Il caso Tony Veitch - William McIlvanneyEra lo scorso ottobre quando pubblicavamo con soddisfazione la nostra recensione all’imperdibile Come cerchi nell’acqua di William McIlvanney; oggi con altrettanto piacere recensiamo Il caso Tony Veitch, il secondo volume della trilogia dedicata a Jack Laidlaw (Laidlaw (1977), The Papers of Tony Veitch (1983) e Strange Loyalties (1991)).

Bentornati nel mondo dell’ispettore Jack Laidlaw, “dissacratore d’interni” di professione, in perenne ricerca del senso dell’esistenza, sua e degli altri esseri che popolano una Glasgow che McIlvanney sostiene di amare “con lo zelo del convertito”. Il caso Tony Veitch non è solo un noir, è una ballata celtica sul senso della vita.

Titolo: Il caso Tony Veitch (The papers of Tony Veitch)
Autore: William McIlvanney
Editore: Feltrinelli
Traduttore: Alfredo Colitto
Anno: 2014

Incipit:“Glasgow di venerdì sera, la città della gente che ti fissa. Scendendo dal treno alla stazione centrale, Mickey Ballater ebbe la sensazione di essere tornato non solo al Nord, ma nel proprio passato. Nell’atrio della stazione si fermò un attimo, come un esperto che volesse fare mente locale sulla fauna del territorio. “

Un giornalista del Glasgow Herald avvisa l’ispettore Laidlaw che un senzatetto, ricoverato presso il pronto soccorso del Victoria Infirmary, ha chiesto ripetutamente di parlare con lui. Quando giunge in ospedale,  Eck Adamson farà solo in tempo a dirgli che “il vino non era vino” e il medico di turno gli confermerà che l’uomo è stato avvelenato. La morte di quel vagabondo scuote Laidlaw nel profondo sia per le misere condizioni in cui si è verificata che per il ritrovamento di un foglietto con degli strani appunti tra gli effetti personali di Eck, che lo condurranno verso Tony Veitch, uno studente universitario scomparso da giorni. Il nome di un pub, un numero di telefono, due nomi appartenenti l’uno alla malavita, l’altro alla nobiltà e una sofferta disquisizione sull’idealismo. Flebili, sconnesse tracce di un’esistenza al margine. Laidlaw, come al solito, andrà avanti nelle indagini forte solo delle sue convinzioni e della sua intuizione, raccogliendo quella sorta di testamento spirituale che sembra accomunare il vecchio e il ragazzo scomparso. Il suo partner Harkness e il resto dei colleghi della polizia pensano, invece, che sia più importante la guerra tra bande che si è scatenata piuttosto che la morte di quell’insignificante barbone, al quale anche l’amico giornalista nega un trafiletto di necrologio. L’umanità di Laidlaw e il suo fiuto da piedipiatti di strada, invece, lo aiuteranno a svelare entrambe le verità.

William McIlvanney è considerato dalla critica il padre del tartan noir, il precursore cioè di un genere di scrittura gialla di ambientazione scozzese. Non cedendo a banalizzazioni e sublimando il concetto di tessuto, ritengo che il tartan sia altamente evocativo per descrivere la filosofia sottesa alle trame di McIlvanney. I fili colorati, intessuti con cura, che vanno a comporre una stoffa che iconicamente connota un intero popolo, sono la metafora delle interrelazioni umane. Tutti abbiamo pari dignità e siamo importanti, perché siamo collegati. Cercherò quindi di analizzare Il caso Tony Veitch da un’altra prospettiva, convinta che l’Autore voglia regalarci una sorta di “romanzo didattico” piuttosto che un mero poliziesco.

Il respiro della città
“Quella era Glasgow. Un luogo così gentile da mettere al tappeto la crudeltà. Eppure la crudeltà era ciò che continuava a ricevere dalle circostanze. Nessuna meraviglia che Laidlaw amasse quella città che danzava tra le macerie. Il giorno in cui Glasgow si fosse arresa, il mondo poteva anche finire.”
Nei romanzi di McIlvanney è bene tener presente che la protagonista principale è sempre Glasgow, “la città con il viso controvento, indurito in una smorfia“. Senza le forze che la animano, senza le pulsioni più basse che la dilaniano, il tono emesso dalla città non sarebbe un’armonia. Sostiene l’Autore, infatti, che ogni città ne abbia una, con la quale raggiunga la propria, unica intonazione. Glasgow viene descritta minuziosamente nei luoghi e nell’urbanistica ma, credetemi, potreste non conoscerla affatto senza perdervi una virgola del significante che le viene attribuito. L’importante è percepirne il respiro, molto, troppo spesso reso pesante dal fumo o dall’alcool, ma al contempo alleggerito dalle battute dei “dilettanti dell’entusiasmo” che la popolano. E imparare ad appartenerle. “Anche il clima, a Glasgow, non faceva sconti. Alla fermata dell’autobus era meglio parlare con la bocca di lato, per non screpolarsi le labbra. Forse per questo nella Scozia occidentale le persone avvicinavano le teste per salutarsi. Faceva troppo freddo per togliere le mani di tasca. Ma per compensare c’era anche qualcosa di bello“. La geografia dei luoghi sublimata a senso di appartenenza umana.

