Juli Zeh, tra le più affermate autrici tedesche (il suo romanzo d’esordio “Aquile e angeli”, datato 2001, è stato tradotto in trentacinque lingue) è nota tanto per la sua penna affilata e creativa quanto per la sua attenzione a temi politici e sociali.
Ad esempio, nel 2005 aderisce, in compagnia di diversi altri intellettuali, alla richiesta di Günter Grass (premio Nobel per la letteratura nel 1999) di sostenere la coalizione ambientalista nelle elezioni del 2005, tornata elettorale che segnerà l’avvio dell’era Merkel in Germania. Inoltre, Zeh è portavoce dell’associazione animalista “Vier Pfoten Stiftung”.
“Cuori vuoti”, recentemente tradotto in italiano da Fazi Editore, ha la sua prima edizione nel 2017, e non può che risentire, data la sensibilità politica dell’autrice, di un’onda sovranista e identitaria che vive forse nel 2016 il proprio apogeo, con la vittoria del “Leave” al referendum britannico nel mese di giugno e l’elezione di Trump a novembre.
Così l’autrice immagina un futuro non troppo lontano, in cui movimenti identitari hanno preso piede anche in tutta l’Europa continentale, in primis in Germania. La politica di Angela Merkel ha fallito, e ora il governo è saldamente in mano al BBB, ovvero al Besorgte Bürger Bewegung, letteralmente il “movimento dei cittadini preoccupati”.
L’imperativo dell’efficienza e dell’interesse personale ha divorato la partecipazione al punto che Janina, amica della protagonista Britta, afferma con sorprendente ingenuità e leggerezza che, tutto sommato, baratterebbe volentieri il diritto di voto con una nuova lavatrice.
L’affermazione desta un leggero stupore, come un’incrinatura nella conversazione, ma nulla più. Non c’è spazio se non per un sopracciglio che si alza, come di riflesso, come in omaggio al ricordo di tempi passati, e poi si riabbassa, mentre i pensieri vanno alla giornata di domani, al lavoro da conservare, alle faccende di ogni giorno da portare avanti.
D’altra parte, riflette Britta, che diritto ho di dare lezioni di moralità, con l’occupazione che mi sono scelta? Lungo la prima parte del romanzo, siamo in effetti portati, una pagina alla volta, a inquadrare meglio il misterioso lavoro di Britta che, si può dire, sarà filo conduttore dell’intero romanzo. E così finiamo per capire come l’associazione “Il Ponte” non sia altro che una sorta di centro di raccolta per aspiranti suicidi.
Molti vengono dissuasi dai propri propositi, attraverso metodi che è eufemistico definire decisi. Ma altri…già, che succede agli altri? Agli altri, scopriamo, viene offerta una causa: vengono messi in contatto con organizzazioni terroristiche, sempre a caccia di aspiranti kamikaze. Il contratto, sì, si può parlare di un vero e proprio contratto, prevede però di dirigere la violenza verso luoghi e simboli, per risparmiare vite.
Forse non a caso il successo musicale di quegli anni, che rimbomba nelle orecchie di tutti, come specchio di una coscienza inerte, è “Empty hearts”: cuori vuoti. Non si discute, si organizza: non si pensa al cambiamento, ma al modo più confortevole di convivere con una corrente che sembra inarrestabile.
Un giorno però, a Britta e al suo creativo assistente Babak si presenta Julietta: giovane, bellissima e determinata a farla finita. Negli stessi giorni il misterioso Guido Hatz offre a Richard, marito di Britta, l’occasione di un salto di qualità professionale, mettendo a disposizione un cospicuo finanziamento per la sua start-up. Saranno questi due eventi, che scopriremo intrecciati, a turbare l’agghiacciate routine e a fornire, forse, in modo inaspettato, l’occasione di un risveglio, quanto mai doloroso, della voglia di lottare e di scegliere.
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