Il ghigno d’avorio – Ross Macdonald

Il ghigno d’avorio – Ross Macdonald

Serie: Lew Archer
Redazione
Protocollato il 24 Agosto 2025 da Redazione con
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Il riassunto del Barman

Nello scorso mese di giugno a più di settant’anni dalla sua prima uscita a New York nel 1952 con il titolo “The Ivory Grin“, by Ross Macdonald, è stato pubblicato da Fanucci editore il romanzo “Il ghigno d’avorio” nella traduzione di Raffaella Vitangeli.

L’ammiccante e strano titolo del giallo è tutto un programma: “La luce della torcia illuminò il ghigno d’avorio della morte…le orbite vuote di uno scheletro fissavano il nulla…appeso con fili metallici alla sbarra dell’armadietto”, ci racconta Lew Archer, l’investigatore privato che entrato di nascosto in uno studio medico, si imbatte in uno scheletro nell’armadio suscitando nel lettore un abusato e inquieto luogo comune. Tutti hanno qualcosa da nascondere da qualche parte, nelle vite passate e nei posti più reconditi dell’animo ma questo scheletro messo lì all’inizio del racconto è sorprendente perché prefigura un indizio, una traccia fondamentale nella soluzione dell’indagine con la quale Archer dovrà misurarsi, incaricato con una banconota da cento dollari di rintracciare una presunta ladra di gioielli, Lucy Champion, da una donna facoltosa, Una Larkin.

L’incarico è tutto un imbroglio, una finzione che nasconde ben altro che il furto di una cameriera, si sente subito che quello che sta accadendo non è come sembra, ma Archer è curioso e a corto di denaro, vuole capirci qualcosa e nella ricerca di Lucy, che troverà morta con la gola tagliata in un motel, dovrà affrontare la corruzione, i traffici illeciti, gli intrighi e la presenza inopportuna di altri investigatori assunti con la promessa di un grosso compenso di cinquemila dollari per ritrovare un giovane ricco misteriosamente scomparso.

Anche il nome dall’autore del romanzo è falso, non è quello vero perché è uno pseudonimo utilizzato da Kenneth Millar, nato in California il 13 dicembre 1915, con alle spalle un’infanzia e un’adolescenza molto precarie, che nel corso della vita riscatterà fino al riconoscimento di indiscusso autore del poliziesco americano insieme a Dashiell Hammett e Raymond Chandler. Ross Macdonald è il creatore della fortunata serie dell’investigatore privato Lew Archer, sulla falsariga dei più famosi Philip Marlowe e Sam Spade, gli investigatori privati americani totalmente diversi e diametralmente opposti a quelli inglesi, come Sherlok Holmes che attraverso la logica deduttiva scopre il mistero e l’assassino, o come il famosissimo James Bond, l’agente segreto 007 di Ian Fleming che lavora per la Corona d’Inghilterra. Gli investigatori americani agiscono individualmente, lavorano per conto proprio, hanno uffici piccoli e impresentabili e sono sempre alla ricerca di incarichi per sbarcare il lunario, bevono whisky e fanno in genere pedinamenti o appostamenti a bordo delle loro decappottabili.

Lew Archer che rappresenta in modo ineccepibile tutte queste caratteristiche compare nei gialli di Macdonald già nel 1949 con “Bersaglio mobile” e sarà la figura principale che lo accompagnerà per tutta la vita fino alla morte prematura nel 1983 proprio in California, dove è ambientato il romanzo “Il ghigno d’avorio“.

In Italia l’investigatore Archer lo abbiamo conosciuto nella raccolta Le sette fatiche di Lew Archer, Omnibus Mondadori 1966 a cura di A. Tedeschi; riproposto poi nel 1991 con Lew Archer Story, Mondadori 1991 e Sunset Boulevard, Mondadori 1993. Adesso, nel 2025, la pubblicazione di questo poliziesco americano assume un aspetto nuovo e rilevante pur trattandosi di un racconto molto realistico, semplice e avvincente nello stile dei migliori polizieschi americani dove l’azione è predominante.

Più che la trama, sono i luoghi e i tempi del racconto che ci inducono a riflettere nel confrontare questa storia degli anni ’50 del secolo scorso con la realtà americana odierna.

