Il gioco della storia – Philip Kerr
Considero il compianto e spesso sottovalutato Philip Kerr uno dei più grandi scrittori di crime dei nostri tempi, non solo per aver inventato il personaggio di Bernie Guenther, straordinario investigatore e agente segreto internazionale, ma anche (e forse dovrei dire soprattutto) per la sua capacità eccezionale di mescolare la narrazione di fantasia con i fatti realmente accaduti nella Storia. Oggi, in particolare, vi parlo di un libro che è uscito originariamente in lingua inglese nel 2009 con il titolo “Field Grey”, che è una tonalità di colore intraducibile in italiano (grigio da campo) e che altro non è che il colore delle divise delle SS. L’editore Fazi, nella collana Darkside, traduce il titolo con “Il gioco della storia” e lo fa tradurre da Stefano Bortolussi, scrittore, poeta e grande traduttore, cui va il primo dei tanti plausi che farò oggi. Il secondo va proprio all’editore Fazi che fa tradurre le vecchie opere di Kerr, perché come ho detto sopra, è ora di riscoprire per il vasto pubblico in Italia uno dei grandi del nostro tempo, talvolta poco esplorato.
Ne “Il gioco della storia”, Bernie Guenther è al soldo della polizia cubana nel 1954 ma, come piace a lui, si impegna al contempo a far fuggire ad Haiti una giovane rivoluzionaria castrista. Ovviamente le cose non vanno come dovrebbero e nel tragitto Bernie viene catturato dai militari americani. Spedito nelle carceri di Guantanamo, viene successivamente rimpatriato in Germania, dove dovrà faticare non poco per salvarsi la pelle. Con la consueta prosa piacevole e lieve e un Bernie Guenther più in forma che mai, Kerr vuole far luce sugli anni che, in pratica, chiusero i conti con la Seconda Guerra Mondiale e aprirono gli anni della Guerra Fredda. Particolare attenzione è dedicata a Berlino, dove Guenther viene fatto tornare, proprio perché è in quella città che in quegli anni si sono determinati alcuni dei destini che hanno condizionato i decenni a venire.
Questo romanzo riesce a essere, contemporaneamente, uno straordinario documento di indagine storica e storiografica e un thriller appassionante. Nelle sue pagine sono contenuti alcuni resoconti, invero assai poco approfonditi dagli storici contemporanei, che hanno un grande valore scientifico e che, come lo scrittore scozzese voleva, riescono spesso a mettere in discussione luoghi comuni consolidati e a porre il lettore in crisi rispetto alla propria visione del mondo (personalmente, i libri che riescono a fare questo sono quelli che preferisco). I campi di internamento della Francia nazista del 1940, la carneficina che avvenne a Koenigsberg conquistata dall’Armata Rossa, le prigioni alleate in Germania e la nascita della Stasi sono solo alcuni degli eventi che vengono narrati in questo bellissimo romanzo.
Ma tutte queste cose non sarebbero nulla senza il filtro preziosissimo di Bernie Guenther, dal cui punto di vista noi le osserviamo. Con un cinismo alla Philip Marlowe e un candore alla Forrest Gump, il detective berlinese passa attraverso i fatti della Storia con uno sguardo che è contemporaneamente iper-razionalista (“spreme” i fatti storici con una minuzia incredibile) e distopico, rivelando la matrice British di Kerr, per il quale non esiste alcuna salvezza nella Storia. Ed è proprio in questa visione distaccata, ma consapevole che si trova la grande modernità di Philip Kerr.
C’è, ne “Il gioco della Storia”, quasi una sfida a chi pensa di attribuire un senso al succedersi degli avvenimenti storici. Per coloro che, come il nostro protagonista, ormai hanno visto tutto o quasi tutto di quello di cui sono capaci gli esseri umani, non può esistere un’idea di Bene o di Giusto che possa essere, anche solo minimamente, consolatoria. Ma, ciò non di meno, o forse proprio per questo, resistono i sentimenti profondi, quelli del qui e ora, quelli che ci fanno guardare con un sorriso e in fondo con un po’ di simpatia, tutti quelli che un senso stanno ancora provando a trovarlo. “Il gioco della Storia” è quindi una lettura che vi consiglio assolutamente, con particolare attenzione alle note finali dell’autore, che contengono una bibliografia e filmografia ragionata, capaci di farci capire ancora meglio la straordinaria cultura di questo autore.
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