Il mostro
Disponibile su: Netflix
Genere: Italiane, Miniserie, Serial killer, True Crime
Etichettato con: Netflix
Ci dev’essere un motivo se la serie “Il mostro” di Stefano Sollima ha raggiunto le vette della classifica Netflix in tutto il mondo. Sicuramente l’aspettativa generata da un caso che è diventato col tempo il più importante cold case degli ultimi decenni in Italia, grazie alle rocambolesche vicende giudiziarie, al fiorire di esperti che hanno scritto decine di libri sulla vicenda, alle numerose e diverse piste che sono state ipotizzate e alla peculiarità e alla efferatezza della serie di delitti. Ma c’è di più, a mio avviso. Il di più è che il regista ha fatto in questo caso una scelta molto chiara, che ha sacrificato la parte più propriamente crime della vicenda, per puntare al massimo sul contesto socio-politico e culturale del tempo, reso perfettamente da una rappresentazione scenica di altissimo livello. Sollima in altre parole ha trasformato il “Mostro di Firenze” in una saga dell’Italia di fine Novecento, una sorta de “La meglio gioventù” del noir, che va comunque vista e merita di essere apprezzata.
Non credo di dover raccontare più di tanto la vicenda, che si compone di otto duplici omicidi avvenuti nei dintorni di Firenze e nei quali è stata usata la stessa pistola, più una serie di altri crimini di contorno, che sono variamente associabili a seconda della pista investigativa che si sceglie per interpretare l’accaduto. Di certo, il killer (che siano uno o più) ha sempre ucciso coppie in piazzole isolate, per lo più in auto, mentre si erano appartate per stare in intimità. Ha accompagnato i colpi di arma da fuoco con l’uso dell’arma bianca e in taluni casi ha operato l’escissione del pube o del seno della vittima femminile.
E qui parte la prospettiva di Sollima, per il quale questi delitti sono innanzitutto femminicidi e in quanto tali gettano la loro sinistra prospettiva ancora sulla cronaca nera dei giorni nostri. E in quanto femminicidi, hanno le loro radici nella più oscura cultura patriarcale dell’Italia rurale degli anni Sessanta e Settanta, che, effettivamente, a prescindere da chi abbia materialmente compiuto gli omicidi, è una verità storica incontrovertibile. Per questo il regista sceglie come visuale interpretativa quella che negli anni tutti hanno chiamato la pista sarda e per questo, intervistato dopo aver presentato la sua serie a Venezia all’ultima Mostra del cinema, ha dichiarato che il Mostro “è dentro ognuno di noi”, né è parte geneticamente costitutiva, rappresentando una parte non marginale della cultura nella quale tutti noi siamo cresciuti.
Lavoro meritorio, ma che tirando la coperta da un lato, lascia scoperta un’altra parte. Manca del tutto la parte crime. Nulla o quasi viene lasciato alle investigazioni, alla polizia giudiziaria, alle aule di tribunali, ai testimoni, alle lettere anonime. Solo la Sostituta Procuratrice Silvia Della Monica assurge al rango di personaggio, perché funzionale alla lettura politica di cui sopra e l’unica aula di Tribunale che compare è quella del processo a Cagliari a Salvatore Vinci, alla sbarra per il presunto omicidio della prima moglie, poi assolto, ma rappresentato in questo caso più che come esponente della pista sarda, come antesignano della patriarcalità.
Non che la cosa di aver trascurato il crimine sfugga a Sollima, il quale cerca nel finale di chiudere in extremis una grandiosa lacuna con la ormai celebre lettera anonima che inizia così “Vogliate al più presto interrogare il nostro concittadino Pacciani Pietro nato a Vicchio”, tramite la quale entra nelle indagini il Vampa (ovvero Pietro Pacciani), che una settimana circa dopo l’ultimo duplice omicidio chiude nei fatti la serie criminale (ben prima che Salvatore Vinci faccia perdere le sue tracce come invece vogliono sottolineare i sostenitori della pista sarda). Non si capisce invero, se questa chiusura un po’ posticcia serva a chiudere almeno in piccola parte una lacuna oppure a lanciare una nuova stagione tutta crime. Nella quale possano trovare un po’ di spazio i profiler dell’FBI, la pista esoterica, gli omicidi collaterali, le perizie balistiche e psicologiche contrapposte, le assoluzioni in appello e chi più ne ha più ne metta. Insomma, tutto quel portato “mostrologico” senza il quale la serie finisce per essere ahimé almeno parzialmente deludente.
Ricordo ancora che tempo fa un calciatore di serie A, intervistato subito dopo il suo allenatore, ebbe a dire le seguenti parole “Sono completamente d’accordo a metà con quello che ha detto il mio mister”. Ecco, se qualcuno mi chiedesse un’opinione flash sulla serie, in questo non potrei che definirla una serie completamente riuscita a metà.
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