Come per gli album musicali, anche per i romanzi è spesso difficile dare un seguito a un debutto di successo. “No Other Darkness” di Sarah Hilary ci riesce senza alcun dubbio, regalando ai lettori una storia oscura e inquietante quanto “Someone Else’s Skin“, ricca di intuizioni psicologiche, una trama avvincente e un’indagine intelligente.
Si potrebbe sostenere che i romanzieri che scrivono un secondo libro con gli stessi protagonisti del primo — in questo caso l’Ispettore Marnie Rome e il Sergente Noah Jake della Polizia Metropolitana di Londra — abbiano la vita un po’ più facile rispetto ai musicisti. Possono ancorare la storia ad alcuni degli elementi già presenti nell’esordio, senza il timore di risultare ripetitivi.
Ciò che la Hilary fa molto bene, però, è evitare la trappola di trasformare i suoi protagonisti in stereotipi di se stessi: la prima è una detective dura, intelligente ma compassionevole, ancora alle prese con il dolore per la perdita di entrambi i genitori in un omicidio insensato; il secondo è un giovane poliziotto un po’ idealista e zelante, che cerca di gestire le sfide legate all’essere, nelle forze dell’ordine, giovane, nero e gay.
In entrambi c’è una rinfrescante resilienza, il coraggio di rifiutare l’autocommiserazione senza per questo ignorare le loro complicate circostanze personali. È merito della Hilary saper gestire questo aspetto: muoversi sul sottile confine dell’acume psicologico nel ritrarre i personaggi (e non solo Rome e Jake), permettendo ai lettori di capire perché reagiscono in quel modo ai fatti terribili che affrontano, senza però appesantire la narrazione con dettagli superflui.
In modo simile a ‘Someone Else’s Skin’ — un terreno comune, ma gestito con intelligenza — l’oscurità, o il male più grande, è quello che si annida nella mente delle persone comuni. La Hilary lo capisce molto bene ed è abile nel lasciare che i lettori rimuovano lentamente e con fascino gli strati dei personaggi e degli eventi, sorprendendoli ogni volta con un colpo di scena brutale e offrendo, a ogni passaggio, una nuova visione sulla profondità di tale male.
Un male che è tanto più sinistro perché colpisce i deboli e gli indifesi. In ‘No Other Darkness’ le vittime sono i bambini: due fratellini, Fred e Archie, di neanche dieci anni, sepolti vivi in un bunker sotto un nuovo complesso residenziale nell’East London. Lasciati lì a morire in solitudine e paura, con comfort minimi e scarse provviste, destinate a durare non più di una settimana o poco più nei cinque anni che hanno trascorso lì sotto: mai trovati, dimenticati e morti.
Rome, Jake e la loro squadra, così come la famiglia di Terry Doyle (che ha trovato accidentalmente i ragazzi) e sua moglie Beth, devono affrontare non solo un crimine orribile, ma anche l’apparente impossibilità di comprenderne il motivo. Perché lasciare due bambini a morire in un bunker? Perché seppellirli lì, fornendo loro un’illusoria possibilità di sopravvivenza, per poi dimenticarsi di loro? C’è così tanto da capire, così tanto da svelare, eppure la Hilary gestisce la trama con maestria. Lascia che i suoi detective seguano diverse piste — l’impresa edile che ha costruito il complesso e non poteva ignorare il bunker, i nomadi che vivevano nel quartiere prima di essere sfrattati con la forza, il vicino dei Doyle che potrebbe essere un pedofilo, persino un giornalista piuttosto sgradevole che condivide un passato con Rome e sembra determinato a perseguitarla — senza che il lettore si perda o che il ritmo cali.
Allo stesso tempo, l’autrice dipinge un quadro ben realizzato di una famiglia, i Doyle, la cui facciata di “normalità” si incrina molto lentamente all’inizio, rivelando gradualmente vuoti inquietanti e domande aperte alle quali Rome e Jake dovranno faticare molto per rispondere.
Come ha fatto con il suo primo romanzo, la Hilary non esita a mettere a nudo questioni scomode sulla società e sugli individui: l’affido (i Doyle hanno un ragazzo in affidamento, un adolescente cupo con un rapporto complesso con la coppia e i loro due figli biologici), l’industria edilizia, l’assistenza alle vittime. E su come le persone — noi — affrontiamo l’oscurità che si nasconde dentro di loro, dentro di noi; un’oscurità che spesso non sappiamo, non possiamo o non dovremmo affrontare da soli.
Un peso enorme da sostenere per un giallo, ma ho trovato che ‘No Other Darkness’ sia molto più di un semplice poliziotto procedurale, pur rimanendo un’opera di successo nel suo genere. La Hilary conosce bene i confini del noir e proprio per questo può offrire al pubblico molto più di quanto ci si aspetterebbe. Tanto di cappello alla sua generosità e maestria autoriale; attendo con ansia il prossimo capitolo della serie.
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