Città oscura – Alan D. Altieri
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Chissà cosa avrebbe detto in questi giorni il Maestro (e lo è per tutti i suoi fedelissimi appassionati ) Alan D. Altieri, lui che di catastrofi ha sempre scritto con lucidissimo sguardo nichilista. Avrebbe saputo cogliere le connessioni tra malattia e economia, sarebbe stato impietoso verso la tv del dolore dominata dalle Barbare (D’urso), avrebbe guardato verso un futuro che non ci sarebbe piaciuto.
Per questo, in giorni in cui è impossibile fare incursioni in libreria alla ricerca di novità editoriali, vale la pena di parlare di Città Oscura, potentissimo romanzo del 1980 che mantiene intatta tutta la sua forza narrativa: action thriller apocalittico, per molti aspetti visionario, che tanto racchiude della narrativa di colui che a pieno titolo è considerato il maestro italiano del genere.
Muovendosi in una Los Angeles tesa, al limite del collasso, il tenente della LAPD Solomon Newton insegue una verità nascosta sotto traffico di droga, affari immobiliari e politica, fino a che un evento del tutto inaspettato porterà la città oltre la soglia dell’inferno.
Città oscura è tante cose: inizia come un da thriller metropolitano con il tenente nero Newton e il suo collega bianco che si muovono in una Los Angeles ottimamente descritta (del resto Sergio Altieri è vissuto a lungo negli Stati Uniti) con le sue highway percorse da muscle car, le lotte tra gang e un dipartimento di polizia impregnato di violenza e corruzione. Vira poi con sicurezza verso il thriller apocalittico per tutta la parte centrale, per tornare allo stile iniziale nel finale con la chiusura di trama e sottotrame (e aprendo, nelle ultime pagine, al successivo Città di Ombre).
C’è una soglia che divide la letteratura di genere dalla letteratura: a volte sottile, spesso arbitraria, talvolta pretestuosa. L’opera di Alan D. Altieri è sicuramente letteratura, anche se ci troviamo di fronte a un maestro nel suo genere ampiamente sottovalutato, che ha saputo evolvere il suo linguaggio fino a portarlo al suo limite estremo (del resto il Maestro era così, appassionato di limiti e strutture da esplorare).
Città Oscura traccia quelle che sarebbero state le scelte narrative future. La scrittura è tagliente , inframezzata spesso da slang ed espressioni straniere: l’esperienza di Altieri come sceneggiatore hollywoodiano regala al romanzo un senso del ritmo impeccabile, quasi ansiogeno, e deliberatamente sceglie la strada dell’iperviolenza non come scorciatoia ad effetto ma come strumento per rappresentare un’analisi sociale, antropologica e ambientale. E’ questa la vera differenza tra un onesto prodotto artigianale di evasione e i romanzi di Altieri: estremizzare le situazioni action per veicolare una rappresentazione originale, lucida e nichilista del futuro (che è purtroppo il nostro presente) senza nessuna concessione alla retorica: Altieri si affida più alla competenza tecnica (si era laureato in ingegneria meccanica), che all’approfondimento psicologico, eppure si avverte nei suoi personaggi così granitici, outcast all’interno del sistema, una profondità umana e intellettuale che porta immediatamente il lettore ad identificarsi con questa rappresentazione in chiave moderna dell’archetipo dell’eroe.
Ovviamente il romanzo, a distanza di tanti anni dalla sua scrittura, ha anche alcuni limiti evidenti: alcuni stereotipi possono far storcere il naso (o sorridere, come nel caso degli alligatori albini), tanti film e serie tv di genere catastrofico ci hanno assuefatto al genere, eppure il romanzo mantiene una freschezza che si presta alla lettura (o rilettura) senza nessuna difficoltà.
Città Oscura avrebbe dovuto essere il primo di una trilogia: a questo primo romanzo seguì Città di Ombre, ma il terzo romanzo della serie non fu mai completato, anche se molti considerano i successivi Kondor e Ultima luce come facenti parte di un’unica pentalogia di Los Angeles. Ed è un peccato, perché pochi come Altieri , prematuramente scomparso tre anni fa – o tornato nel nulla, come avrebbe scritto lui – , sapevano entrare nelle “strutture del vuoto”.
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