Il romanzo scritto nel 1952 è ambientato nella California agricola della vallata di Santa Clara che diventerà poi la straordinaria Silicon Valley, la valle del silicio dei transistor, dei computer, di internet e dell’attuale intelligenza artificiale. L’Europa è alle prese con la ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, l’America invece in quest’epoca da l’avvio con due decenni di anticipo ad una tecnologia e a un boom che in Italia arriverà solo negli anni ’60. La California diventa il polo attrattivo del denaro del successo e della fama con tutte le celebrità di Hollywood e del cinema.

Non a caso proprio nel cinema, il Lew Archer di Mcdonald diventerà famoso e sarà interpretato dal grande Paul Newman ma con il nome di Harper in Detective’s Story del 1966 e Detective Harper: acqua alla gola, del 1976.

La location californiana del racconto è importante perché antecedente al mito americano di Donald Trump, del self made man, l’uomo che si è fatto da solo, il mito dove tutto è possibile, dove la ricchezza è una possibilità per tutti ma in verità la ottengono solo in pochi.  Ross Mcdonald ci descrive l’America del tempo segnata dalla linea di demarcazione del razzismo e in effetti i personaggi ‘perdenti’ del racconto sono quasi tutti di colore, non hanno gli stessi trattamenti riservati ai bianchi e vivono in due entità separate trattate dallo sceriffo Oscar Lanson in modo imparziale. Il ragazzo imprigionato da Lanson, Alex Norris, ricorda molto la vicenda di George Floyd di cinque anni fa ammazzato dagli agenti di polizia durante un fermo di controllo. La California, il Golden State della corsa all’oro di fine ‘800, la terra promessa è descritta da Macdonald nella sua cruda e contraddittoria realtà. I personaggi vivono di espedienti, attratti dal mito del facile guadagno, il ricatto, l’inganno, un rinvio infinito di nomi di donne implicate che rimandano ad altre donne in una sorta di scatole cinesi per cui alla fine è difficile ricordarne anche i nomi. Quello che si ricorda sempre nell’inconscio ma in modo latente è invece l’onnipresente ghigno d’avorio dello scheletro bianco nell’armadietto del dottor Benning.

Guardando all’America odierna, alle contraddizioni sorte in California, con gli incendi delle case dei divi, con i cambiamenti climatici e tutte le disparità sociali legate all’acquisto impossibile per la gente comune di una casa o per trovare un lavoro ci fa sorridere l’onorario di Archer con cento dollari di acconto e la speranza di un gruzzolo più grande di cinquemila dollari.

Le descrizioni della costa californiana negli spostamenti a bordo della sua decapottabile sono impeccabili, i motel polverosi e indescrivibili nella povertà che li circonda dove le persone si rifugiano in cerca di un anonimato al limite dell’esistenza lontano dalla società e dalla legge e dove a volte trovano, come Lucy, la morte.  Si adombra il crollo odierno del sogno americano della mentalità di espansione e di sfruttamento egoistico delle risorse naturali sotteso nel mito della frontiera dello storico Frederick Jackson Turner.

Lew Archer non è Philip Marlowe interpretato così bene da Humphrey Bogart e Ross Macdonald non è Chandler che considerava il creatore di Archer uno scrittore lento e senza passioni e per giunta anche cattolico. Ma in fondo la peculiarità di Macdonald rispetto a Chandler consiste proprio nella diversa accezione dell’investigatore privato: Marlowe è una figura centrale nel racconto mentre il detective Archer “è sempre presente, ma sommerso nel romanzo: è un mezzo per raggiungere un fine e non è fine a sé stesso. Io tendo a servirmi della formula poliziesca per scrivere dei romanzi sulla vita americana”. La vita americana di questo racconto sembra tragicamente sommersa, una vita ai margini, dove le differenze sociali diventano sempre più evidenti, una vita di periferia ambientata su un paesaggio che farà da sfondo a tanti sogni da realizzare nel mito del denaro e della notorietà.

Se queste parole non hanno suscitato in voi l’interesse di vedere come va a finire e come Archer risolverà la soluzione per uscire dignitosamente indenne dalla storia, pensate almeno una volta all’immagine indimenticabile del ghigno d’avorio dello scheletro che nel suo abbraccio ondeggiante, per fortuna solo romanzesco, potrà tenervi compagnia in queste calde notti d’estate al riparo dagli esosi dazi di Trump e dalle guerre che l’uomo non è più in grado di fermare.

Recensione di Michele Mennuni.

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