In un cantiere di Milano Andrea Costa, carpentiere viene ucciso con un proiettile alla schiena e cade dal decimo piano di un edificio in costruzione. Loredana Talarico, modella, è rinvenuta dissanguata in un appartamento a Moscova. Le due indagini si intrecciano per il Commissario Belletti, affiancato dall’ispettrice Chiara Regazzoni, e si focalizzano Roberto de Sottis, rampollo di una delle più importanti famiglie milanesi e simbolo di quella Milano volgare e rampante nella quale il Commissario dovrà addentrarsi e scavare tra le ombre.
“Belletti e il Lupo” è un romanzo complesso, un giallo che vuole essere molto più di un giallo e che nei suoi pregi racchiude anche i suoi maggiori limiti.
Ma andiamo con ordine.
In “Belletti e il Lupo” l’aspetto investigativo è ridotto all’essenziale, una trama leggera sulla quale l’autore innesta il vero senso della sua opera: nella contrapposizione tra il severo e intransigente servitore dello Stato Belletti e il Lupo viene messa in scena la metafora della lotta tra il bene e il male, una profonda riflessione filosofica, morale, estetica sulla società e sui recessi dell’animo umano, e in questa ricerca Paolo Scardanelli accompagna il lettore nel confronto tra uomo etico e uomo estetico.
Alvise Belletti, l’uomo etico, è un commissario anomalo nel panorama giallistico italiano: uomo sofferente anche per la malattia della moglie, da sempre ossessionato dalla ricerca della Verità (nel senso assoluto, non solo la verità dei fatti), mentre indaga perennemente al confine fra luce ed ombra non esita a scomodare i grandi filosofi alla ricerca di risposte a grandi interrogativi etici.
Dall’altra parte il Lupo, che nella Milano del 1982 che diventerà la Milano da bere è l’emergente emblema di un potere scintillante: bella vita, bella gente, belle donne, il glamour portato ai suoi limiti più estremi.
Gli uomini si nutrono della luce per meglio illuminare l’oscurità
Volendo scomodare Kierkegaard, nello scontro tra l’uomo etico (Belletti) e l’uomo estetico (il Lupo), l’indagine approfondisce le sfaccettature più profonde di questo duello, sullo sfondo di una Milano bellissima e cupa che omaggia le atmosfere di Scerbanenco.
Il linguaggio del romanzo è colto, alto, si affida a riflessioni stilisticamente più simili al saggio che al romanzo, e proprio in questa complessità, in questa profondità c’è un limite importante: in un giallo che vuole essere molto più di un giallo il rischio è una ibridazione non del tutto coinvolgente per i lettori di gialli e per i lettori di saggistica.
Il “genere giallo” da molti anni è ormai uscito dai confini un po’ spocchiosi della letteratura di genere: da sempre, nelle sue varie e articolate correnti e sfaccettature, racconta quella che potremmo sintetizzare come la lotta del bene contro il male. Racconta persone, società, città che cambiano, e il bene ne esce spesso con le ossa rotte: con ambizioni, talento e risultati molto diversi, ma è un genere che ha una identità precisa che il lettore riconosce immediatamente: ed è un lettore esigente, capace di vedere in autori – in ordine sparso e casuale, ma sono moltissimi – come Chandler, Ellroy, Norek, Izzo, Scerbanenco la profondità, la poesia, la comprensione dell’animo umano narrata stando dentro i confini del genere e lavorando spesso per sottrazione.
Scardanelli innesta sul giallo molto (forse troppo) altro: il risultato è di una indubbia qualità del romanzo, sicuramente un po’ di nicchia, ma forse il giallo (o più propriamente il noir) non ha bisogno di tutto questo per raccontare quello che è già nella sua natura raccontare.
Consigliato quindi ai giallisti che amano i grandi filosofi e si interrogano sui massimi sistemi. Paolo Scardanelli (Lentini, 1962), geologo e scrittore. Con Carbonio ha pubblicato la saga L’accordo, di cui sono usciti Era l’estate del 1979 (2020); I vivi e i morti (2022); L’ombra (2023) e Un posto sicuro (2024). Scardanelli è anche autore del romanzo In principio era il dolore. Un Faust di meno (2022), con protagonista il commissario Belletti.
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