L’impronta del lupo – Jo Nesbo
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Einaudi pubblica un nuovo romanzo di Jo Nesbø, dopo la saga dei fratelli Opgard di ambientazione norvegese. Ne “L’impronta del lupo” (traduzione di Eva Kampmann), ci spostiamo negli Stati Uniti, in Minnesota (il nome dello Stato è anche il titolo originale dell’opera) e teatro delle vicende è Minneapolis, capitale dello Stato divenuta in questi mesi centro simbolico della protesta anti-trumpiana, e questa coincidenza sembra voler porre ulteriore enfasi a un romanzo che, a mio avviso, segna una nuova fase narrativa del grandissimo scrittore norvegese.
Il protagonista non è più il celebre e mitico detective Harry Hole (già visto negli USA nel recente “Luna rossa”), ma un nuovo personaggio che entra sulla ribalta: il detective Bob Oz. Il quale è sulle orme di un killer molto organizzato, che prende di mira un boss della malavita locale. Il boss Marco Dante non viene però ucciso perché il killer fallisce il suo obiettivo e questo permette al detective Oz di organizzarsi per cercare di catturarlo. Ma questo non sarà l’ultimo colpo del killer e la polizia di Minneapolis avrà filo da torcere per cercare di fermarlo.
C’è una grande maestria nel costruire un intreccio convincente per “L’impronta del lupo”. A partire dalla scelta di far introdurre la vicenda a uno scrittore e giornalista che torna a Minneapolis nel 2022, sei anni dopo i fatti del 2016 che hanno visto all’opera il killer sopra citato. Per proseguire con un alternarsi di “soggettive” sui diversi protagonisti, fotografate all’epoca in cui sono avvenuti i delitti: Bob Oz naturalmente, ma anche la detective Kay Myers della Polizia di Minneapolis, l’altro poliziotto Olav Hanson (tutti descritti da un io narrante esterno), ma anche lo stesso killer che narra la vicenda in prima persona. La storia in sé, poi, è bellissima nel suo costruirsi progressivamente, nel ritmo che cresce, nell’immaginare un susseguirsi di eventi che solo Nesbø potrebbe concepire.
Colpisce però in particolare la capacità che ha lo scrittore norvegese di calarsi nel contesto americano. Con uno stile che ricorda Don Winslow e James Ellroy, Jo Nesbø ci porta nel cuore di un paese lacerato, che sotto una patina di apparente quiete e normalità alleva i demoni di una ribellione sempre pronta a esplodere. Dove il “sogno americano” è chiaramente prossimo a trasformarsi in un incubo, perché le persone qualunque sono molto lontane dall’avere le strade aperte per affermarsi, ma devono invece quotidianamente combattere per riuscire a rimanere a galla. E se nella Norvegia dei suoi precedenti romanzi questa rabbia latente era più legata a un intimismo dei suoi personaggi che non si erano mai pienamente realizzati e lottavano contro sé stessi, qui la situazione diventa una questione di natura sociale.
Il Nesbø del Minnesota è uno scrittore di chiara valenza politica. Uno scrittore che denuncia la proliferazione incontrollata delle armi negli Stati Uniti al servizio di un potere spesso corrotto. Minneapolis, come ci racconta l’autore, è la città di George Floyd, massacrato in strada dall’MPD (la Polizia di Minneapolis) mentre viene arrestato per un reato minore. La stessa città nella quale poche settimane fa l’ICE (la polizia statunitense che vigila sull’immigrazione) ha ucciso in analoghe circostanze Renee Nicole Good e Alex Pretti. Una città che dopo questi fatti si è incendiata per le proteste. Ed è anche la città dell’immigrazione norvegese, dove molti connazionali di Nesbø nei secoli scorso sono andati a cercare fortuna.
Uno di questi era il bisnonno di Bob Oz, che deve il suo cognome a un’errata trascrizione del molto più norvegese Aas, figura straordinaria creata da Nesbø. Un detective che si rifiuta di avere un’arma di ordinanza (dopo che sua figlia è stata uccisa in una sparatoria), lasciato dalla moglie, solitario, incline alle bevute. Ma anche assolutamente determinato e acuto, mai placato, ribelle per istinto e, manco a dirlo, molto apprezzato dalle donne. Un gran bel personaggio, che ama la musica soul (bellissima la “colonna sonora” del romanzo) e del quale spero che si possa ancora leggere. Un “cugino” di Harry Hole che ha un po’ di voglia in più di cambiare il mondo, come mi pare ci voglia dire il Nesbø americano.
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