La vedova – John Grisham
L’ultimo romanzo di John Grisham, “La vedova”, che esce in Italia per Mondadori nella collana Omnibus (traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe), non ha nulla da invidiare ai suoi più celebri successi. Forse il migliore di questi ultimi anni, con una quota di parte tecnica legale che non è eccessiva e un intreccio mozzafiato che si legge tutto di un fiato nonostante le dimensioni notevoli.
Siamo a Braxton, una piccola (immaginaria) cittadina della Virginia, dove l’avvocato Simon Latch sbarca il lunario con piccoli casi da poche migliaia di dollari per redigere testamenti o fallimenti. Fin tanto che un giorno non arriva da lui Eleanor Barnett, vedova di un ex impiegato della Coca-Cola e di recente trasferitasi a Braxton da Atlanta. Sulle prime sembrerebbe nulla di insolito, ma, dopo pochi minuti di colloquio, la vedova rivela all’avvocato di aver ereditato dal defunto marito una fortuna in azioni. Simon, sulle prime incredulo, si lascia coinvolgere dal racconto di Eleanor e capisce di avere per le mani la cliente che potrebbe cambiargli la vita.
Solo che la situazione non è così semplice e nelle settimane successive Simon scopre una serie di stranezze collegate alla vedova che rischiano di procurargli non pochi grattacapi. Ovviamente, non tutto è infatti come appare e da una possibile parcella milionaria, cominciano i guai che rischiano di rovinare Simon per il resto della sua vita.
Come già detto, l’intreccio è pregevole. Inizio un po’ lento, che decolla piano piano e culmina in un finale ad alta tensione che è costruito benissimo. Il personaggio centrale, l’avvocato Simon Latch, è credibile e ben connotato e anche i ruoli di contorno sono ben strutturati. La prosa di Grisham è sempre scorrevole, con un linguaggio semplice, ma efficace e i dialoghi sono azzeccati. Il peso della parte legal è equilibrato, ci sono sequenze in aula processuale, ma nella gusta misura e sono intervallate da azioni esterne che rendono il tutto non troppo noioso (mi metto nei panni di chi non stravede per i dibattimenti, perché io fin dai tempi di Ironside vivo invece di processi).
C’è tanto sud (degli Stati Uniti) tranquillo delle piccole cittadine di provincia in questo nuovo Grisham. Un sud che beve e gioca d’azzardo senza troppi problemi e che, come sempre nei romanzi dell’autore dell’Arkansas, è meno bigotto e più liberal di quello che l’immaginario collettivo potrebbe pensare. La storia è una storia di gente normale, che fatica ad arrivare alla fine del mese ed è troppo intelligente per cadere nelle trappole del sogno americano. Anzi, è talmente intelligente da capire che se non si riga dritto, il sogno può diventare anche un incubo.
La giustizia è sempre il cuore della narrazione di Grisham. Non tanto in questo caso per mettere in luce le tecniche abili degli avvocati più scaltri, ma per sottolineare ancora una volta, ammesso che ve ne sia la necessità, che quando si mette in moto la macchina giudiziaria si possono costruire castelli enormi che rischiano di stritolare le persone. In realtà, il tema dell’individuo che finisce nell’ingranaggio della macchina è tema molto americano e molto frequentato, ma il modo nel quale in questo romanzo Grisham lo risolve è intrigante e raffinato allo stesso tempo.
Sullo sfondo una società (americana e non, una volta si sarebbe detto occidentale) sempre più frammentata e impoverita, una condizione degli anziani precaria e priva di punti di riferimento. E anche un mestiere di avvocato sempre più diviso tra i grossi pescecani che con poco scrupolo costruiscono affari milionari e una pletora di avvocati minori trasformati in impiegati che campano di noia e stenti.
Il tutto raccontato in modo sopraffino e accattivante. E, sarei pronto a scommetterci, con una storia che è destinata a diventare un altro best-seller cinematografico.
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