L’uomo dei sussurri – James Ashcroft

L’uomo dei sussurri – James Ashcroft

Redazione
Protocollato il 29 Settembre 2026 da Redazione con
Redazione ha scritto 1016 articoli
Archiviato in: Film
Disponibile su: Netflix
Genere: Thriller Psicologico
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Al Thriller Café parliamo oggi di “The Whisper Man“, thriller del 2026 disponibile su Netflix e tratto dall’omonimo romanzo di Alex North.

La regia è di James Ashcroft, e nel cast figurano Robert De Niro, Adam Scott, Michelle Monaghan, Michael Keaton, Owen Teague e il piccolo Acston Luca Porto.

Ci sono film che impiegano mezz’ora a convincerti a restare. “L’uomo dei sussurri” ci mette molto meno: la scena si apre in un bosco durante una battuta di ricerca della squadra cinofila della polizia. Mentre gli agenti gridano il nome di Neil Spencer, la detective a capo delle operazioni (Michelle Monaghan) è al telefono per avere informazioni sui genitori di un ragazzino, lasciando intendere al pubblico che si tratta di un minore sparito la sera prima. La perlustrazione subisce una svolta drammatica con il macabro rinvenimento del corpo mummificato di un bambino, con la maglietta sollevata a coprirgli il viso. Una vittima che, evidentemente, non è quella che la polizia stava cercando.

Uno stacco di scena netto e spiazzante ci porta nel fotogramma successivo: una macchina percorre la strada verso Garretton e a bordo ci sono Tom Kennedy e suo figlio Jake (Adam Scott e Acston Luca Porto), diretti verso una casa nuova e una vita nuova.

I due condividono un lutto recente e doloroso, un’ombra silenziosa che si manifesta nei piccoli gesti quotidiani: quando arrivano il padre prende in braccio il figlio per portarlo al piano superiore. Il film non spiega subito il perché di quel movimento protettivo. Lo farà dopo, quando quel gesto avrà già raccontato la profonda fragilità del loro legame.

Questo è precisamente uno dei meccanismi che ho apprezzato maggiormente. La sceneggiatura, infatti, dissemina piccoli particolari apparentemente insignificanti lungo il percorso e lascia che acquistino significato più avanti. Una lettera destinata al precedente inquilino, un pavimento rovinato dall’umidità, una storia raccontata prima di dormire: frasi e dettagli che sembrano destinati a passare inosservati e che invece tornano a galla quando ormai quasi ce ne eravamo dimenticati.

A fare da cornice a questo gioco di incastri c’è la casa in cui Tom e Jake si trasferiscono, che contribuisce parecchio all’atmosfera. Stanze poco rassicuranti, una cantina ingombra, rumori e zone d’ombra accompagnano un bambino che già porta sulle spalle un dolore enorme. Jake parla con una ragazzina, “la ragazza con il maglione azzurro” che Tom comunque non vede.

Sul versante investigativo, l’inquietante ritrovamento del bambino nel bosco spinge la detective Amanda Beck a intravedere l’ombra di un vecchio caso di oltre vent’anni prima. All’epoca, un assassino di bambini, Frank Carter, era stato arrestato dal detective Pete Willis. Oggi Carter è ancora in cella e Pete è in pensione, ma tutto sembra ricalcare fin troppo fedelmente quel macabro modus operandi. Il raggelante sospetto dell’esistenza di un complice, di cui aveva già accennato Willis, spinge Amanda a rivolgersi al vecchio collega per un aiuto. L’uomo, tuttavia, si mostra riluttante a collaborare.

A dare corpo a questa fitta rete di tensioni è un cast d’eccellenza, vero punto di forza del film. Robert De Niro presta a Pete Willis una presenza trattenuta, affidata spesso ai silenzi e agli sguardi. Adam Scott dà a Tom la stanchezza di un padre che sta cercando di tenere insieme ciò che resta della propria famiglia. Michelle Monaghan regge bene la parte più strettamente investigativa, mentre Michael Keaton riesce a rendere Frank Carter inquietante anche quando è semplicemente seduto dall’altra parte di un tavolo.

Sono soprattutto i rapporti tra padri e figli a dare spessore alla storia. Il dolore per la morte della madre ha scavato tra Tom e Jake uno spazio difficile da attraversare, specchio di dinamiche familiari complesse che si trascinano da una generazione all’altra. Nel corso del film torna più volte il tema dei bambini che chiedono agli adulti di essere ascoltati e creduti. E quando, in una registrazione, Jake lascia al padre una domanda semplicissima — «Perché non mi hai creduto?» — il legame tra i due acquista un peso ancora maggiore.

Ashcroft alterna l’indagine alla dimensione familiare e inserisce una componente più ambigua, legata alle percezioni di Jake e alla misteriosa ragazza con il maglione azzurro. Per buona parte della visione resta difficile stabilire quanto appartenga alla fantasia di un bambino traumatizzato e quanto invece debba essere preso sul serio. Questa incertezza aggiunge inquietudine senza spostare completamente il film sul terreno dell’horror.

La tensione cresce soprattutto nella seconda parte. Le vecchie audiocassette, le registrazioni, le fotografie e alcuni dettagli dei delitti passati riportano continuamente il passato dentro ciò che sta accadendo nel presente. L’indagine apre diverse piste e introduce parecchie informazioni, forse qualcuna più del necessario, ma mantiene viva la curiosità e soprattutto recupera molti degli elementi mostrati all’inizio.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che mi ha divertita di più durante la visione: accorgermi, a distanza di parecchie scene, che un particolare al quale avevo prestato poca attenzione era stato messo lì per una ragione. Il film chiede allo spettatore di ricordare. Quando quei particolari ritornano, capita più di una volta di pensare: era lì, l’avevo visto.

Il finale accelera e diventa più fisico, con qualche passaggio che appartiene ai meccanismi più classici del thriller. Riesce però a chiudere i principali fili lasciati aperti e riserva alla storia una conclusione che per me funziona soprattutto sul piano emotivo.

Poi arriva un’ultima immagine.

Una fotografia aggiunge un ultimo tassello alla storia. Sono pochi secondi, senza spiegazioni superflue, e proprio per questo mi sono piaciuti. Raccontare di più sarebbe imperdonabile.

L’uomo dei sussurri appartiene a quel tipo di thriller che preferisco: un’indagine criminale, un vecchio caso che torna a chiedere attenzione, una famiglia ferita e dettagli che aspettano il momento giusto per rivelare il proprio peso. Qualche deviazione investigativa avrebbe potuto essere alleggerita, ma non mi ha fatto perdere interesse.

Quando sono arrivati i titoli di coda, la sensazione dominante è stata molto semplice: mi ero divertita a seguirlo. E per un thriller, per quanto mi riguarda, è già parecchio.

Recensione di Lucia Spano.