicidio. Non solo. Il cadavere è quello di un ex poliziotto (in particolare un ex agente della saps) nonché guardia del corpo di un ministro molto in vista. Si chiama Johnson e dietro la sua morte potrebbero celarsi complessi giri di corruzione, tali che la polizia e il governo non soltanto non collaborano con Griessel, ma tentano di depistarlo.
Quasi dall’altro capo del mondo, intanto, scopriamo Daniel Darret, un uomo solitario, di colore, di 55 anni. È fuggito in moto da Parigi ed è arrivato a Bordeaux. Se ne è innamorato ed è rimasto a vivere lì, da solo insieme alla sua gatta, lavorando come factotum per un anziano restauratore. In realtà l’uomo ha origini sudafricane e sta tentando di isolarsi per dimenticare un passato sanguinoso. Purtroppo il compito si complica quando alcuni vecchi amici e colleghi scoprono la sua nuova identità, lo rintracciano e lo invitano a tornare in patria per una missione della massima delicatezza.
Le due storie (non è un segreto che siano destinate a intrecciarsi) si sviluppano attraverso una terza persona binaria, la cui alternanza movimenta piacevolmente la narrazione.
Grazie alla maestria dell’autore i dialoghi risultano molto efficaci, e ci si affeziona immediatamente ai personaggi, alle loro debolezze e ai loro caratteri, alle loro fatiche nel vivere dentro ambienti così diversi tra loro ma sempre molto vividi e caratterizzanti.
Noir, spy-story, giallo d’azione, sono molte le etichette sotto cui potremmo catalogare questo avvincente romanzo, dietro il quale traspaiono anche spunti culturali legati agli eventi degli ultimi decenni sudafricani, alle responsabilità della politica e alle contraddizioni e ai conflitti del post-apartheid, in una terra in cui corruzione e capitalismo finanziario vanno a innestarsi in un coacervo di razze, di affari, di suoni e di colori, di culture e di religioni. Non a caso l’ambientazione esotica che fa da sfondo al romanzo viene resa perfettamente da Meyer, capace (grazie alla sua abilità e alle sue origini) di regalarci scorci memorabili di una paese (il Sud Africa) contraddittorio e affascinante, fatto di grandi cambiamenti e di territori che per molti di noi europei rimangono arcani.
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