La bugia dell’orchidea – Donato Carrisi
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Vi confesso, cari avventori del Thriller Cafè, che la prima cosa che mi è venuta in mente addentrandomi nella storia dell’ultimo romanzo (in uscita da Longanesi) di Donato Carrisi, che si intitola “La bugia dell’orchidea”, è il capolavoro di Michelangelo Antonioni “Blow up”. In questo film, il protagonista (uno splendido David Hemmings), fotografo, quasi stregato da una delle sue foto, la analizza fino all’inverosimile, riuscendo a ricostruire grazie a essa il mistero celato dietro a un delitto.
Nel romanzo di Carrisi, è la scrittrice Victoria Anthon che è attratta da una foto. La foto illustra un vecchio articolo di giornale che la scrittrice riceve in una lettera anonima e tale articolo racconta la storia di una strage familiare, nella quale il capofamiglia Lorenzo C. uccide la moglie e i suoi tre figli in preda a un raptus. La curiosità spinge la scrittrice ad indagare e a cercare di ricostruire la storia della famiglia C., partendo intanto da un’osservazione meticolosa della foto, rispetto alla quale ci sono già alcuni particolari che la inquietano.
Non contenta, Victoria molla tutto e parte alla volta del paesino nel quale abita il giornalista che ha scritto l’articolo. Il paesino, che Carrisi (forse un po’ pretenziosamente) decide di chiamare Nazareth, è il classico “non luogo”, nel quale le persone fanno fatica a comunicare e nel quale la strage ha creato un clima di mistero, sospetto e diffidenza. Lo stesso Alfredo F., autore dell’articolo, è un personaggio borderline, che vive isolato insieme alla figlia Greta, adolescente inquieta e sofferente. Victoria e Alfredo cominciano così ad indagare, per cercare di ricostruire cosa si cela dietro alla verità fino a quel momento conosciuta della strage della famiglia C. Scopriranno che ci sono molte verità nascoste che compaiono solo a un’indagine non superficiale.
La ragione per cui “Blow up” è un capolavoro è che Antonioni riesce, partendo da un’apparentemente normalissima foto, a ricostruire lo spirito di un’epoca di inquietudini, trasformazioni, in qualche caso anche rivoluzioni. E lo fa utilizzando un personaggio, il fotografo Thomas, che incarna in pieno lo spirito ribelle e irrequieto di quei tempi, spirito di un’intera generazione che voleva scoprire cosa si celasse dietro un’apparente verità non più soddisfacente. Sebbene il romanzo di Carrisi sia molto bello, non si tratta probabilmente di un capolavoro, ma mi piace pensare che in questo caso la nostra Victoria abbia qualcosa del fotografo Thomas. Anche lei è insoddisfatta del suo tempo (vive in luoghi sempre differenti senza lasciare mai tracce, un po’ alla Jack Reacher) e anche a lei non piace fermarsi alle apparenze, ma vuole indagare a fondo le cose, scoprendo quello che si cela negli angoli più nascosti.
Carrisi ci fa notare che, proprio nell’epoca in cui siamo addirittura “sazi” di informazioni, immagini, notizie, avvenimenti, nulla in realtà ci soddisfa veramente, perché ogni cosa ha perso la profondità di cui abbiamo bisogno. C’è quindi una fame che va oltre la sazietà ed è la fame di qualcosa di sensato, di appropriato, di “vero”. Ma purtroppo questa ricerca di senso e verità non ha mai fine e riusciamo a trovarla solo quando riusciamo ad essere in pace con noi stessi. E qui capiamo quanto siano diversi i nostri tempi da quelli di Antonioni. Là era solo questione di appropriarsi degli strumenti di cui c’era bisogno per cambiare (sovvertire) la realtà e a volte anche un obiettivo e una macchina fotografica potevano essere rivoluzionari. Qui, in un mondo liquido, frammentato, individualista, si fa fatica a vedere una luce nella nebbia e persino quando si crede di poter abbandonare una società avvelenata, si scopre che non ci sono comodi rifugi e angoli tranquilli. Anzi, la prima verità che non riusciamo a disvelare è addirittura quella della nostra identità. Perché a forza di cambiare e di recitare parti diverse nella commedia dell’esistenza, non sappiamo più neanche chi siamo.
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