La trappola

La trappola

Redazione
Protocollato il 31 Ottobre 2026 da Redazione con
Redazione ha scritto 1032 articoli
Archiviato in: Serie TV
Disponibile su: Netflix
Genere: Miniserie, Thriller Psicologico

Quanto possiamo fidarci dei nostri ricordi? E quando, invece, la memoria può ingannarci, modificando ciò che abbiamo vissuto fino a renderlo quasi irriconoscibile? È intorno a questi interrogativi che si sviluppa “La trappola” (“Die falle“), una miniserie tedesca disponibile su Netflix dal 13 ottobre 2026, composta da sei episodi, della durata compresa tra 43 e 52 minuti. Diretta e sceneggiata da Isabel Kleefeld, già coinvolta nella realizzazione di “La mia prediletta“, e tratta dall’omonimo romanzo di Melanie Raabe, pubblicato nel 2015.

La protagonista, Lisa Konrad è interpretata da Friederike Becht, affiancata da Hans Löw nel ruolo del giornalista Robert Lenzen, Matthias Brandt in quello dell’editore Norbert Rudow e Josephine Thiesen, che presta il volto ad Anna.

Lisa è una scrittrice di successo, ma la sua esistenza è segnata da una tragedia: dieci anni prima ha trovato la sorella minore Anna brutalmente assassinata. Da allora vive reclusa in una grande villa, incapace di affrontare il mondo esterno. La scrittura, la terapia e i ricordi costituiscono l’universo ristretto nel quale si è rifugiata.

Un giorno, però, qualcosa cambia: guardando la televisione, Lisa riconosce nel volto di un giornalista l’uomo che ritiene responsabile della morte di Anna. Decide così di attirarlo nella propria casa, offrendogli un’intervista esclusiva e preparando con attenzione quella che dovrebbe diventare la sua trappola.

Ma siamo davvero sicuri che sia Lisa a condurre il gioco?

È da questo momento che la miniserie comincia a mostrare tutta la sua forza. Quella che inizialmente sembra una vicenda costruita intorno alla ricerca di un assassino si trasforma progressivamente in un confronto psicologico nel quale ogni certezza è destinata a vacillare.

«Il dubbio è tra le cose peggiori», afferma a un certo punto uno dei personaggi.

Ed è proprio il dubbio a insinuarsi in ogni episodio, a mettere in discussione ogni certezza, a confondere i confini tra sogno, realtà, ricordo e immaginazione. Lo spettatore crede di aver trovato una risposta, poi un particolare lo costringe a ricominciare e così, quasi senza accorgersene, finisce intrappolato nello stesso labirinto della protagonista.

Chi sta dicendo la verità? Chi sta manipolando chi?

Lisa è un personaggio che mi ha inquietata. La sua fragilità è evidente, così come il peso di un trauma che ha condizionato profondamente la sua vita. Eppure, dietro quella sofferenza, si avverte qualcosa di irrisolto, una zona d’ombra che rende difficile comprenderla fino in fondo.

La sua casa, apparentemente un rifugio sicuro, finisce per assumere i contorni di una prigione. Le stanze, gli oggetti, gli spazi diventano il teatro di una tensione crescente. Non occorrono inseguimenti spettacolari o continui cambiamenti di ambientazione. Bastano una conversazione, uno sguardo, un gesto apparentemente innocuo per alterare l’equilibrio della situazione.
Friederike Becht restituisce efficacemente questa inquietudine, dando vita a una donna fragile, segnata da un trauma profondo, ma fermamente determinata a ottenere giustizia per la sorella. La sua interpretazione riesce a trasmettere tutta la complessità di Lisa, senza renderla facilmente decifrabile.

Altrettanto convincente è Hans Löw, il cui Robert Lenzen mantiene un’ambiguità costante. Il suo atteggiamento, ora controllato, ora provocatorio, contribuisce a rendere ogni confronto una sorta di partita a scacchi, nella quale non è mai semplice stabilire chi abbia davvero il vantaggio.

Anche i personaggi che circondano Lisa partecipano a questo gioco di sospetti. Le loro parole, le premure e perfino i tentativi di aiutarla possono assumere significati diversi a seconda del momento in cui vengono osservati.

Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è il modo in cui la storia riesce a orientare e disorientare continuamente di chi sta guardando. Proprio quando pensavo di aver individuato il possibile colpevole, bastava una parola o un gesto a rimettere tutto in discussione. E a quel punto cominciava a vacillare anche la mia certezza di aver ricostruito ciò che era realmente accaduto.
La trappola preparata da Lisa per l’uomo che ritiene responsabile della morte della sorella finisce così per assumere un significato più profondo. È la memoria stessa a trasformarsi in una prigione, capace di custodire alcuni ricordi e nasconderne altri, alterando la percezione della realtà e lasciando spazio a ombre e sensi di colpa.

E ho trovato particolarmente interessante che al centro di questa storia ci sia proprio una scrittrice. Una donna abituata a inventare personaggi, costruire vicende e governare le parole, che si ritrova invece incapace di ricomporre con sicurezza il racconto più importante della propria vita.

La miniserie affronta temi delicati come il trauma, il senso di colpa, i rapporti familiari e la fragilità dei ricordi, senza rinunciare alla tensione tipica del thriller.

Nelle scene di confronto tra Lisa e Robert, il ritmo si fa particolarmente serrato, alimentato da una continua alternanza di rivelazioni e interrogativi. La tensione cresce attraverso i dialoghi, gli sguardi e i piccoli gesti, creando un’atmosfera carica di suspense che mi ha tenuta costantemente sul filo.

Ho apprezzato anche la scelta di non offrire allo spettatore una protagonista rassicurante, con la quale identificarsi senza riserve. Lisa suscita partecipazione, certamente, ma a me ha suscitato anche inquietudine. È proprio questa ambivalenza a rendere il personaggio interessante.

E quando la vicenda si avvicina alla conclusione, il confine tra ciò che abbiamo visto, ciò che abbiamo immaginato e ciò che abbiamo creduto di comprendere si fa ancora più sottile. Il finale riesce a dare forza all’intero percorso narrativo, e mi ha portata a riconsiderare sotto una luce diversa molti degli avvenimenti che si sono susseguiti lungo i sei episodi.

La trappola è un thriller psicologico che mi ha coinvolta fin dai primi minuti e ha mantenuto viva la mia curiosità fino alla conclusione. Mi sono ritrovata a sospettare di tre, forse quattro personaggi diversi, ogni volta convinta di aver finalmente individuato il responsabile della morte di Anna. E ogni volta la storia riusciva a sorprendermi, ribaltando le mie certezze e trascinandomi nuovamente nel dubbio.

Perché forse la trappola più difficile dalla quale uscire è proprio quella che costruiamo dentro noi stessi.

E il dubbio, una volta insinuatosi nella mente, può diventare l’ospite più difficile da mandare via.

Recensione di Lucia Spano.