Il segnale – Maxime Chattam

Editore: Salani
Redazione
Protocollato il 25 Aprile 2026 da Redazione con
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Il riassunto
Il segnale – Maxime Chattam

Dopo oltre ottocento pagine de “Il segnale” di Maxime Chattam (Salani, traduzione di Guido Calza), al lettore resta addosso una sensazione precisa: inquietudine. E qualche domanda che continua a ronzare nella testa anche a libro chiuso.

Prima di arrivarci, però, meglio fare un passo indietro e restare sul terreno sicuro della trama, evitando spoiler.

La famiglia Spencer — Tom, Olivia e i figli — lascia New York per trasferirsi a Mahingan Falls, tipica cittadina americana che promette quiete e una nuova partenza. Promette, appunto. Perché fin dalle prime pagine è chiaro che qualcosa non torna: suicidi, un passato torbido del posto e una sensazione diffusa di disagio che sembra impregnare ogni cosa.

Non è solo l’ambiente a essere ostile. È come se il luogo stesso esercitasse una pressione costante su chi lo abita. Un’influenza sottile, che insinua crepe nelle persone e le allarga. A questo si aggiungono presenze oscure, mai del tutto spiegate, che contribuiscono a creare un clima di paranoia crescente.

I personaggi sono molti — inevitabile, vista la mole del romanzo — e ciascuno affronta una propria discesa, più o meno lenta, verso qualcosa che assomiglia molto a un inferno personale. Le conseguenze sono fisiche, psicologiche, spesso entrambe.

Al centro della narrazione c’è un’idea semplice e disturbante: il Male non è un’eccezione, ma una possibilità costante dell’essere umano. Il “segnale”, entità sfuggente e mai completamente definita, agisce come amplificatore. Non crea dal nulla: potenzia, distorce, accelera. E lo fa ciclicamente.

Fin dove può arrivare questo meccanismo è qualcosa che il lettore scopre pagina dopo pagina.

A questo punto, per chi mastica horror, scatta inevitabile il confronto con Stephen King. E sì, il bersaglio è centrato in pieno.

La provincia americana solo in apparenza rassicurante, la famiglia come primo fronte di resistenza agli attacchi del mondo (e di fragilità), la casa che smette di essere rifugio, l’adolescenza come terreno instabile su cui camminare: gli echi sono evidenti e numerosi. Non è un’influenza nascosta, è quasi una dichiarazione d′amore, un tributo palese.

Qui si apre il dubbio più interessante: che senso ha leggere un autore così vicino a un modello tanto ingombrante?

La risposta, almeno per chi scrive, è meno scontata del previsto: ha senso eccome.

Chattam non è King, ma non è neanche una copia sbiadita. Ha un ritmo molto cinematografico, costruisce bene la tensione e sa quando spingere sull’acceleratore, anche in direzione splatter. I dialoghi funzionano, i personaggi, pur se numerosi, riescono spesso a ritagliarsi uno spazio credibile.

In altre parole: sa raccontare.

E raccontare storie, al netto di ogni teoria letteraria, resta una delle funzioni più antiche e necessarie dell′uomo. Anche quando lo si fa muovendosi dentro coordinate già tracciate.
Una nota meno entusiasta riguarda la lunghezza: in alcuni passaggi il romanzo avrebbe beneficiato di qualche sforbiciata. Alcune sottotrame si dilatano più del necessario e rischiano di disperdere tensione invece che alimentarla. Non è un difetto grave, ma si sente.

In definitiva, “Il segnale” è una lettura consigliata agli appassionati dell’horror. Chi ama il genere si divertirà a rintracciare rimandi e somiglianze con il “Re”, ma troverà anche una voce capace di reggersi sulle proprie gambe.

Per tutti gli altri, resta un buon romanzo di evasione: lungo, a tratti eccessivo, ma capace di regalare più di un brivido. Perfetto, magari, tra un caffè che borbotta e un drink mescolato senza fretta, qui, nel nostro bar.

Recensione di Enrico Ruggiero.

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