Il sangue degli architetti – Diego Lama
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Conoscevo già Diego Lama e il suo commissario Veneruso da un bel pezzo e, sarò sincero, questa volta temevo un passo falso. “Il sangue degli architetti“, edito da Mondadori e scritto da un architetto professionista, avrebbe potuto essere uno di quei libri che solo gli addetti ai lavori possono capire.
Non mi ero sbagliato: mi ero strasbagliato.
Con quest’ultima fatica l’autore porta in libreria quello che forse è il suo lavoro più maturo. Una scrittura intensa, profonda, a tratti poetica, ma intrisa di quell’ironia che caratterizza fin dagli esordi il suo personaggio chiave.
Veneruso è un uomo di terra, conscio della propria semplicità, privo dell’acume da top detective (tanto da delegare all’ispettore Antonio Polverino tutto ciò che concerne il lavoro d’intelletto), “lento a capire le cose ovvie”, ma incredibilmente umano. Che non significa sempre “buono”; anzi, a volte è pure un bel po’ carogna, soprattutto con i suoi sottoposti, che spesso — e non di rado — chiama “asino”, “mulo”, “invertito”.
Dietro la scorza dura s’affaccia però un animo sensibile, capace di comprensione e grandi slanci di generosità, soprattutto quando le vicende familiari del fido Polverino prendono la consueta brutta piega.
“Veneruso era ottuso e ignorante, però era anche un po’ tanto sensibile, e voleva bene ai suoi poliziotti e in generale alle persone, ai vivi. Anche ai morti, qualche volta.”
Al contrario di molti altri detective, Veneruso non ha famiglia: niente tragedie personali a influenzarne il percorso e la crescita individuale. Arriva anzi ad agognare un matrimonio con la prostituta Annarella la Sorrentina, tra un pensiero e l’altro indirizzato a “Colui il quale” — “il Grande Scrittore della Vita” — e una cena alla trattoria ambulante di Peppe Savio.
È però ossessionato da due cose — probabilmente collegate fra loro: i sintomi di un imminente infarto, che non sopraggiunge mai, e un senso di colpa che si porta dietro fin da bambino. Sì, perché il piccolo Veneruso, cresciuto povero ma felice nei quartieri della città medievale, mille anni prima si era permesso di sbafarsi una pagnotta ricevuta in regalo da una gentildonna, senza portarne nemmeno un pezzo a casa.
Questo è il suo unico, vero mostro: “il banale desiderio di un impossibile perdono”, “[…] tutto era partito da lì, da quel primo ricordo: tutta la vita era dipesa da quel gesto.”
Circondato da una compagine di ispettori e poliziotti talmente scalcagnata da far pensare a una versione partenopea del gruppo TNT di Max Bunker, si ritrova a dover mettere ordine in mezzo al caos delle indagini e a quello di una città in procinto di cambiare per sempre volto.
È infatti l’aprile del 1884 e Napoli sta per subire una drastica trasformazione: giù i quartieri poveri e colerosi (saranno ricostruiti altrove, con decine di migliaia di cittadini trasferiti come pacchi), spazio a nuove arterie che divideranno il centro e cambieranno i connotati della costa, via libera alla cementificazione di aree collinose come Posillipo e il Vomero, a quel tempo inabitate e, udite udite, alla prima linea metropolitana del Regno.
Tanti progetti (belli o brutti che siano) che si traducono in due semplici, crude parole: business edilizio. E, come si sa, dietro a questo tipo di attività si sviluppano sempre oscure trame.
Ribolle la parte più torbida della città, fatta di costruttori senza scrupoli, architetti in lotta per un appalto, misteriose donne che covano segreti e sentimenti di vendetta. In tutto questo marasma ci scappa, come è facile intuire, qualche morto — di quelli importanti — ed ecco che allo stanco Veneruso tocca calcare la scena.
“A Napoli i morti erano tanti, ma spesso si trattava di poveracci che contavano poco: nessuno veniva a disturbarlo per quelli.”
Napoli si propone come una città oscura, tanto che la maggior parte delle indagini si svolge di notte, tra loschi incontri nei bordelli d’alto borgo, visite a castelli privi d’illuminazione, giardini dove si comprano favori d’ogni tipo, marciapiedi dove “l’aria sapeva di odori antichi e di marcio, ma che non dava alcun fastidio”.
Romanzo suddiviso in quattro parti più altrettanti interludi, equivalenti al numero di architetti coinvolti nei fatti, a partire da quel Lester Young che si ritrova la testa squarciata da un busto di pietra. Un racconto sulla città — anch’essa protagonista — e i suoi stravolgimenti, con un thriller dentro al thriller: due indagini legate da un unico filo conduttore che s’incastrano una dentro l’altra come scatole cinesi.
Rivedremo ancora Veneruso in futuro? L’ultima frase del libro è lì per tenerci il fiato sospeso.
Curiosità numero uno: nel romanzo compare, anche se per poco, un ispettore Battisti Lucio.
Curiosità numero due: molti dei personaggi del romanzo sono ispirati a figure storiche e persone reali, così come lo sono le varie trasformazioni urbane. L’autore vi spiega tutto nella nota finale: leggetela, è molto interessante e fornisce un valore aggiunto al libro che avete in mano. Non è la solita lista di ringraziamenti.
Diego Lama scrive per Mondadori dal 2014, dopo varie pubblicazioni con Delos e Clean edizioni. Ha vinto numerosi premi, tra cui il Gran Giallo Città di Cattolica e il premio Tedeschi. Per la serie del commissario Veneruso ha pubblicato, a oggi, sei libri.
Recensione di Mauro Piva.
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