Mi chiamo ruggine – Gianlivio Fasciano

Editore: Castelvecchi
Federica Cervini
Protocollato il 12 Giugno 2026 da Federica Cervini con
Federica Cervini ha scritto 70 articoli
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Il riassunto
Mi chiamo ruggine – Gianlivio Fasciano

Quando il metallo si corrompe, decompone ed indebolisce, si forma la ruggine: questo processo spiega a mio parere il titolo del romanzo di Gianlivio FascianoMi chiamo ruggine”, Castelvecchi Editore – e dà al lettore la cifra dell’opera.

Il protagonista Enrico Abate lascia la Sicilia per arruolarsi nella Legione Straniera e chiudere la porta con il suo passato: si tratta del corpo élitario dell’esercito francese in cui possono entrare uomini di qualsiasi nazionalità.

Inoltre, per sancire un taglio netto con il proprio passato, Enrico decide di cambiare nome e diventa Pierre Rousseau.

Nella Legione Straniera Pierre si corrode definitivamente trasformandosi in ruggine: non solo rinuncia alla propria identità, ma soprattutto perde l’innocenza del ragazzo Enrico a causa della depravazione, corrosione morale e declino inumano che subisce.

Il degrado che Pierre vive nel branco raggiunge livelli estremi a partire da un addestramento militare feroce e crudele – in cui non solo ogni commilitone perde la propria identità in nome dell’azione collettiva, ma anche la dignità ed il rispetto degli altri in una forma di brutalità selvaggia e violenta che cancellano del tutto dall’anima l’innocenza.

Fra i militari si crea un legame profondo: Pierre, Niels, Gregory, Jurghen viaggiano insieme da Marsiglia ai Pirenei (agghiacciante l’addestramento lì condotto nella valle con le mucche), alla Guyana Francese, al Nicaragua.

I gesti di fratellanza, quasi di amabilità, che quel gruppo silenzioso si concedeva riuscivano a riparare con rara capacità ogni forma di difficoltà e sofferenza”.

Ciascuno di loro partecipa alla discesa agli inferi in gruppo, complice un degrado comune che è l’essenza del branco, il suo abbruttimento, la sua rovina.

Lo straniero Jurghen, lo straniero Pierre, lo straniero Niels. Tutti stranieri, tutti uguali. Tutti invisibili”.

Bisognosi di essere accettati,“metà soldati, metà bugiardi”, i legionari nel gruppo trovano accoglimento perché le regole della Legione creano un’identità comune ed annientano l’identità singola.
La violenza e la crudeltà di molte scene di attacco e morte segnano l’orrore delle pagine e la disperazione di un uomo che ha rinunciato alla nobiltà umana a favore di una disciplina militare che segue solo la legge dell’odio e del sangue.

Non lasciatemi mai. Tre parole inconciliabili. Tre parole che nessuno di loro prima di allora aveva mai pronuciato in fila”: nella Legione Straniera non si è “mai soli” perchè la paura della solitudine e di non essere accettati è un segreto che non si può condividere con nessun altro al di fuori, essendo una debolezza – e la regola “mai soli” va di pari passo con l’altra “non lasciare mai nessuno indietro per nessuna ragione”.

La comunanza di dolore, depravazione e restrizioni di vita conduce Pierre a riconoscere che, una volta arruolato nella Legione Straniera, “la patria è il camerata che sta a fianco”.

Il tema dell’identità individuale e del branco è certamente uno degli elementi chiave di “Mi chiamo ruggine”: lerci ed imbarbariti, Pierre e gli altri vivono giornate fatte di silenzio, fatica, un’amaca, pillole, coca ed uno zaino in spalla -attraversando l’insidiosa foresta della Guyana Francese.

Lì tutti insieme sperimentano il piacere perverso della voglia di uccidere e l’orrore che ne deriva, “tragicamente uniti e vivi”.

L’autore chiarisce le necessità e caratteristiche della vita dei legionari: “Essere riconosciuti, esistere adempiendo a un ordine, amarsi nella battaglia, esistere attraverso la guerra, esistere fino a morire”.
Si tratta di una legge spietata, che Fasciano descrive in modo schietto con un linguaggio crudo, estremo ed implacabile – eppure al contempo poetico e vibrante.
Inoltre l’autore conduce il lettore a riflettere sulla possibilità di vendicarsi autonomamente: “Due uomini potevano violentarne uno? Avevano il diritto di violarlo? E la vittima aveva il diritto di punirli, persino di ucciderli?”.

L’interrogativo etico proposto è disturbante e costringe a riflettere su come il male generi altro male – in una catena che deve poter essere fermata.

Altro tema chiave di “Mi chiamo ruggine” è quello dell’amicizia, come unica forma positiva ed umana: “ognuno doveva salvare l’altro, oppure ognuno doveva morire purchè insieme all’altro”.

Gianlivio Fasciano parla di colpa: grave, volgare, irredimibile – eppure condivisa come scelta definitiva del branco.

E io cosa speravo? Che cosa volevo effettivamente? Essere salvato, oppure salvare?”.

Nella seconda parte del romanzo l’autore racconta gli anni della infanzia ed adolescenza di Enrico in Sicilia, e l’amore impossibile per Susanna – una prostituta veneta, che per lui ha rappresentato l’unica luce nella ruggine della vita. Non ci sono eroi in tutto il romanzo, solo uomini feriti e fragili.

Gianlivio Fasciano, molisano classe 1974, si occupa di Diritto del Lavoro; ci regala un romanzo che è un viaggio nel lato oscuro dell’animo umano – certamente una lettura non per tutti perché particolarmente cruda e violenta.

Mi chiamo ruggine” è uno dei sei romanzi vincitori del Premio Selezione Bancarella 2026, ed è quindi finalista del Premio Bancarella 2026.

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