È solo l’inizio commissario Soneri – Valerio Varesi
Protagonista oggi sulle nostre pagine un romanzo di Valerio Varesi, sicuramente uno dei giallisti attualmente più apprezzati in circolazione; il titolo: E’ solo l’inizio, Commissario Soneri.
È una brutta giornata d’inverno. Dal suo ufficio in questura il commissario Soneri osserva innervosito la pioggia che cade a rovesci su Parma. Ma a distoglierlo da quello spettacolo deprimente arrivano, nel giro di poche ore, due drammatici annunci: il primo riguarda il suicidio di un giovane. Che si è impiccato in un vecchio albergo in abbandono, preparando con cura il proprio addio. Ha infatti una valigia di lusso accanto a sé ed è vestito con eleganza, però addosso non ha soldi né documenti. Soneri avvia l’indagine, mentre gli piomba addosso il secondo, tragico caso della giornata: un morto accoltellato. La vittima, per giunta, era un personaggio piuttosto noto in città: Elmo Boselli, leader del Sessantotto parmigiano, all’epoca grande agitatore di folle e seduttore impenitente. Il commissario intuisce che il movente politico non è la pista giusta e comincia a scavare nella vita di Boselli, inseguendo il filo di un suo antico, mai dimenticato amore, che lo conduce dall’Appennino emiliano fino al mare, nei borghi delle Cinque Terre. Dove, stranamente, approdano anche le ricerche sul misterioso suicida, un rumeno appartenente a un gruppo fascista di ultras della tifoseria spezzina. E lì, mentre riflette con amarezza sulle speranze e gli ideali di una generazione che sognava di trasformare il mondo ma ha lasciato una ben misera eredità ai suoi figli, Soneri riesce a ricomporre le tessere del complicato puzzle, identificando alla fine il colpevole.
Non è un paese per giovani il nuovo libro di Valerio Varesi.
E’ solo l’inizio Commissario Soneri, è un romanzo che mantiene subdolamente il giuramento nascosto nel titolo, restando ancorato alle sue premesse lungo tutte le (circa) trecento pagine di cui si compone, in un viaggio lento e a tratti monotono attraverso un passato italiano già ampiamente sviscerato, analizzato, mitizzato e poi massacrato dai suoi stessi mitizzatori.
Il tema è l’epoca dei grandi ideali, gli anni di piombo, il periodo in cui tanti giovani animati da focosa passione credevano fosse possibile dare al mondo quella sterzata che l’avrebbe finalmente messo su binari più giusti, più egualitari, più meritocratici.
Il pretesto è l’assassinio di un noto attivista politico di sinistra, antico agitatore di folle e grande pasionario, ormai come tutti piegato a termini più modesti dall’incalzare dell’insostenibile e cinica realtà.
Soneri indaga per scoprire l’assassino, e per farlo deve imbarcarsi in un periglioso viaggio nel come eravamo, confrontandosi con l’amarezza degli ideali traditi o più semplicemente lasciati addormentare, con la vigliaccheria dei compagni voltafaccia passati dall’altra parte della barricata, oppure con la retorica degli irriducibili che hanno rinunciato a tutto fuorché ai principi, abbarbicati ad una coerenza sempre in bilico tra la cieca ostinazione e l’ammirevole pervicacia.
Il ritratto di questa Italia viene tratteggiato con dialoghi tra Soneri e l’Interlocutore di Turno: c’è il vecchio collega celerino-fascista che rimpiange l’epoca in cui per stabilire chi era vero uomo e chi no si badava al grado di coraggio con cui ti beccavi una randellata, o al grado di cattiveria nel tirarla; c’è il compagno ormai imborghesito che insiste sul fatto che si, alla fine erano solo cazzate da universitari; c’è il vetero-irriducibil-comunista che si fa eremita per sfuggire a questo mondo ormai incomprensibile, trincerato dietro l’impenetrabile convinzione di essere ancora, e nonostante tutto, dalla parte della ragione.
C’è insomma tutto il campionario di figure che gli anni sessanta/settanta ci hanno lasciato in eredità, ma che in questo romanzo vengono dipinti con una tristezza disarmante, umida di solo rimpianto.
La lentezza è la cifra della narrazione di Varesi. E’ una lentezza prima di tutto suggerita dalla geografia: immersi nella nebbia non si può camminare spediti, bisogna procedere con cautela e fermarsi quando non si è sicuri della direzione. E poi è una lentezza investigativa: la storia procede a passi piccolissimi, ogni tanto un saltello in avanti che ridesta un racconto per il resto sperso in elucubrazioni sul come eravamo, tant’è che i fili dell’indagine si riannodano alla fine in maniera frettolosa, con una deviazione dalla pista politica che, seppure annunciata, inevitabilmente appare stonata rispetto allo spirito del libro.
I personaggi recitano nel senso tecnico della parola, sembrando a tratti figuranti di un ruolo bidimensionale da cui non possono discostarsi per contratto.
Soneri conosce un solo umore: l’incazzato; con qualche concessione alle varie sfumature: un po’ incazzato, molto incazzato, incazzato di livello guai-a-chi-mi-rivolge-la-parola. I personaggi che gli ruotano attorno sono parafulmini. I suoi colleghi, i sottoposti, la sua compagna avvocato che fa le veci di voce interiore, di spalla per i ragionamenti investigativi, di sfogatoio per le frustrazioni.
I dialoghi a volte partono per la tangente e si fanno didascalici, caricandosi di una retorica irrealistica. Impossibile non pensare a quanto la gente non parlerebbe mai come Varesi si impunta a far parlare i suoi personaggi, scivolando immediatamente nel semi-aforismico che ha solo l’effetto di tracciare un solco profondo tra il romanzo e chi lo legge.
Insomma un romanzo di lettura pesante e di identità indefinita. Si intravede l’intenzione di usare la tecnica giallistica per tracciare un’analisi storica e politica, ma le due anime si fondono male, e il risultato non soddisfa pienamente il lettore.
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