Inizio da manuale, per questo noir di Paolo Scardanelli.
Un morto ammazzato in una capanna d’altura, mentre fuori imperversa la bufera, e un gruppo di poliziotti e testimoni del misfatto bloccati per una notte all’interno di un rifugio di montagna.
Non siamo sulle Alpi, ma in cima all’Etna, a duemila metri di quota, dove il commissario Alvise Belletti, il “mastino di Fatebenefratelli”, da quattro anni trasferito a Catania, sopraggiunge per indagare.
I motivi del suo allontanamento da Erba, la sua città natale, vanno ricercati nel precedente capitolo, intitolato “Belletti e il Lupo“, per il quale potete leggere la recensione della collega Marina Belli sempre qui sul TC.
Tornando a noi, e alla più recente avventura intitolata Belletti e Romeo, uscita a settembre di quest’anno per Carbonio Editore, il già citato Alvise Belletti si ritrova adesso coadiuvato da un gruppo di colleghi nuovi, tra cui la tenente Cutuli e il procuratore Perrotta.
L’esser diventato vedovo lo ha reso ancora più filosofo e a porsi mille e più domande – ancor più rispetto a prima – sul senso della vita, della giustizia, del bene e del male.
“Portava sulle proprie spalle il peso del mondo, gli piacesse o no. Rilke lo chiamava “il compito conoscitivo”, altri, in altre parti del globo, in altro modo, ma quello era. […] Empedocle era il senso, il messaggio! L’inevitabile destino che le nostre scelte modificano. Qui batteva il cuore del problema, qui si doveva indagare. Ancora una volta sul senso della fine.”
È terrorizzato dalla vista del mare, si è scelto un appartamento con visuale sulla Muntagna e questo delitto consumatosi sulle alture sembra quasi un regalo del destino.
“Non amava il mare, forse per costituzione; quella distesa a perdita d’occhio, quel presagio d’infinito.”
La storia si alterna tra i capitoli che narrano le gesta di Belletti e il punto di vista dell’assassino e dei suoi compagni d’arme, la cui identità ci è nota fin dalle prima pagine (il libro non è diviso in capitoli).
E… no! La nemesi del nostro protagonista non si chiama Romeo, come verrebbe da pensare, soprattutto dopo aver letto “Belletti e il Lupo“. A meritarsi un posto nel titolo, accanto a quello del commissario protagonista, è difatti il rimedio di quest’ultimo contro la solitudine: un cane cirneco, trovato sul luogo del delitto, e rimasto orfano di padrone, che Belletti accetterà di adottare.
“A Belletti quella compagnia discreta e silenziosa piaceva; gli pareva come d’avere uno scudiero al suo fianco, e compagno capace d’ascoltare il rimuginare dei suoi pensieri.”
Il vocabolario di Paolo Scardanelli è ampio, la scrittura forbita, la costruzione delle frasi mai banale. Alcuni costrutti richiedono una doppia lettura per essere intesi a dovere:
“Il reale sovente dimentica l’ideale; è frutto del caso e della necessità, come ogni cosa nel bios”
“L’eternità un’illusione cui sovente ci piace credere in attesa dell’eterno ritorno dell’identico”
Verrebbe da chiedersi a quale pubblico l’autore sia intenzionato a proporsi: di sicuro non quello del romanzo d’appendice, nemmeno il lettore da edizioni economiche.
Beninteso che la mia non vuol essere una critica; una scrittura raffinata arricchisce sempre il lettore, e apprezzo tale forma di estro narrativo.
Anche i vari riferimenti ad altre opere, letterarie, musicali, d’arte di ogni tipo, impreziosiscono il testo e invogliano ad approfondire alcuni temi magari poco conosciuti, se non in maniera superficiale.
Di fatto questo romanzo è quasi più un trattato filosofico che abbraccia vari rami del pensiero, che non un banale thriller, dato che i veri protagonisti sono le elucubrazioni dei vari attori, il loro modo di scandagliare il mondo, le idee che li hanno armati o messi a difesa dei Giusti.
Il lettore che ancora non conosce Scardanelli dovrà aspettarsi ben poca azione. C’è anche quella, soprattutto quando l’indagine si sposta ad Amburgo, ma è pur sempre diluita tra gli scambi di batture sul senso della giustizia, del promesso, della fede nei propri principi, che spezzano di molto il ritmo.
Devo segnalare un sottile difetto di fondo: fatta eccezione per la tenente Cutuli e il ristoratore Don Turi, tutti i personaggi si esprimono con un linguaggio molto simile. Quando Belletti discute col suo omologo tedesco, il commissario Kappler, sembra quasi di sentirlo parlare con un suo doppio. E lo stesso avviene col professor Richter, l’ideologo della banda criminale antagonista, e con il procuratore Perrotta.
Avrei preferito un po’ più d’alternanza, magari usufruendo maggiormente del personaggio del tenente Cutuli, o affiancando al commissario Belletti una spalla ironica, capace di alleggerire, talvolta, la complessità del linguaggio. Magari nel prossimo “Belletti e…” il nostro Alvise troverà il suo Groucho Marx. Chissà.
Recensione di Mauro Piva.
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