Chissà che cosa avrebbe detto Goliarda Sapienza se qualcuno le avesse pronosticato che trent’anni dopo la sua morte “L’arte della gioia”, il romanzo iniziato nel 1967 e terminato nel 1976, pubblicato per intero solo nel 1998, sarebbe diventato una serie televisiva di enorme successo?
In effetti, “L’arte della gioia” è una storia trasgressiva, che difficilmente sarebbe stata accettata negli anni in cui esisteva ancora il delitto d’onore, il divorzio era proibito e l’aborto era considerato un crimine. Perché “L’arte della gioia” è un’opera femminista e scandalosa, parto di una donna fuori dagli schemi, scrittrice e attrice drammatica, che visse una vita povera e difficile come quella dei poeti maledetti dell’Ottocento. Un’esistenza nella quale conobbe persino il carcere, perché l’indigenza la spinse al furto.
Come succede spesso ai più grandi, però, per lei la morte non fu la fine di tutto. A giocare a favore di Goliarda e della sua opera sono stati in due: il marito, Angelo Pellegrino, che non si è mai stancato di promuovere il lavoro della moglie, e una sua allieva di recitazione, Valeria Golino, che da attrice famosa e affermata ha recuperato il lavoro della sua maestra e l’ha riproposto da regista in quella che è stata una delle serie tv di maggior successo degli ultimi anni.
“L’arte della gioia” è la storia di Modesta, una bambina poverissima nata nella campagna catanese. Modesta è vivace e intelligente, ma proprio quelli che dovrebbero essere i suoi pregi la rendono invisa agli occhi della madre che non la ama e le preferisce la sorella disabile. Il padre è assente e quando si presenta a casa è solo per usarle violenza. L’unico suo affetto è la capretta che dà il latte alla famiglia, ma è Modesta stessa a uccidere l’animale per la fretta e l’approssimazione che caratterizza ogni sua azione. Quella della capretta è la prima morte che la bambina causa. Presto seguiranno quelle dei suoi familiari bruciati nell’incendio che ha appiccato alla casa. Non saranno le uniche morti sul cammino che porterà Modesta a diventare da contadina che “puzza di povertà” a principessa.
Il percorso della ragazza verso l’ascesa sociale è incontenibile e chiunque costituisce un ostacolo è destinato a morte certa. Così è per madre Lenora, la badessa del convento che la ospita orfana e senza famiglia, così è per l’autista di casa Brandiforti, di cui Modesta si innamora e che la vorrebbe sposare, quando la ragazza capisce che il giovane non solo non le serve più, ma non ha nessuna intenzione di farsi da parte. Così è anche per la stessa principessa Brandiforti della quale Modesta prenderà il posto diventando la moglie del figlio Ippolito, che la madre tiene segregato a causa della particolare malformazione che lo affligge.
Eppure, nonostante tutto, nessuno si accorge dei delitti di Modesta, forse perché la morte non fa più impressione in un tempo in cui la prima guerra mondiale sta finendo lasciando però il posto alla tremenda epidemia di febbre spagnola. In quegli anni terribili le disgrazie e la morte sono normali compagne della vita e Modesta è libera di agire indisturbata, senza destare sospetti.
La serie ha numerose frecce al suo arco, a cominciare dalla regia di Valeria Golino che ha vinto insieme ai suoi collaboratori il David di Donatello per la miglior sceneggiatura non originale. Durante un’intervista, la regista ha confessato di essere stata emotivamente coinvolta nelle riprese. Goliarda sapienza, infatti, era stata per un periodo la sua maestra di recitazione e durante le lezioni la chiamava con affetto ”la mia Modesta”.
L’ambientazione e la ricostruzione storica della Sicilia del primo Novecento impressionano per la loro precisione, così come gli arredi degli interni e gli abiti dei personaggi.
“L’arte della gioia”, però, è soprattutto un film di attrici. Su tutte, torreggiano Tecla Inzolia (Modesta giovane), Valeria Bruni Tedeschi (principessa Brandiforti) e Jasmine Trinca (madre Leonora). Per la sua interpretazione di Modesta Tecla Insolia ha vinto David di Donatello e Nastro d’argento come miglior attrice protagonista di una serie, Valeria Bruni Tedeschi è stata insignita del David di Donatello come miglior attrice non protagonista in una serie condividendo poi il Nastro d’Argento con Jasmine Trinca che ha interpretato madre Lenora. Nel palma res dei premi figura anche un uomo, l’attore Guido Caprino che interpreta Carmine, il gabellotto dei Brandiforti con cui Modesta ha una relazione.
Concludendo, “L’arte della gioia” è una delle migliori serie televisive del 2025, e non solo tra quelle italiane, per la storia intrigante, la sapienza della regia, la bellezza delle ricostruzioni storiche e, soprattutto, per la bravura degli interpreti, tutti quanti perfettamente calati nella parte. Al momento è presente solo su Sky Atlantic.
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