Task
“Task”, la serie HBO in sette episodi ora su NOW e Sky Atlantic in Italia, che ha conquistato il pubblico con gli straordinari Tom Pelphrey e Mark Ruffalo, è un ottima conferma di come oggi la serialità TV abbia acquisito sempre maggior qualità e capacità di utilizzare un genere – il dark crime – per parlare di cose più alte e complesse.
La trama, in sé, è piuttosto semplice: Tom Brandis, agente dell’FBI fuori dal servizio attivo a causa di un dramma familiare recente, viene richiamato per dirigere una task force che indaghi su una serie di rapine a case dello spaccio di una gang di motociclisti. In una di queste rapine tre persone vengono uccise e un bambino rapito: da quel momento in poi non sarà più solo la task force a dare la caccia ai rapinatori, perché i bikers si metteranno sulle loro tracce alla ricerca del bambino, della droga e di vendetta.
Fin dal primo episodio sappiamo perfettamente quale ruolo ricopre ciascun personaggio, e la forza della serie sta in larga misura sul confronto a distanza tra Tom Brandis, agente dell’FBI interpretato da Mark Ruffalo, e Robbie Prendergrast, il rapinatore, interpretato Tom Pelphrey: due interpretazioni di altissimo livello, indispensabili in una serie che mischia abilmente indagine e family drama, esplorando il peso che le azioni generano su sé stessi e sulla propria famiglia, e sulla necessità del perdono e della redenzione.
Tom Brandis è un uomo tormentato: la moglie morta da poco, un figlio in prigione per un crimine che si scoprirà solo verso la fine, ex sacerdote che nella fede non trova più le risposte necessarie.
Robbie Prendergrast diventa rapinatore un po’ per vendetta e un po’ per dare ai due figli un futuro che non riesce a vedere, forse perché troppo ancorato a un passato idealizzato.
Quello che li accomuna è un profondo dolore, e la ricerca di un modo per poter tornare a vivere, anche se non sempre questo è possibile: nell’episodio “Vagabondo”, durante un confronto diretto tra Tom e Robbie, Tom racconta di aver visto nel suo giardino un uccellino chiamato appunto “vagabondo” perché talvolta si spinge troppo lontano e non riesce a ritrovare la strada di casa. E’ un momento molto inteso nel quale si confrontano due destini alla ricerca di redenzione, anche quando questo “ritorno a casa” è impossibile.
Oltre ai due protagonisti, egregia è la scrittura dei personaggi secondari, tra i quali spicca sicuramente la figura di Maeve, nipote di Robbie: è una ragazza alla quale tocca crescere in fretta, in un contesto difficile, con il ricordo del padre assassinato, l’immaturità dello zio e la necessità di crescerne i due figli. E’ forte e fragile, ma coraggiosa e determinata abbastanza da cercare e trovare una via d’uscita per sé e per i cugini.
La serie ha come filo conduttore il tema delle conseguenze delle scelte nella propria vita e in quella degli altri, ma parla anche del prendersi cura degli altri nei piccoli gesti, della forza della famiglia e delle relazioni, e nonostante i temi forti e le situazioni drammatiche è anche una serie che parla di speranza, di amore e di rinascita,
“Task” è comunque una serie crime, quindi tutta questa parte più profonda si regge sull’indagine che non manca di adrenalina, tradimenti e colpi di scena: così come l’interpretazione dei protagonisti lavora per sottrazione, regia e fotografia si caratterizzano per sobrietà e ruvidità in una serie che trova equilibrio tra azione e introspezione.
“Task” è autoconclusiva, ma sicuramente Tom Brandis meriterebbe un’altra occasione e un’altra storia, affiancato da alcuni personaggi secondari dei quali abbiamo appena intuito le storie e le potenzialità.
Perché guardarla: perché HBO è una garanzia di qualità, per la recitazione eccellente, perché trova equilibrio tra l’indagine e le storie personali dei protagonisti.
Perché non guardarla: perché non è la classica serie d’azione dove buoni e cattivi sono facilmente distinguibili, e perché talvolta gli aspetti familiari sembrano prevalere sull’indagine.

