Il ritorno di Sunnie Night – Kathy Reichs
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Con Il ritorno di Sunnie Night l’antropologa e scrittrice Kathy Reichs si prende un momento di pausa sia dalla serie di Temperance Brennan che da quella di Virals per confezionare un romanzo che, nel caso di successo, potrebbe portare a un terzo ciclo dell’autrice nata a Chicago.
Il ritorno di Sunnie Night è apparso in lingua originale con il titolo di Two Nights: è pubblicato praticamente in contemporanea con l’edizione inglese da Rizzoli, con la traduzione di Elisa Finocchiaro.
Per questo nuovo progetto Kathy Reichs ha scelto di giocare sul sicuro, utilizzando vari elementi che ormai conosciamo fin troppo bene d decenni di frequentazione della narrativa thriller. Troviamo quindi il consueto detective dal passato traumatico: questa volta è una donna, Sunday “Sunnie” Night, che ha lasciato prima l’esercito e quindi la polizia.
L’evento traumatico del passato l’ha lasciata con profonde cicatrici, sia reali, sul viso, che metaforiche. Dopo aver rifiutato un lavoro in polizia dietro la scrivania, ha scelto di vivere come un’eremita sulla piccola Goat Island, ma eventi eccezionali la spingeranno a uscire dal suo ritiro/guscio per affrontare nuovamente il male.
Per quanto sia possibile amare la narrativa di genere, e nello specifico quella thriller, noir e gialla, occorre notare che la ricerca continua e a ogni costo del senso di familiarità da parte del lettore sta provocando da tempo danni alle storie che ci piace leggere e negli ultimi tempi si nota, se possibile, un peggioramento di questa tendenza.
Cerchiamo di scoprire qualche elemento in più de Il ritorno di Sunnie Night.
Sunday “Sunnie” Night sta ormai vivendo come un’eremita sulla minuscola Goat Island: traumatizzata da eventi che le hanno lasciato cicatrici grandi e piccole, l’ex addestratrice dei Marine non vuole più avere nulla a che fare con un mondo che sembra solo in grado di ferire e provocare dolore. Ma al mondo poco importa che Sunnie vuole o non vuole, lui continua a bussare alla sua porta, sotto forma di una persona a lei cara che le propone di indagare su un cold case vecchio di un anno.
Un attentato a una scuola ebraica ha provocato molti lutti e Opaline Drucker, oltre ad aver perso figlia e nipote, da allora è in cerca dell’altra nipote, Stella, una teenager che si presume sia stata rapita. Sunnie accetta di cercare di rintracciare Stella: per lei inizia un viaggio che la porterà dalla Carolina del Sud alla California, fra terrorismo e culti religiosi, in un crescendo d’azione per la quale Sunnie, abile con le armi, sembra essere tagliata alla perfezione.
La mia non è una critica al cercare di scrivere e pubblicare storie di successo, comprate e lette da un pubblico ampio, quanto del voler a tutti i costi ripetere moduli e formule di successo, moduli che “funzionano”, come se il loro “funzionare” fosse eterna legittimazione e motivo sufficiente per impiegarli.
Ci ritroviamo così inondati, per esempio, da investigatori dal passato obbligatoriamente traumatico e dal presente fatto di piccole o grandi idiosincrasie, carattere spesso scontroso, qualche personaggio di contorno ugualmente stereotipato e l’eventuale storia romantica, che deve essere anche lei travagliata.
Con l’utilizzo di questi moduli non c’è spazio per alcun lavoro sullo sviluppo psicologico e il focus si concentra sempre e solo sulla trama: vengono quindi a mancare le ricerche sulla forma, sul linguaggio e sui contenuti, che ci sono state (e in alcune ammirevoli eccezioni ci sono ancora) spesso anche nel thriller.
Poi, beninteso, esistono anche utilizzi di questi stereotipi e cliché che risultano di grande livello qualitativo, e magari questo è il caso de Il ritorno di Sunnie Night.
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