In questi si giorni si parla molto, e con pareri molto contrastanti, del nuovo capitolo della serie antologica “Monster” di Netflix, dedicato alla storia di Ed Gein, colui che – suo malgrado e come la serie di Ryan Murphy racconta – è diventato una icona pop.
Nella realtà Ed Gein, nato nel 1906 nel Wisconsin e passato alla storia come il “Macellaio di Plainfield“, visse in modo molto isolato, sottomesso a una madre fanatica religiosa da lui idealizzata e idolatrata: nel 1945, alla morte della madre e unico suo punto di riferimento, le sue psicosi andarono fuori controllo e inizio a praticare la necrofilia e l’omicidio. Scoperto sostanzialmente per caso, fu giudicato non processabile e internato in manicomio fino alla morte, nel 1984.
Chi si aspetta un biopic sulla via di Gein resterà deluso: Murphy aveva scelto la via della biografia con il primo spiazzante capitolo dedicato a Jeffrey Dahmer, proseguendo sulla stessa strada nel secondo capitolo dedicato ai fratelli Menendez, con un risultato molto meno efficace.
Nel terzo capitolo Murphy cambia decisamente e coraggiosamente registro, e intreccia il racconto sulla vicenda personale di Ed Gein con l’archetipo Ed Gein, ovvero il mostro che ispirerà Alfred Hitchcock con “Psycho“, Tobe Hopper con “Leatherface” , che ha ispirato “Il silenzio degli innocenti” e, in sostanza, ha contribuito a definire un genere, l’horror, ma ha influenzato anche tanta produzione letteraria.
Se si guarda quindi “Monster: la storia di Ed Gein” in quest’ottica, si realizza che probabilmente questa stagione è la più riuscita tra le tre: certo, talvolta gli episodi si perdono in sotto-trame e digressioni forse eccessive, alcune scene risultano barocche (come quella in cui i serial killer “famosi” omaggiano Ed Gein), ma questo è anche lo stile di Murphy che – non dimentichiamolo – è l’autore di “AOS” e “Ratched“: in “Monster: la storia di Ed Gein” Murphy non racconta solo la storia di un uomo disturbato che fece cose terribili, racconta anche la storia di persone normali che – come dice Tobe Hopper in una scena – vogliono l’horror “perché ne hanno bisogno”. E la conclusione è che se Gein era “il mostro della porta accanto”, ma anche uno schizofrenico oppresso da una madre fanatica che esercitava un controllo totale sul figlio, chi si compiace della rappresentazione del male ha in sé qualcosa di mostruoso.
Fino a Gein il mostro era, nell’immaginario letterario e/o cinematografico, il vampiro, il deforme, il mostro con corna e zoccoli caprini: con Gein il mostro diventa umano, è l’insospettabile campagnolo di famiglia bigotta, quello strano ma che “era gentile, salutava sempre”: e forse è questo che disturba di più nella visione, il dover riconoscere che “mostro” ha qualcosa in comune con tutti gli altri umani, ed è più vicino a noi di quello che pensiamo.
Una critica sollevata a Murphy prima della messa in onda della serie, è che Charlie Hunnam non era adatto al ruolo: troppo bello, troppo carismatico, troppo tutto. Ed in effetti, anche con ore di trucco prostetico, sarebbe difficile rendere mostruoso Charlie Hunnam, che in “Monster: la storia di Ed Gein” lavora di sottrazione, rende la sua recitazione minimalista, compie un grandissimo lavoro sulla voce (il doppiaggio in italiano purtroppo è a limite del grottesco), e il risultato è un’eccellente prova attoriale che restituisce la dimensione umana a Gein: Hunnam scava nel personaggio e ci fa vedere la persona, ed in particolare nella seconda parte della stagione – quando l’essere umano Gein è ormai separato dalla nerissima icona pop che è diventato – la sua interpretazione si fa dolente e malinconica, racconta di un malato mentale sotto psicofarmaci e elettroshock che si interroga sulla sua natura di mostro e di come volesse “solo essere un bravo figlio”. Da menzionare sicuramente l’ottima recitazione di Laurie Metcalf nel ruolo della madre e di Suzanna Son nel ruolo della disturbatissima fidanzata di Gein, Adeline Watkins.
Vedere l’essere umano in Gein rende i suoi crimini meno efferati? Assolutamente no. Provare empatia per un malato psichiatrico rende meno raccapricciante la sua storia? Nemmeno. Ciò non toglie che Ed Gein non era una creatura mitologica ma un essere umano sprofondato nell’oscurità più densa, e il ruolo della serie è anche quello di farci comprendere chi fosse: comprendere non significa assolvere, comprendere significa capire da dove è nato il mostro, e cosa poteva – forse – essere fatto.
La serie “Monster: la storia di Ed Gein” racconta esattamente quello che voleva dimostrare: i mostri esistono, ma nella società, nel nostro tempo, la morbosa fascinazione per il male rende un po’ tutti mostri. E se alla fine una delle maggiori critiche è che la serie non racconta approfonditamente i dettagli di ciò che Gein fece (un po’ come con Damher), allora probabilmente Murphy ha fatto centro.
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