Per Evy c’è un prima e un dopo, a sancire il punto zero è Quel Giorno.
Il giorno in cui suo marito Erling è morto per una caduta in bicicletta e le immagini che Evy non riesce a togliersi dalla mente sono il corpo a terra, la fascetta del casco e la sclera bianca dell’occhio, quello sguardo prima di esalare l’ultimo respiro.
Tutto il resto è avvolto dalla nebbia, i pensieri si sovrappongono, non è lucida, non ricorda, è perennemente stanca e vorrebbe soltanto dormire.
È evidente che qualcosa non quadra visto che la polizia ha voluto perquisire la casa facendole domande pressanti e che i tre figli bisbigliano alle sue spalle e la guardano con espressioni stranite.
In più sono spariti i medicinali di Erling, quelli che prendeva per il cuore, così come sono scomparse la bicicletta che lei dopo l’incidente aveva rimesso in garage e l’agenda che era sulla scrivania.
A questo punto Evy prende per mano il lettore e lo costringe a seguire i suoi ragionamenti, dapprima confusi e poi, via via, sempre più chiari e coerenti.
È un viaggio contorto, apparentemente illogico, la mente di Evy divaga, segue linee temporali incoerenti, avanti e indietro nel tempo, prima e dopo Quel Giorno.
Il lettore non ha possibilità di scelta, deve gioco forza seguire il percorso tracciato da Evy, quarantanove anni di matrimonio in una famiglia patriarcale nella quale il marito lavora e controlla le finanze mentre la moglie è confinata alla cura della casa e alla crescita dei figli.
Le rinunce, i dolori, le bugie: la psicologia di questo thriller sta nella tensione trasmessa dalla protagonista, la sua solitudine, i suoi errori, i suoi sensi di colpa.
Che finalmente lei può confessare, libera da ogni legame.
Il romanzo è ambientato in Norvegia ma il territorio non ha alcuna influenza sulla storia perché il male è ovunque, non risparmia nessuno, nemmeno le famiglie perbene.
Recensione di Stefania Oluic.
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