Raramente le vicende umane dell′ autore e quelle narrate in un libro non autobiografico sono state così interconnesse come nel caso de ″Il banditore″, libro scritto da Joan Samson nel 1975, ora ripubblicato da Neri Pozza con la traduzione di Christian Pastore.
″Il banditore″, infatti, è un libro unico, non tanto per il contenuto, quanto per il fatto che è il solo scritto dalla sua autrice che è deceduta a trentotto anni.
Incominciando, per una volta, dalla fine, traggo dalla postfazione del marito della scrittrice una frase illuminante, che sarebbe stata urlata dalla Samson durante la sua malattia: ″Farei a meno di quel libro in un attimo, se in cambio potessi riavere il mio corpo″.
Questa frase disperata contiene l′essenza del libro: che cosa si è disposti a perdere per un’esistenza migliore?
Siamo negli anni settanta a Harlowe, comunità rurale del New Hampshire. I Moore (John, Mim, la piccola Hildie e Ma’) vivono isolati, e conducono una esistenza povera ma stabile: terra, bestie, stagioni che si avvicendano, silenzi.
Improvvisamente arriva arriva in città Perly Dunsmore, un forestiero carismatico che propone aste ″benefiche″ per sostenere la polizia locale. Un’idea innocua, quasi folkloristica che innesca un ingranaggio diabolico. Gli abitanti della cittadina saranno ben presto coinvolti in una serie frenetica di aste dove, volenti o nolenti, dovranno donare beni sempre più preziosi e a loro necessari.
Perly è un banditore, sì, ma soprattutto è un predicatore laico. Si presenta come il ″mostro della porta accanto″, uno di quelli che non alzano mai la voce quando stanno prendendo il controllo della vita altrui.
Ciò che più disturba è che gli abitanti della cittadina collaborano. Ogni vendita all′ asta alza l’asticella, ogni richiesta sposta un confine morale.
Secondo l′editore statunitense il romanzo deve essere considerato ″un classico della narrativa moderna americana″. Sicuramente, pur mutuandone alcuni elementi caratterizzanti (soprattutto quelli del rural horror), non si tratta di un romanzo di genere. La contiguità con la letteratura ″alta″ è palese: il ″villain″ della storia, il banditore, come un un Gatsby dei derelitti, non compare immediatamente sulla scena ma dopo molte pagine dove si parla di lui, della novità apparentemente salvifica che rappresenta in una società chiusa come solo l′America rurale sa essere.
L′impianto narrativo del libro, non dissimile da quello di ″Cose preziose″ di Stephen King pubblicato quindici anni dopo e di cui, molto probabilmente è stato ispiratore, non è quello che crea un brivido immediato. Nessun jump-scare narrativo, quindi, ma una lenta e costante inoculazione di veleno nei rapporti familiari e sociali che porterà a un epilogo catastrofico.
Ecco, la lentezza. Dato per scontato che sia una scelta espositiva, proprio per ingenerare un senso di fastidio in chi legge, allo stesso tempo ingenera una certa stanchezza nel lettore ed evidenzia una certa incertezza, da opera prima, nel ritmo e nelle scelte di focalizzazione.
″Il banditore″ è un libro consigliato a chi ama la narrativa americana senza aggettivi che ha, nella sua unicità, gettato il seme per opere future ben più note e celebrate.
Recensione di Enrico Ruggiero.
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