Fabio Bussotti è nato a Trevi, in provincia di Perugia, nel 1963. È stato allievo di Vittorio Gassman presso la Bottega Teatrale di Firenze dove si è diplomato nel 1984. Inizierà, in seguito, a lavorare in teatro con illustri registi e al cinema con Federico Fellini, Mario Monicelli e Liliana Cavani (per la quale ha interpretato un ruolo in Francesco – Nastro d’Argento come migliore attore non protagonista). La sua passione per l’arte a 360 gradi si ritrova anche nella sua produzione letteraria che prende ispirazione da poeti, architetti, scrittori, pittori… Infatti esordisce nell’editoria nel 2008 con L’invidia di Velázquez, la prima indagine del commissario Bertone. Accolto favorevolmente da pubblico e critica, il suo imperfetto commissario diventa un personaggio seriale, così seguirono ben presto: Il cameriere di Borges (2012), Le lacrime di Borromini (2015), Al cuore di Beckett (2016), San Francesco a Central Park (2017), L’amico di Keats (2019).

Ora, amici del bancone letterario di Thriller Café, recensirò l’ultimo suo romanzo: La ragazza di Hopper (Mincione, 2021).

Il commissario Flavio Bertone, molisano, alcolista e depresso sia per le proprie vicende personali sia per la situazione pandemica, si è isolato sempre di più da tutti rifiutando spesso la compagnia degli amici o l’invito di Massimiliano, figlio della sua amata Rosa (morta prematuramente in seguito a un infarto).

Ma è il 7 settembre 2020 quando una telefonata fatta dal suo ispettore Ciccio Cacace gli comunica: «Commissà hanno strozzato ‘na cammeriera all’hotel Massimo d’Azeglio de via Cavour. Se chiama Nora Rodnic; no, aspetti, Rednic, Nora Rednic… Rumena… Trentaquattro anni… Sposata co’ un muratore…» costringendo lui e tutta la sua squadra dell’Esquilino a indagare su questo tragico omicidio.

Quando giungono sulla scena del crimine, però, l’ispettore Antonio Pizzo ha una strana suggestione. Gli sembra, infatti, di aver già visto quella ragazza, quella stanza, quella moquette, quelle scarpe… ma soprattutto di aver già visto quella luce così bianca. Ma dove? Ricordò: era proprio quell’atmosfera e quell’ambientazione presente nel quadro di Edward Hopper “Stanza d’albergo” che lui e la moglie avevano recentemente ammirato nel museo madrileno Thyssen-Bornemisza. Ma come era possibile tale similitudine? Era voluta o casuale?

La squadra investigativa si muove indagando sulla vita della bella e colta cameriera giungendo a vari sospetti tanto, forse troppo, nebulosi: forse il marito non era certo un santo; forse una ricca donna anziana la conosceva; forse il cuoco peruviano dell’albergo l’amava, ma sicuramente le inviava lettere d’amore…

Bertone, con il suo intuito alla Maigret, non è neanche intenzionato a sottovalutare la suggestione di Pizzo, anche perché la triste ragazza dipinta nel quadro di Hopper è intenta a leggere una lettera e Nora Rednic conservava, nella tasca della divisa, proprio una lettera d’amore del cuoco Marcos. Pertanto, Flavio Bertone decide di contattare Mafalda Moraes che in passato è stata direttrice del museo madrileno e che si è sempre dichiarata un’esperta del pittore americano.

Come sarà possibile risolvere l’ingarbugliata vicenda? Forse solo “entrando” nel misterioso e simbolico quadro di Hopper…

Anche in questa settima avventura del commissario Bertone, la trama creata dal bravo Bussotti è davvero intrigante perché, come sempre, lui è abile a mescolare scenari, tempi e luoghi della storia narrata in modo fluido.

I suoi personaggi presentano, a mio avviso, elementi comuni. Hanno tutti, o quasi tutti, vite fragili allo sbando dominate spesso da eccessi: alcol, cibo, caffè o sesso e non disdegnano imprecazioni e l’uso delle maniere forti.

Il linguaggio è un vagare continuo tra registri diversi: si passa dal romanesco greve (anche “condito” con turpiloqui vari) al modo di esprimersi dei vari dipendenti extracomunitari dell’albergo che cercano di italianizzare la loro lingua e infine a citazioni colte che qua e là impreziosiscono la narrazione.

La ragazza di Hopper ha inizio con un esergo che riporta le parole dello stesso pittore: «La vita interiore di un uomo è un regno vasto e variegato e non riguarda solo dei piacevoli accordi di colore, forma e disegno». A queste parole di Hopper, Bussotti affianca quelle di Yehuda Amichai che sembrano essere perfette per aiutarci a entrare nella psicologia enigmatica del pittore alla quale si ispira tutto il romanzo: «Ma la vita vera accade fra il buio e la luce: “Ho chiuso a chiave la porta”, dicesti, un’importante frase, gravida di fato. Ricordo le parole ma ho scordato da che lato le dicevi, se dentro casa o fuori della porta.» Infatti, tutti i personaggi raffigurati nei quadri di Hopper sono sempre statici e non si comprende mai chiaramente se siano dentro alla casa o fuori di essa e se un evento, anche funesto, sia appena avvenuto o debba ancora succedere.

Tutto il romanzo si svolge a Roma ad eccezione del colpo di scena finale, degno di un vero e proprio poliziesco, che avviene alle Isole Barbados e di due “camei” a Cape Cod nel Massachusetts. Il primo, che funge da prologo, è un salto temporale indietro nel tempo (1963) e vede il timido pittore, a casa propria, alle prese con un’intervista e nel secondo, l’epilogo, troviamo Bertone che, risolto il caso, ritorna all’origine quasi come a voler “uscire dalla storia”.

Lettura davvero piacevole e consigliatissima non solo a chi, come me, ama le narrazioni che sono un mix tra giallo e arte.

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La ragazza di Hopper
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La ragazza di Hopper
  • Bussotti, Fabio (Autore)