Drive – James Sallis

Editore: Nottetempo
Redazione
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Il riassunto
Drive – James Sallis

C’è un motivo se “Drive” continua a essere ristampato, discusso e paragonato più al jazz che al thriller tradizionale. Il romanzo di James Sallis, pubblicato originariamente nel 2005 e recentemente riproposto in Italia da Nottetempo con traduzione di Mirko Zilahy, non è semplicemente la storia di un autista criminale. È un romanzo sulla solitudine, sull’identità e sulla violenza come linguaggio inevitabile del mondo contemporaneo.

Nato in Arkansas nel 1944 e scomparso nel gennaio di quest’anno, James Sallis è stato molto più di un autore crime. Poeta, musicista, saggista, traduttore e critico letterario, ha costruito una delle opere più raffinate del noir americano contemporaneo. Celebre soprattutto per il ciclo dedicato al detective Lew Griffin, uno dei pochi detective privati di colore della letteratura di genere, Sallis ha sempre concepito il noir non come puro intrattenimento, ma come forma letteraria “oppositiva”, capace di smascherare le menzogne della società americana.

La sua scrittura, essenziale e frammentaria, deve molto alla poesia e al jazz: ellittica, sincopata, piena di silenzi. In Drive questa cifra stilistica raggiunge forse la sua espressione più radicale.
Il protagonista del romanzo non ha un vero nome. È semplicemente “Driver”. Di giorno lavora come stuntman sui set hollywoodiani; di notte guida per rapinatori e criminali. La sua regola è semplice: lui guida, non fa domande, non entra nei dettagli dei colpi.

Naturalmente le cose precipitano.

Dopo una rapina finita nel sangue nei dintorni di Phoenix, Driver si ritrova braccato, ferito e circondato da cadaveri in un motel anonimo dell’Arizona. Da quel momento il romanzo si trasforma in una fuga continua tra tradimenti, regolamenti di conti e frammenti del passato che spiegano – senza mai davvero chiarirlo del tutto – come quell’uomo silenzioso sia diventato ciò che è.
La struttura narrativa è volutamente spezzata: flashback improvvisi, salti temporali, scene brevissime. Sallis non accompagna il lettore; lo costringe a rincorrere la storia come si rincorre un’auto nella notte.

Chi arriva al libro dopo aver visto il film di Ryan Gosling potrebbe restare sorpreso. L’adattamento cinematografico di Nicolas Winding Refn del 2011 è diventato un cult grazie all’estetica neon-noir e alla colonna sonora ipnotica, ma il romanzo di Sallis è qualcosa di molto diverso: più duro, più scarno, molto meno romantico.

Il Driver letterario non è un eroe malinconico da poster. È un uomo quasi svuotato, definito solo dal movimento e dalla sopravvivenza. La sua interiorità emerge per sottrazione. Sallis elimina tutto il superfluo: nessuna psicologia spiegata, nessun sentimentalismo, nessun monologo consolatorio.

Ed è proprio qui che Drive diventa grande noir.

Perché il romanzo non cerca mai di rendere “cool” la violenza. La violenza in Sallis è improvvisa, sporca, umiliante. Arriva senza enfasi e lascia solo silenzio.
Più ancora del protagonista, la vera presenza ossessiva del libro è Los Angeles. Una città notturna, impersonale, fatta di motel economici, diner aperti ventiquattr’ore, appartamenti anonimi e strade infinite.

Sallis racconta una California lontanissima dal glamour hollywoodiano: un paesaggio umano di stuntman falliti, piccoli criminali, immigrati, camerieri, reduci e persone che vivono ai margini. Un’America secondaria e invisibile che ricorda il miglior Jim Thompson o certi romanzi di Jean-Patrick Manchette.

Drive è un romanzo breve ma densissimo. Non concede nulla al lettore distratto e probabilmente deluderà chi cerca un thriller adrenalinico tradizionale. Ma chi ama il noir autentico – quello esistenziale, sporco, crepuscolare – troverà una piccola gemma.

Sallis scrive con una precisione chirurgica. Ogni dialogo sembra togliere invece che aggiungere. Ogni scena dura il necessario. Non c’è una riga di troppo.
Ed è forse proprio questa asciuttezza radicale a rendere Drive uno dei noir americani più influenti degli ultimi vent’anni: un romanzo che corre veloce, lascia lividi e sparisce nel buio prima ancora che il lettore riesca ad afferrarlo.

Recensione di Enrico Ruggiero.

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