La missione di Laidlaw
In una recente intervista all’Herald Scotland, McIlvanney sostiene che il suo personaggio abbia come missione quello di sopravvivere con dignità e decenza. E’ un uomo semplice in fondo, Laidlaw, pur essendo dotato di una “voce abrasiva” perché ha a che fare con questioni dure. La potenza del personaggio risiede nell’equilibrismo compiuto nel camminare sul filo dell’onestà intellettuale mentre cerca di abbattere qualsiasi barriera di dis-umanità, sia essa rappresentata dalla diseguaglianza sociale, dal bigottismo religioso o alla prevaricazione dei criminali sulla gente per bene.  La coerenza a sé stesso e alla propria natura è proprio ciò che, agli occhi degli altri, lo rende biasimevole. I superiori non lo tollerano, il suo partner non lo capisce, la moglie non lo sopporta. Nessun essere vivente sembra condividere il suo punto di vista – e di conseguenza neanche i suoi metodi d’indagine – ma, nonostante ciò, Jack Laidlaw è pronto a sacrificare gran parte della propria vita come un missionario laico, un  piccolo miracolo di umanità inconsapevole di se stesso.

Le “foto di parole” di Tony Veitch
Gli scritti del ragazzo scomparso si riveleranno preziosi indizi per ricostruirne la personalità e, in un certo senso, per permettere a Laidlaw di capire meglio quali fossero i nemici dell’idealismo di Veitch ed applicare l’antica legge del cui prodest? alla sua assenza forzata. Ma dal punto di vista concettuale, McIlvanney ci chiarisce la questione proprio nell’ultimo capitolo, facendo dire a Laidlaw: “Si tratta della sensibilità individuale e del bisogno di ogni vita ordinaria di essere considerata dalla società come la cosa più importante. Forse è questo che le sue carte cercavano di dire. Forse quelle carte sono ciò che noi dovremmo cercare di fare con le nostre vite.” Ecco dunque svelata la connessione tra il barbone Eck e l’idealista Tony, il primo “diseredato perché non aveva superato la prova degli ideali sociali, l’altro perché aveva preso tali ideali troppo sul serio”. Ritorna, quindi, il concetto di interconnessione tra individui, tessuti di tartan dal colore diverso, filati dal medesimo telaio.

L’uso raffinato del lessico
Rarefatto e poetico, questi sono i primi aggettivi che mi salgono alla mente per descrivere il lessico utilizzato da McIlvanney nei suoi romanzi. Ogni riga, infatti, è pervasa da una leggiadria che sembrerebbe travalicare il genere noir ed una ieraticità dei personaggi che contrasta con il dinamismo dell’azione. L’Autore ama farci acclimatare nell’inverno scozzese con lentezza, così come lascia dissipare piano il fumo denso racchiuso nei pub, prima di descrivere l’azione. E’ come se ci intrattenesse con un buon whisky e un po’ di confidenze, prima di menare le mani, con un ritmo da hard boiled americano.
Una citazione a parte meritano le tante similitudini, spesso caustiche, delle quali McIlvanney dissemina il testo. Ecco una breve carrellata di quelle più efficaci ed originali:

Era facile da decifrare come il trattato per l’acquisto della Louisiana” (pag. 66)
“Milton Anthony Veitch, così si era presentato, indossava i suoi quasi cinquant’anni come se tutto il resto fosse stato un tirocinio per arrivare a quel punto” (pag. 82)
“Harkness si sentì come le sue scarpe ogni volta che provava un paio di pantaloni nuovi: logoro.” (pag. 88)
“La ringraziarono di nuovo e la lasciarono sola con il televisore, come una Signora di Shalott con uno specchio deformante.” (pag. 181)

Quest’ultima, riferita alla sorella del senzatetto ucciso, è particolarmente poetica. Laidlaw e Harkness la incontrano nella propria abitazione, al sesto piano senza ascensore, di un grattacielo di edilizia popolare. Una moderna torre che imprigiona una donna che non può guardare verso la vita l’uomo che ama (in questo caso il fratello) se non guardandolo di lontano, attraverso l’illusorietà dei media. Dal ciclo arturiano, la maledizione di Morgana Pendragon sembra giungere intatta fino ai tempi moderni!

NotedellaRossa
“Aveva ragione: nessuna morte è irrilevante. E’ parte del dolore di tutti, anche se non ci facciamo caso. Osservandoli, Harkness seppe che le lacrime di Jinty Adamson per lui [Laidlaw] erano rilevanti. O era un a mondo unico, oppure non era un mondo, senza vie di mezzo. Jinty non stava solo rendendo omaggio a Eck, stava nobilitando la vita, indipendentemente dalla forma che assumeva.” (pag. 180)
SOTTOLINEATO perché… attraverso le parole del suo partner, McIlvanney ci delinea la motivazione principe del lavoro di Laidlaw e cioè che ogni morte è rilevante.

“Danny era deciso a giocarsi la sua informazione come se fosse la teoria della relatività. Laidlaw studiava le piante come se fosse il primo uomo sulla Terra.” (pag. 163)
CASSATO perché… le due similitudini sono troppo vicine per essere sciolte entrambe con il “come”.

Curiosità sul libro
Pubblicato in Inghilterra nel 1983, The papers of Tony Veitch rappresenta il secondo capitolo della trilogia dedicata all’ispettore Laidlaw, che si conclude con Strange Loyalties, del quale vi regalo l’incipit: “I woke up with a head like a rodeo. Isn’t it painful having fun? Mind you, last night hadn’t been about enjoyment, just whisky as anaesthetic. Now it was wearing off, the pain was worse. It always is.” Un ottimo inizio, non trovate?