La curva dell’oblio – Gian Andrea Cerone

Editore: Guanda
Redazione
Protocollato il 30 Gennaio 2026 da Redazione con
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La curva dell’oblio – Gian Andrea Cerone

Dopo “Le notti senza sonno“, “Il trattamento del silenzio” e “Le conseguenze del male“, Gian Andrea Cerone torna in libreria con “La curva dell’oblio”, un romanzo che conferma il suo talento narrativo e consolida il legame tra il lettore e la squadra investigativa capitanata dal commissario Mario Mandelli.
Intanto, diciamolo: Cerone pubblica con Guanda. E già questo non è poco. Vuol dire che qualcuno, con occhio lungo, ha riconosciuto la qualità prima che diventasse evidente a tutti.

La storia inizia con un salto temporale all’indietro: siamo nel 2012, nell’Alta Val di Fassa. La preda cerca di sfuggire al suo inseguitore, è braccata, ma il tentativo fallisce miseramente. Un osservatore attento ha visto tutto, ma osserva e tace. Un camoscio solleva il muso, il grido di un’aquila riempie il silenzio. Poi tutto si spegne.

È passato tanto tempo, è quasi l’alba e siamo a Milano. Ma non nella città patinata delle riviste di moda: siamo in quella più vera, più grigia, più dura. Mario Mandelli si è appena alzato e fa colazione con la moglie, tra battute ironiche che sanno di confidenza e di affetto. La sua giornata lavorativa sta per cominciare, ma la voce del collega Antonio Casalegno gli fa capire che sarà molto pesante: è stato trovato un morto “stecchito, con tutta probabilità uno Stone22”.

Una segnalazione anonima. Si comincia da una mansarda. Un uomo ucciso, dissanguato, con addosso una maschera da medico della peste. Il sangue raccolto in sacche, appese come in un laboratorio improvvisato. Nessun dubbio: qui non c’è solo un delitto, ma un messaggio. E Cerone lo affida a Mandelli e alla sua squadra, che ancora una volta entrano in scena senza far rumore, ma con la determinazione che serve quando il male non si nasconde più.

Mandelli non è un eroe, e nemmeno vuole esserlo. È un uomo che conosce il peso del tempo, della responsabilità, della verità. Accanto a lui, come sempre, l’ispettore Casalegno, amico e collega. Compresa immediatamente la portata dell’evento, entra in azione l’Unità di Analisi del Crimine Violento, concreta, instancabile, una squadra che ormai il lettore sente come famiglia. Le dinamiche interne, i dialoghi realistici e mai forzati, l’ironia che si insinua nei momenti giusti: ogni scena è autentica.

Ma Mandelli e Casalegno sono costretti a lasciare il caso a Caterina Dei Cas, compagna di Casalegno, incinta al settimo mese. Un senatore in fin di vita, ma ancora in grado di muovere e far muovere le persone giuste, vuole sapere cosa c’è davvero dietro la morte del figlio, avvenuta dieci anni prima. I due colleghi partono per la montagna più alta. Le indagini si dividono, e le storie corrono parallele senza disturbarsi, anzi: si rafforzano a vicenda. Ognuna dà all’altra ritmo e profondità. Ogni indizio trova il suo senso e la sua collocazione. E quando la verità emerge, a fatica, come sempre accade nelle indagini più sporche, lascia un segno. Non ci sono colpi di scena gratuiti, ma svolte credibili, coerenti con i personaggi e con il mondo che abitano.

Uno dei punti di forza del romanzo è la capacità dell’autore di alternare tensione narrativa e riflessione. Cerone non giudica, osserva. Racconta un’Italia che ha voglia di dimenticare i suoi angoli bui, ma che ogni tanto è costretta a guardarli in faccia. E lo fa con uno stile pulito, mai ridondante, capace di cambiare ritmo senza perdere precisione.

La dimensione etica del racconto è sempre presente, ma mai urlata. Mandelli non vuole risolvere il caso per gloria personale, ma perché qualcuno, spesso una vittima senza nome, ha diritto alla verità. Anche quando è difficile. Anche quando nessuno la pretende. Questa tensione morale attraversa tutto il romanzo, rendendolo non solo un thriller riuscito, ma anche un racconto umano.

In questo romanzo Cerone alza l’asticella: arriva a descrivere non solo la morte degli altri, ma quella del protagonista, sfiorata e non raggiunta. Non più solo la vittima che reclama giustizia, ma l’investigatore stesso che, costretto a confrontarsi con la fragilità estrema, vede cambiare per sempre la prospettiva sulla vita. 

Mentre le due storie si dipanano, impariamo che fotografare fiori è un’arte, e che quelli capaci di farlo davvero bene sono pochi. Così come scopriamo che una donna al settimo mese di gravidanza non viene sempre presa sul serio da chi, invece, dovrebbe.

Per concludere: “La curva dell’oblio” è un romanzo maturo, solido, scritto con mestiere e passione. Un thriller che scava nei meccanismi della mente e della memoria, ma anche nei silenzi della coscienza. Il tempo passa e sembra seppellire tante cose, sfocarle fino a cancellarle. Ma tutto lascia tracce che restano visibili anche dopo anni, per chi sa leggerle e interpretarle. 

L’autore dimostra ancora una volta che si può scrivere “genere” senza rinunciare alla profondità, e che si può tenere incollato il lettore senza urlare. Un libro che si legge con il fiato sospeso, ma che lascia spazio anche alla riflessione. Mandelli e la sua squadra sono tra le voci più credibili e umane del poliziesco italiano contemporaneo.

Gian Autore Cerone, savonese, milanese d’adozione, non nasce scrittore, ma ci arriva con passo sicuro. Dopo anni nella comunicazione e in incarichi istituzionali – tra ministeri ed EXPO – ha fondato una piattaforma di podcast (Storielibere) e nel 2022 ha debuttato con Le notti senza sonno. Da lì, una serie di romanzi che non solo tengono il lettore incollato alla pagina, ma sono anche stati riconosciuti dalla critica: due finalisti al Premio Scerbanenco, due vincitori del Premio Franco Fedeli.
Con La curva dell’oblio, la quarta indagine di Mandelli, Cerone conferma di non essere una meteora del noir italiano, ma una voce solida, consapevole, e sempre più interessante.

Recensione di Simona Conte.

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