elmore leonardSe volete trovare un moderno Dickens, non affannatevi nella ricerca: esiste, lavora per il nostro piacere e il suo nome è Elmore Leonard.
Elmore Leonard nasce a New Orleans nel 1925, ma si stabilisce ben presto a Detroit, dove mette radici. Attraversa la seconda guerra mondiale, si prende una laurea in Letteratura e inizia una serie di lavoretti che gli permettono di sbarcare il lunario in attesa che prenda forma la sua vera passione, la narrativa. E’ lui stesso a raccontare le prime difficoltà non tanto nel farsi pubblicare, quanto proprio nello scrivere. Il lavoro non gli lascia tempo, le mille incombenze del quotidiano lo assorbono senza dargli la possibilità di concentrarsi. Ha la necessità di ritagliarsi uno spazio solo per sé, allora prende l’abitudine di alzarsi tutti i giorni alle cinque del mattino; due ore di tempo per scrivere, poi colazione e ufficio. E’ dura, ma dopo i primi tempi in cui al suono della sveglia non faceva altro che girarsi dall’altra parte, riesce a trovare il ritmo giusto. Si impone la regola delle “(almeno) due pagine prima del caffè”, e la cosa sembra funzionare. L’abbrivio è così forte che l’urgenza di scrivere alle volte travolge ogni altra faccenda, persino al lavoro. Tiene un blocco di fogli nel cassetto della sua scrivania, in ufficio. Ci infila la mano e scrive così, pronto a richiuderlo di scatto non appena entra qualcuno. Uno “scrittura-dipendente”. Ma di sicuro non c’è droga più sana.
Trova la sua più familiare ambientazione negli scenari western. Troppi film e troppi romanzacci, probabilmente, ma nell’America di quegli anni andava così. All’inizio sforna prove di puro entusiasmo e poca sostanza, ma col tempo il suo stile si raffina. Mette insieme i primi racconti e li spedisce a diversi editori e riviste, di quelle che pagano un tanto a parola e fanno da vetrina – oltre che gratificare l’ego – per un sacco di giovani promesse (il nome Stephen King dice nulla?).
Ne piazza uno, I diavoli rossi, e poi La pista Apache, il suo primo racconto pubblicato. Da allora, con alterne fortune, Leonard continuerà a pubblicare senza sosta. Nel ’56 un primo passo verso la consacrazione: la prestigiosa rivista Saturday Evening Post dà alle stampe un suo racconto, Il momento della vendetta.
Ma già in quegli anni il filone western inizia a segnare il passo, e Leonard capisce che deve cambiare rotta se vuole continuare a guadagnare da quello che scrive. Il Dickens di Detroit (definizione di Martin Amis, suo amico) non ha mai nascosto che uno dei principali motivi per cui ha iniziato a scrivere, a parte il piacere stesso del farlo, era quello di guadagnare dei soldi. Proprio per questo il paragone risulta quantomai azzeccato: Dickens scriveva un tanto al chilo, eppure nemmeno il più snob tra i critici ormai oserebbe dire che i suoi libri non siano dei capolavori.
Leonard si dà al poliziesco, o per meglio dire alla “crime novel”, genere che in effetti non ebbe mai a conoscere momenti di crisi da quando comparve sulla scena della letteratura. Si licenzia, e con la liquidazione per dieci anni di lavoro ottiene un’autonomia finanziaria di circa sei mesi, tempo che vuole utilizzare per scrivere il suo primo vero romanzo: Il grande salto. Ma le cose non vanno come programmato, compra casa e il mutuo gli succhia via il danaro, deve riprendere a scrivere di pubblicità per poter campare. C’è però un Dio degli scrittori che vigila, evidentemente, perché nel 1966 un produttore compra da Leonard i diritti per realizzare Hombre, il debutto del Nostro sul grande schermo.
Quello con Hollywood sarà sempre un rapporto un po’ così. Fedele alla sua filosofia vagamente materialistica, Leonard non è di quegli artisti che strillano allo stupro ogni qual volta il regista si prende qualche licenza di troppo. Un film è un film, sostiene, mentre i romanzi sono tutta un’altra cosa. Ricorda un po’ quello che diceva Hemingway: “con Hollywood ci incontriamo a metà strada. Io gli butto il libro, loro mi buttano i soldi, e poi ognuno scappa nella direzione opposta”.
Certo, se così non fosse, Leonard avrebbe un esaurimento nervoso ogni due per tre, vista la grande quantità di film che vengono tratti dai suoi libri. Tarantino, che pure lo ama, stravolge Rum Punch quando gira JackieBrown , e confessa a Leonard di avere avuto paura di chiamarlo per tutto l’anno successivo all’uscita del film. Leonard si fa una grande risata e dice: “Sei un regista, fai quello che devi.”
Perché la relazione tra Leonard e il cinema è così prolifica? La risposta sta nello stesso stile dello scrittore. A detta di tutti coloro che li hanno portati sul grande schermo, i suoi romanzi sembrano essere già stati scritti per il cinema. Sono divisi in scene, non si perdono in descrizioni superflue, hanno dialoghi che funzionano. Esiste quasi sempre una differenza, più o meno sottile, tra i dialoghi dei romanzi e quelli per i lungometraggi. Molte volte quelli che vanno bene per i primi sono assolutamente inadatti per i secondi: basta recitarli a voce alta per rendersi conto di quanto suonino improbabili, quando non addirittura artefatti, pur sposandosi alla perfezione con la pagina scritta. Questo con Leonard non succede. I suoi personaggi parlano come parlerebbero persone vere: nelle sue pagine il cinema è già lì, pronto all’uso. Del resto questa sua dote, universalmente riconosciuta, è ormai il suo marchio di fabbrica. “Alcuni lettori saltano interi paragrafi se li trovano noiosi, ma avete mai sentito di gente che salta i dialoghi?” disse in un’intervista. Sembra una provocazione, ma Leonard è molto serio quando parla di stile. E’ uno di quelli che ha, o dice di avere, una ricetta per romanzieri, tanto da mettere giù dieci regole per scrivere bene che consegna agli aspiranti scrittori senza tema di apparire pomposo. Consigli di certo utili, ma da prendere con le pinze, specie quando ammonisce a non scrivere prologhi o descrizioni ambientali, che tanto solo annoiano chi legge: come dire gran parte della letteratura otto/novecentesca spazzata via con una scrollata di spalle.
Piccoli peccati di presunzione a parte, c’è di vero che i suoi libri funzionano sia come romanzi che come film. Alla sua attività di scrittore (che gli porta anche un meritato premio Edgar nel 1984 per Dissolvenza in nero), Elmore Leonardsi affianca dunque ben presto quella di sceneggiatore, in una produzione senza sosta di racconti e romanzi noir e western.
Tra i tantissimi film tratti dai suoi libri troviamo Get Shorty con John Travolta, Quel Treno per Yuma (recentemente rifatto con Russel Crowe), il già citato Jackie Brown, Out of Sight di Soderbergh, solo per restare ai più famosi.

