Per un appassionato di storia militare, le biografie di soldati o ex soldati regalano sempre spunti interessanti.  Alcune volte, capita che da questi racconti vengano tratti dei film, come il caso del libro oggetto di questa recensione.

La cecchina dell’Armata Rossa ha infatti ispirato un film del 2015 intitolato Resistance – La battaglia di Sebastopoli. Iniziamo a citare l’autrice: Ljudmila Pavlichenko. Nel pensiero comune, si è abituati ad associare i soldati a figure maschili, forse anche sotto la forte spinta dei film di guerra e  d’azione. Esistono, però, realtà in cui le donne sono state impiegate con grande successo in combattimento. In tempi recenti, possiamo ricordare le combattenti Peshmerga, impegnate per anni contro l’ISIS. In Israele è previsto il servizio di leva militare femminile. Nell’ex Unione Sovietica, durante la guerra patriottica contro gli invasori nazisti, è stato fatto largo uso di soldatesse.

Ljudmila Pavlichenko è stata proprio una di queste donne. Tra il 1941 e il 1942 combatté prima a Odessa e poi a Sebastopoli, agendo come tiratore scelto. Al suo attivo le sono state attribuite 309 uccisioni ufficiale, fatto che la annovera tra i cecchini più prolifici del suo Paese. La propaganda sovietica fece di lei un eroina, arrivando a impedirle di tornare a combattere. Nel 1942 fu scelta per fare parte di una delegazione inviata in Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, in una sorta di viaggio propagandistico. L’obiettivo del compagno Stalin era quello di aprire un secondo fronte in Europa, allo scopo di alleggerire la pressione dei tedeschi sull’Unione Sovietica.

La biografia di Ljudmila Pavlichenko è stata scritta dopo la sua morte, avvenuta nel 1958, sulla base  degli appunti presi negli anni di guerra che stava rielaborando. Nella prima parte viene raccontata la vita della Pavlichenko prima della guerra. Non l’ho trovata particolarmente interessante, ma occupa una porzione minima del libro. Quello che emerge fin da subito è il forte patriottismo che caratterizza tutta la narrazione, come del resto c’è da aspettarsi considerando il periodo in cui ha rielaborato i suoi appunti.

La storia si accende nel momento in cui viene trattata l’invasione dell’Unione Sovietica da parte dei tedeschi. La Pavlichenko si  arruolò in fanteria e ottenne il suo battesimo del fuoco nei pressi di Odessa. Sono descritti diversi combattimenti in cui fu protagonista. Venne ferita diverse volte e in seguito la sua unità ripiegò verso Sebastopoli (località in cui combatterono i piemontesi durante la guerra di Crimea). Tra i vari fatti d’arme raccontati,  mi è sembrato avvincente un episodio in cui la Pavlichenko e i suoi compagni annientarono un centro di comando tedesco. Durante tutta la narrazione si avverte l’odio provato dalla Pavlichenko per il nemico (tedeschi e rumeni), quasi come se lo stesso le rendesse più facile premere il grilletto. E forse era proprio così.  Del resto non deve essere facile uccidere un nemico, magari dopo averlo sorvegliato per ore attraverso l’ottica del fucile, imparando a conoscere i tratti del viso o le movenze.

Come già accennato, la popolarità della Pavlichenko fu così grande che i vertici del partito comunista decisero di ritirarla dai combattimenti. Nella biografia, la Pavlichenko esprime in maniera chiara che non si trovò d’accordo. Avrebbe preferito di gran lunga continuare a combattere con i suoi compagni l’invasore tedesco.

Nonostante tutto, la Pavlichenko era pur sempre un devoto soldato rispettoso degli ordini. Affrontò la nuova avventura con la stessa determinazione. Dichiara di aver ricevuto da Stalin in persona un dizionario russo-inglese. Il viaggio oltreoceano non fece che accrescere la sua popolarità, facendole conoscere personaggi di calibro come il presidente statunitense Franklin Roosevelt e sua moglie (di cui diventò anche amica), Winston Churchill o l’attore Charlie Chaplin. A mio giudizio, ho trovato questa parte del libro a tratti noiosa, anche se in generale gradevole.

Un tema che può essere considerato un filo conduttore della biografia è il continuo dover dimostrare il suo valore da parte della Pavlichenko, in quanto donna. Fin dall’addestramento, la cecchina dovette lottare contro lo scetticismo da parte dei compagni sulle sue capacità. Ottant’anni dopo verrebbe da sperare che i pregiudizi sulle donne siano stati superati. Purtroppo, non è ancora così anche se spesso si cerca di fare credere il contrario. Lo si vede dalle piccole cose, magari anche quelle più innocenti, come quando mia figlia di sei anni mi racconta che i maschietti della sua classe le dicono che le femmine non sono forti.

Per concludere, La cecchina dell’Armata Rossa è una biografia che merita di essere letta sia dalle donne, magari come fonte d’ispirazione, sia dagli uomini per aiutarli a comprendere che il sesso debole è ormai un retaggio del passato.

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La cecchina dell'Armata Rossa
16 Recensioni
La cecchina dell'Armata Rossa
  • Pavlicenko, Ljudmyla (Author)