Harry Jones è irrequieto: sarà per l’avvicinarsi dell’anniversario della morte della moglie Julia, sarà che sente l’età avanzare, sarà perché quelli come lui hanno sempre una sorta di inquietudine che li porta a non sentirsi mai veramente del tutto a casa.

Così, quando un vecchio conoscente gli racconta che il suo vecchio amico Zac è in una prigione del Ta’argistan, Harry fa di tutto per partire con una delegazione del governo inglese verso questa destinazione, con un semplice piano che non è nemmeno un piano: far uscire l’amico di prigione, saldando così anche un vecchio debito di riconoscenza.

Ma niente è semplice quando c’è di mezzo Harry Jones. E di mezzo non c’è solo la vita di un amico.

Dopo Il giorno dei Lord e Attacco dalla Cina, è da poco in libreria il terzo romanzo dedicato al pluridecorato ex ufficiale delle forze speciali e ora uomo politico Harry Jones, anomala figura irriverente e integerrima che si muove a proprio agio nelle stanze del potere come su un campo di battaglia.

Questo nuovo capitolo sposta alcuni elementi narrativi della serie: sposta l’azione dalla Gran Bretagna all’immaginaria repubblica del Ta’argistan in Asia centrale (Dobbs si è ispirato per le geografie e le atmosfere al Kirghizistan, ma potrebbe essere benissimo un qualsiasi -istan dell’ex blocco sovietico), ma sposta anche l’attenzione dal gioco politico – pur sempre presente – alla figura di Harry Jones.

Quel che ne risulta è un thriller molto british di grande solidità, ritmo e piacevolissima lettura.

Non si tratta di un cambio di rotta, quanto di dare una dimensione nuova al protagonista andando ad approfondire sfaccettature della sua personalità che nei due precedenti romanzi erano solo intuite. Harry Jones non è mai stato un personaggio bidimensionale, spalmato sullo stereotipo dell’ex militare granitico come talvolta se ne incontrano, le cui fortune derivano più dagli esigenze “di copione” che da reali abilità: Harry è brillante, analitico, insofferente, è lo sguardo di Dobbs venato di cinismo anglosassone che racconta i meccanismi a volte inquietanti, spesso meschini, della politica. Ne L’eroe riluttante conosciamo un aspetto di Harry Jones più privato e malinconico, nel quale convivono il ricordo di Julia, l’insofferenza per la stupidità, il senso dell’etica, il timore di invecchiare senza aver trovato veramente una direzione: e questo taglio più personale arriva al momento giusto della serie, cambia un po’ le carte in tavola, e permette a Michael Dobbs sia di sfuggire alla trappola della ripetitività nella struttura dei romanzi che di aggiungere maggior empatia alle vicende.

In questo romanzo Dobbs crea anche quello che probabilmente è il suo miglior personaggio femminile: non è la prima volta che l’autore inserisce personaggi femminili forti, ma nei primi due romanzi rivestivano ruoli talmente di alto profilo istituzionale (Presidente degli Stati Uniti e Sua Maestà Britannica Queen Elisabeth) da esserne sopraffatti. Martha Riley, libera da questi vincoli di ruolo, è semplicemente una donna di grande forza e grandissima fragilità, ed è un personaggio che dà spessore alla trama. Se infatti il romanzo fino a un certo punto sembra incanalarsi su un sentiero già percorso, con il nostro protagonista che, per coraggio e incoscienza, si infilerà in una situazione apparentemente senza via d’uscita (ma dentro di sé il lettore sa che il protagonista, per quanto eroe riluttante, non può morire a metà libro), sarà proprio Martha a dare un nuovo inaspettato corso alla storia.

La vicenda si volge quasi per intero nelle affascinanti atmosfere montane  dell’Asia centrale, ma si concluderà a Londra,  con un finale perfetto per questo romanzo un po’ malinconico, là dove tutto è cominciato.

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L'eroe riluttante. La serie di Harry Jones: 3
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