E’ sparito nel tramonto, come molti suoi personaggi western, il 20 agosto 2013.
Milioni di fan lo rimpiangeranno.

Le dieci Regole di Elmore Leonard per scrivere bene:

1. Mai aprire un libro parlando del tempo
2. Evita i prologhi
3. Introduci i dialoghi esclusivamente con “disse”
4. Mai accompagnare il verbo “disse” con un avverbio
5. Tieni i punti esclamativi sotto controllo
6. Mai usare le espressioni “improvvisamente” o altre frasi fatte
7. Risparmia espressioni dialettali o gergali
8. Niente descrizioni dettagliate dei personaggi
9. Niente descrizioni dettagliate di luoghi e cose
10. Tenta di lasciar fuori le parti che un lettore salterebbe

Sito ufficiale di Elmore Leonard
Wikipedia

I libri di Elmore Leonard: acquistali su IBS!

Ti è piaciuto l'articolo? Iscriviti alla newsletter

Inserisci la tua email e riceverai comodamente tutti i nostri aggiornamenti con le novità, le anticipazioni e molto altro.

Articolo protocollato da Cristiano Idini

Magistrato Onorario alla Procura di Sassari, scrittore per passione e diletto, grande divoratore di libri e fumetti. Non necessariamente in quest'ordine.

Cristiano Idini ha scritto 30 articoli: