L’altro ispettore. Vietato Pensare – Pasquale Sgrò
Il libro che ci presenta oggi Thriller Cafè si discosta dai libri che siamo soliti leggere in questo bar per due motivi fondamentali: parla di una delle principali attività dell’essere umano, del lavoro, ma anche della morte che si incontra nel compierlo per la mancanza di sicurezze adeguate. E allora per questo motivo non ci servono più i soliti ispettori, quelli che con l’armamentario del mestiere cercano l’assassino, no, qui ci serve un “altro ispettore”, quello che l’assassino lo intuisce e lo conosce già sul luogo del delitto ma indaga con la classica lente di ingrandimento perché la risoluzione del caso consiste nell’individuazione delle prove tecniche che hanno portato alla tragedia di quella morte sul lavoro.
Il motto posto come monito sul cancello all’ingresso del lager di Auschwitz “Arbeit macht frei” (“Il lavoro rende liberi“) è la sintesi beffarda del grande inganno nascosto nel campo di concentramento dove il lavoro schiavizzante, la vita disumana portavano non alla libertà ma alla morte nelle camere a gas. Oggi più che mai attuale è la contraddizione che spesso il lavoro non solo non rende liberi ma porta alla morte se non si osservano le più elementari regole della sicurezza.
“L’altro ispettore. Vietato Pensare” di Pasquale Sgrò è stato pubblicato dalla casa editrice Corbaccio di Milano nel mese di novembre 2025 quasi in concomitanza con l’adattamento televisivo del libro andato in onda in sei puntate su Rai 1 all’inizio del mese di dicembre con un finale a sorpresa che ha lasciato tutti a bocca aperta e con un grande interrogativo sull’ispettore Mimmo Dodaro (interpretato magistralmente da Alessio Vassallo, affiancato da un’altra grande conoscenza del pubblico televisivo, l’attore Cesare Bocci, dal 1999 personaggio popolare interprete di Mimì Augello nella serie TV di successo Il Commissario Montalbano). Il finale aperto dell’ultima puntata, dove è centrale il pubblico ministero Raffaella Pacini (Francesca Inaudi) richiede per forza di cose un seguito, una continuazione anche perché il tema affrontato dal libro, gli incidenti sul lavoro, le morti bianche è di un’incredibile attualità. La serie TV ha ottenuto il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri, del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e di Inail, e la collaborazione di Presidenza del Consiglio dei ministri-Ministro per le disabilità, dell’Ispettorato nazionale del lavoro e del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri.
Sgrò sta sul pezzo, come sempre nel corso del suo lavoro proprio di ispettore del lavoro con la tenacia e la testardaggine che solo un calabrese come lui può avere. Di origini calabresi Sgrò e toscano di adozione, si trasferisce a Lucca dove abita proprio come il personaggio del suo romanzo che diventa quasi un’autobiografia nella quale è Sgrò che parla, che indaga, che interroga per scoprire la causa e i responsabili dell’incidente. La preparazione di Sgrò è poliedrica, laureato in chimica, ha messo al servizio del suo lavoro di ispettore le conoscenze e l’esperienza guadagnate sul campo riguardo ai problemi della sicurezza e della disabilità. Questo ha un suo peso nel successo che ha avuto la riduzione televisiva del libro che ha portato nelle case degli italiani il tema della sicurezza del lavoro. Nella infinita diatriba tra libro e serie televisiva forse in questo caso la serie televisiva ha preso il sopravvento.
“L’altro ispettore” è Mimmo Dodaro, ispettore del lavoro che dopo il grave lutto della moglie torna a Lucca dove la madre può prendersi cura di Mimì, la figlia adolescente, e dove ritrova Alessandro un suo vecchio amico di famiglia diventato disabile dopo un incidente in cantiere dove il padre di Mimmo ha perso la vita molti anni prima.
La morte di Karina Bogdani (ci ricorda la reale tragedia di Luana D’Orazio), una giovane operaia tessile con la passione del ballo, stritolata dall’orditoio in una fabbrica del posto porta subito il nostro ispettore sul campo dell’indagine tecnica aiutato da un PM, Raffaella Pacini, una vecchia compagna di classe con la quale sboccia un incerto e tenero sentimento d’amore che c’è sempre stato e mai dichiarato. Siamo in provincia, i tempi scorrono lunghi e in questi tempi così allungati si innescano i modi e i tempi spesso noiosi di un lavoro di indagine che non cerca una persona, non cerca come nei classici gialli l’assassino ma vuole individuare il dettaglio tecnico con il quale portare in tribunale a rispondere del proprio operato i responsabili del settore e spesso non solo chi doveva vigilare e non lo ha fatto ma anche gli imprenditori ossessionati dal profitto. Questo è un ispettore speciale come speciale è il crimine che deve indagare, anche se affiorano reminiscenze del giallo tradizionale nella figura di Mario Mariotti il brigadiere dell’Arma dei Carabinieri che accompagna Mimmo sui luoghi degli incidenti e che ricorda molto da vicino l’inseparabile Watson del primo e unico grande indagatore l’inglese Sherlok Holmes. Solo che sir Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlok Holmes, si muoveva nell’ambito della fantasia mentre Pasquale Sgrò è sul terreno della realtà, una realtà amara che svela la inspiegabile morte sul lavoro nell’errore tecnico alla base della tragedia. Se l’ispettore con la sua arguzia e le sue giuste domande individua questo errore dopo sappiamo bene a chi addossare la colpa e la responsabilità. La morte sul lavoro non è inevitabile e non è una fatalità è solo causata dalla mancanza di misure adeguate nell’uso dei mezzi di produzione.
Le domande di Mimmo sono semplici ma scomode perché sono poste a persone e lavoratori che hanno davanti lo spettro del licenziamento e per questo non parlano, sono reticenti…c’è un senso comune che ci porta al dovere di produrre e non ci fa mai intravedere la necessità o la possibilità di poter produrre. D’altro canto è inutile negare la falla che c’è nel sistema italiano della sicurezza del lavoro, la mancanza di formazione e la mancanza di personale adeguato e competente. L’altro ispettore porta poi a scoprire anche l’altra verità: il lavoro sommerso, il lavoro nero. Emerge impellente la necessità di lavorare soprattutto sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro che hanno ormai raggiunto la cifra record di tre/quattro morti al giorno. Bisogna promuovere la cultura della sicurezza sul lavoro già nelle scuole dove si deve educare al rispetto e alla dignità del lavoro.
Questo libro ha il potere di farci riflettere sull’origine di una se non la più importante delle principali occupazioni dell’uomo e che occupa in vario modo gran parte della nostra vita: il lavoro. Il lavoro così come viene presentato nei testi biblici c’è sempre stato prima ancora del peccato originale. Nel Deuteronomio c’è scritto che Dio piantò un giardino e vi pose l’uomo perché lo coltivasse e lo custodisse a protezione e difesa, tutto intorno al giardino dell’Eden c’è il deserto e la morte qui invece nell’Eden c’è un luogo di lavoro dove l’uomo vive in un contesto paradisiaco, un lavoro quindi inteso come servizio, il lavoro che trasforma la terra in paradiso. In questo contesto l’uomo attraverso il lavoro compie un atto di creazione, un lavoro creativo che lo gratifica con i prodotti della terra in assoluto spirito ecologico. Ma dopo il peccato originale, le cose cambiano, il lavoro non è più lo stesso diventa penoso e alienante. Quando Dio dice ad Adamo “ti guadagnerai il pane col sudore della fronte” nel libro della Genesi (3,19), firma la condanna e l’espulsione dall’Eden. La terra, prima fertile, diventerà difficile da lavorare e porterà spine, costringendo l’uomo alla fatica fisica (il sudore) per procurarsi il cibo, finché non tornerà alla polvere da cui è stato tratto. “Con il sudore della tua fronte mangerai il pane, finché non ritornerai nella terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!“. Nella trasposizione odierna il peccato originale è il profitto, la mela è il capitale che si accumula nelle banche, questo è il nuovo dio, il denaro, il guadagno senza limiti che porta allo sfruttamento, alla massificazione e senza sicurezza alla morte.
Adesso tutto diventa faticoso e inizia il rapporto infetto e contaminato con il lavoro. L’Esodo è la storia della liberazione dalla schiavitù della costruzione delle piramidi in Egitto dove il Faraone imprenditore impone un lavoro schiavizzante nel quale non c’è libertà sia su cosa fare e sia su come farlo, perché al Faraone interessa soltanto la matematica del numero dei mattoni costruiti. Anche nel mito della torre di Babele oltre alla nascita esplicativa dei linguaggi c’è la regola che se cade un uomo il lavoro non si ferma, ma se cade un mattone sono guai. Il capitalismo afferma l’importanza del prodotto più della persona, il prodotto che si deve vendere è più importante della manodopera che lo confeziona. Per il mondo antico è libero solo chi è persona: lo schiavo non è libero, non esiste. Questa concezione dominante è stata trasposta incredibilmente nel mondo moderno dopo duemila anni. La ricaduta odierna di questa Weltanschauung è il lavoro nero, i migranti che sono schiavi e trasparenti, fantasmi che non si vedono e vengono abbandonati morenti davanti alle porte di casa come spazzatura o merce inutile avariata perché non più funzionale alla produzione. Marx nello studio del capitalismo aveva capito una cosa fondamentale: l’operaio con il salario di tutta una vita non è in grado di acquistare il mezzo di produzione con il quale lavora. Il marxismo indicava la necessità che i lavoratori abbiano come prospettiva la proprietà dei mezzi di produzione. Adesso questa può sembrare una concezione arcaica se non viene arricchita dal tema del quale si occupa Pasquale Sgrò: i mezzi di produzione devono essere sicuri, solo così si chiude un corollario importante nell’organizzazione del lavoro. Se guardiamo al passato e alla nascita della catena di montaggio, la grande innovazione capitalistica non possiamo non menzionare il Taylorismo che si occupa dell’ottimizzazione del lavoro individuale e il Fordismo che guardaalla produzione di massa e alla standardizzazione dei prodotti. In Italia resta l’esempio dell’illuminismo imprenditoriale di Adriano Olivetti che trasformò la fabbrica di Ivrea in un modello di innovazione industriale e sociale, anticipando la Silicon Valley grazie a un approccio umanista: migliorò le condizioni di lavoro, investì in tecnologia e ampliò l’azienda a livello globale dimostrando che si può fare profitto anche senza sfruttamento.
Il lavoro potrebbe passare così dal rapporto dipendente di padrone/schiavo al rapporto liberatorio e cooperativistico della società cooperativista, solo così il lavoro si può affrancare dalla sua alienazione e diventare libero gratuito e creativo nel senso che il salario non è più dominante ma è importante la dignità dell’opera creativa.
E il lavoro per non essere alienante deve contemplare l’altra faccia della medaglia, il riposo, il famoso Shabbat ebraico, la festa settimanale del riposo, durante il quale ci si dedica alla famiglia e all’invenzione moderna del tempo libero, l’agognato week end.
Il riposo dal lavoro è segno di libertà, si esce dal ritmo frenetico della quotidianità per dire basta all’ansia e alla mercificazione alla produzione. Noi invece non abbiamo capito niente e ci portiamo il lavoro a casa…persino il taoismo la filosofia orientale del non agire dice “il saggio meno opera più crea“.
Pasquale Sgrò indica con la sua opera una soluzione al problema della morte sul lavoro: l’importanza della prevenzione. Sempre nei testi biblici ritroviamo questa ricerca di responsabilità e di prudenza (Deuteronomio 22:8): ” Quando costruirai una casa nuova, farai un parapetto intorno alla tua terrazza, per non attirare sulla tua casa la vendetta del sangue, qualora uno cada di là “. La conclusione è un approccio etico al lavoro, dove la vita umana e la dignità hanno priorità assoluta. La cura reciproca tra colleghi, la responsabilità del datore di lavoro per la sicurezza dei dipendenti sono valori umani imprescindibili non solo legali. La chiosa è affidata ad una frase di Khalil Gibran “Mi considerano pazzo perché non voglio vendere i miei giorni in cambio di oro. E io li giudico pazzi perché pensano che i miei giorni abbiano un prezzo“. La vita e il tempo hanno un valore eterno che non deve mai essere mercificato.
Recensione di Michele Mennuni.
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