Andrea Camilleri. Una storia – Luca Crovi

Editore: Salani
Alessia Sorgato
Protocollato il 10 Ottobre 2026 da Alessia Sorgato con
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Il riassunto
Andrea Camilleri. Una storia – Luca Crovi

E’ stato lo stesso Andrea Camilleri, straordinario fecondo e poliedrico autore, noto soprattutto per aver creato il commissario Montalbano e tutto il mondo di Vigata, a proporre il nome di Luca Crovi per presentare in Germania il Meridiano Mondadori dedicato allo scrittore.

Luca è- a sua volta- un eccezionale creatore di storie gialle e noir e, al contempo, un appassionato “collezionista” di quelle altrui, che ha condensato in titoli famosi come “Storia del Giallo italiano” (ora in due volumi), “Tutti i colori del giallo” e “Noir, istruzioni per l’uso“.

“Una storia” è frutto di tanti fattori che hanno lavorato insieme: la lettura delle opere di Camilleri, le conversazioni con le figlie e con altri che lo avevano conosciuto, il raffronto con le fiction ma, soprattutto, nasce dall’esigenza (premiatissima) di presentare al pubblico – ormai sterminato, visto che le vendite anche all’estero portano numeri stratosferici – un Camilleri meno noto ai più, quello che ha vinto premi di poesia e lavorato in teatro, in radio, in tv e all’Accademia di Arte drammatica di Roma dove- tra gli altri- fu suo allievo quel Luca Zingaretti che ha impersonato, modificandolo nell’aspetto ma sposandolo nel modo di fare, il Salvo di Marinella.

Il volume si apre con il primo dei tantissimi episodi vissuti realmente da Camilleri, che si allinea con la considerazione generale per cui egli, a oltre settant’anni, in buona parte non ha fatto altro che mettere nei romanzi storie e pensieri sperimentati in prima persona: la strage di Porto Empedocle, sua città natale dove il 22 settembre 1986 due assassini, certamente sicari di mafia, massacrano pensionati, impiegati, disoccupati. Cinque morti e tre feriti rei solo di trovarsi al bar Albanese a giocare a carte. Camilleri si trovava a casa per firmare un atto notarile ed era solito, prima di andare a dormire, fermarsi in un bar a bere whisky (il vino gli era ormai odioso, grazie ad un altro avvenimento pure raccontato nel libro). Quella sera uno strano black out aveva spento tutta la via Roma. Giuseppe Grassonelli, temuto capo stidda, aveva invitato Camilleri al proprio tavolo ma quello si era distratto a guardare una bellissima donna. D’un tratto, la scena era mitragliata dall’infrangersi le bottiglie e poi, fuori dal bar, per terra le vestigia di una strage. Di questi retaggi Camilleri parlava poco, qualche accenno ogni tanto, ma il tema dei confronti sanguinari tra cosche restava sempre in traslucenza nelle storie di Montalbano. A chi gli chiedeva perchè non ne parlasse apertamente, rispondeva che non intendeva far dei mafiosi dei personaggi, tanto meno rischiare di renderli simpatici. Dell’eco della strage a cui era scampato, a Camilleri rimase non solo il ricordo traumatico, ma anche qualche frammento metallico conficcato chissà dove, che faceva impazzire i metal detector.

La storia di Andrea vede quindi questo inizio noir – come lo definisce Crovi – ma ad andare indietro anche quella di tutta la sua famiglia meriterebbe una scrittura, a partire dall’etimo visto che pare discendere dalla parola cammellieri: il “catanonno” (ossia il nonno del nonno) faceva il contrabbandiere su barche dette speronare tra Sicilia e la Comino maltese; il bisnonno da parte di madre, fam. Fragapane, possedeva una miniera di zolfo, uno di quei luoghi infernali per caldo e puzzo dove lavoravano (rectius, erano ridotti in schiavitù) i carusi, sfruttati a suon di bruciature sulle gambe per le loro piccole dimensioni, grazie a cui potevano incunearsi nei cunicoli delle solfare e trasportare carichi pesantissimi (qualche retaggio torna nel romanzo “Un filo di fumo“); quello tra i nonni di Andrea è un cosidetto “matrimonio di zolfo” – frutto dell’accordo tra famiglie minerarie che conservavano così i possedimenti. Tra queste, anche i Pirandello.

Inutile e fuorviante citarvi altri passaggi del volume di Luca Crovi, che si legge come un romanzo pur essendo una biografia. Si parla dell’infanzia di Camilleri nella villa di campagna, dove trova i documenti per la richiesta de la “Concessione del telefono” e la collezione dei volumi di Simenon che impiantano in lui la passione per Maigret, di cui si occuperà professionalmente una volta in Rai. Chiacchiera con nonna Carolina che gli racconta di un’altra strage, quella dei 114 detenuti massacrati dal maggiore borbonico Ignazio Sarzana, poi confluita nelle pagine de “La strage dimenticata“. Ascolta suo padre Giuseppe, veterano sul Carso, riferire dell’amicizia con quell’Emilio Lussu che ne scriverà in “Un anno sull’altipiano“.

E’ un ragazzino vivace, inizialmente così infervorato dal fascismo da scrivere una domanda di arruolamento volontario per l’Africa orientale e riceverne risposta direttamente dall’Opera nazionale Balilla, salvo prendersi poco tempo dopo un sette in condotta per essere saltato sul predellino dell’auto del principe Umberto di Savoia in visita e gridargli “Liberateci da Mussolini”.
E’ un giovane che, cercando cibo per la famiglia sfollata, incontra il soldato fotografo noto con lo pseudonimo di Robert Capa.

E’ lo studente universitario che per andare a sostenere gli esami viaggia di notte su camion, fermati dalla banda Giuliano che pretende il suo “pedaggio” fatto di cassette di triglie e che, ospite temporaneo a Milano dello zio, conosce Elio Vittorini e inizia a pubblicare poesie.

Potrei andare avanti per righe e righe, invece mi fermo qui.

Se avete amato i libri di Camilleri, non potrete che divorare questo volume di Luca Crovi, che ce ne restituisce la dimensione meno nota, quella storico-biografia da cui, francamente, ritengo impossibile prescindere se si vuole apprezzare sino in fondo la sua produzione, che risollevò le sorti delle edizioni Sellerio (a cui rimase sempre fedele nonostante vari canti delle sirene) e donò al mondo dei lettori personaggi indimenticabili.

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