L’albero d’oro – John Vaillant

L’albero d’oro – John Vaillant

Editore: Iperborea
Marina Belli
Protocollato il 30 Giugno 2026 da Marina Belli con
Marina Belli ha scritto 172 articoli
Archiviato in: Recensioni libri
Il riassunto del Barman

C’è un delitto al centro di questo libro, ma la vittima non è umana. È un abete di Sitka di trecento anni, alto cinquanta metri, unico al mondo per i suoi aghi dorati, radicato nel verde fitto delle isole Queen Charlotte – oggi Haida Gwaii – al largo della Columbia Britannica. Per il popolo Haida era Kiidk’yaas, un essere sacro legato al mito. Per la cittadina di Port Clements, una piccola attrazione turistica. Per i botanici, un’anomalia preziosa. Poi, in una notte d’inverno del 1997, lo scout forestale Grant Hadwin lo incide con una motosega. L’albero cade due giorni dopo. Hadwin confessa, deve comparire in tribunale e scompare nello Stretto di Ecate. Di lui non si saprà più nulla.

Da questa materia John Vaillant costruisce un’opera di non fiction che ha la struttura morale del noir: il colpevole è noto, ma il movente resta opaco, il crimine è semplice, le responsabilità sono diffuse. Hadwin non viene consegnato al lettore né come il folle di turno né come il profeta ecologista incompreso. Era un uomo competente, duro, capace di leggere il territorio palmo a palmo, e sempre più incapace di sopportare la contraddizione del proprio mestiere: amare la foresta e prepararne la distruzione.

Il libro funziona soprattutto quando allarga il campo, e lo fa con un coraggio raro nel panorama del thriller contemporaneo: evita la trappola del bene contro il male. Gli Haida non sono custodi innocenti di un Eden perduto, i boscaioli non sono semplici demoni rapaci: tutti partecipano a un sistema che trasforma la natura in risorsa economica, per poi scegliere un’icona da venerare e sentirsi meno in colpa.

È qui che si annida la domanda più tagliente del libro, quella che lo solleva dal genere e lo rende letteratura: perché un solo albero suscita lutto, rabbia, cerimonie pubbliche, mentre migliaia di alberi abbattuti ogni giorno diventano semplice paesaggio economico? Hadwin colpisce proprio questa ipocrisia, e lo fa con un gesto che è violento, arrogante, forse delirante, ma impossibile da archiviare come semplice follia.

Vaillant eccelle nella descrizione della natura selvaggia, con una prosa capace di restituire il peso fisico e psicologico della geografia costiera. E sa essere audace nel disegnare la collisione tra culture diverse, mostrando con ambiguità etica come entrambe abbiano partecipato allo sfruttamento delle risorse.

La storia dell’abete diventa quella delle isole, degli Haida, dei commerci con gli europei, della lontra marina portata quasi all’estinzione, dell’industria del legname. Ne esce un quadro dove nessuno resta completamente innocente: gli Haida non sono ridotti a custodi di un Eden perduto, gli europei non sono soltanto predatori, i boscaioli non sono caricature. Tutti, in momenti diversi, partecipano a un sistema che trasforma la natura in risorsa e poi sceglie un’icona da venerare per sentirsi meno in colpa.

Meno convincente, forse, è il ritratto psicologico di Hadwin: la visione mistica che lo trasforma, il matrimonio fallito, i figli appena nominati, i viaggi estremi – dalla Siberia a Miami – vengono sfiorati con una fretta che lascia il lettore con una certa insoddisfazione.

Il libro preferisce spesso l’ampiezza alla profondità, e questo produce qualche frattura narrativa. Eppure, a pensarci, quell’incompletezza somiglia al caso stesso: un albero caduto, un uomo svanito, una comunità che continua a discutere su cosa sia stato davvero perduto.

L’albero d’oro” non cerca consolazione. Non offre eroi e non assolve nessuno. Racconta un crimine contro un albero per parlare di una violenza più estesa, quella che diventa normale perché ordinata, redditizia, quotidiana. È un testo sul rimorso più che sull’ecologia, sul bisogno umano di dare un nome a una perdita prima di riuscire davvero a vederla.

Il vero parallelismo non è forse tra l’abete e il popolo che lo venerava, ma tra l’albero e il suo assassino: entrambi anomalie fragili, condannati in un sistema che non tollera ciò che è diverso. Un thriller imperfetto, frammentario, ma attraversato da una domanda che non si lascia archiviare facilmente. Come ogni grande noir che si rispetti.