Arrigoni e il delitto di via Brera – Dario Crapanzano

Editore: Mondadori
Alessia Sorgato
Protocollato il 8 Luglio 2026 da Alessia Sorgato con
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Il riassunto
Arrigoni e il delitto di via Brera – Dario Crapanzano

Leggere le storie scritte all’inizio degli anni 2000 da Dario Crapanzano, ambientate nella Milano degli anni ’50, è una vera delizia per la mente. Laureato in giurisprudenza alla Statale ed altresì diplomato all’Accademia di Arte drammatica (aveva studiato con Mariangela Melato), Crapanzano può essere annoverato tra i grandi giallisti meneghini, a mio parere a fianco di Renato Oliveri e Giorgio Scerbanenco. Li accomunano non solo gli scenari ambrosiani, non solo l’epoca in cui collocano le storie, ma soprattutto il sottofondo sociale, la scelta di personaggi semplici eppure immensi nelle loro sfaccettature.

Mario Arrigoni, capo del commissariato di Porta Venezia, meriterebbe a buon titolo una serie tv, purché fosse fedele nei tratti, nello stile, nelle atmosfere. È stato protagonista di ben nove gialli, scritti da Crapanzano inizialmente per il Fratelli Frilli, poi passato in scuderia Giallo Mondadori.

È un personaggio d’altri tempi: veste spesso fuori stagione, perché gli uomini in quell’epoca avevano solo due spessori d’abito, ogni tanto si concede una seduta dal barbiere per regolare i baffoni, e mangia sano: sanguis a mezzogiorno (trasposizione dei sandwich americani), spesso imbottiti di mortadella o porchetta, e alla sera primo-secondo ed anche qualche gotto di vino.

Nella vicenda dell’omicidio di via Brera, a morire è un sedicente architetto, titolare di un’agenzia pubblicitaria (mestiere che anche l’autore ha svolto, quindi può permettersi di sbeffeggiarlo dall’interno), rigorosamente maritato con una segaligna gran dama che lo ha foraggiato per anni. Osvaldo Verga non si è fatto mancar nulla: gioco d’azzardo, nottate alla pelota basca, belle donne (soprattutto la Mariangela Marangon, estratta da una pelletteria del centro dov’era commessa e collocata in studio, non solo a beneficio dei clienti) e macchine sportive. Ma come poteva permettersi la nuova Aurelia coupè, o i tanti vizi che la moglie non intendeva più sponsorizzargli, se lo studio faceva acqua da tutte le parti e come giocatore era un assoluto perdente?

Arrigoni viene incaricato del caso in pieno agosto: non è di sua spettanza territoriale, ma al Commissariato Garibaldi sono impegnati altrove o spopolati per le vacanze (anzi, le villeggiature). Sulle prime è indispettito: vorrebbe prendersi una pausa e raggiungere la bella Lucia, e la loro figlia Claudia (oltre all’anziana e taciturna madre) a Canzo, dove ha affittato una villetta, e godersi il fresco o i pranzi al Crotto. Ma il vicequestore gli dà ad intendere che non ci siano alternative: deve risolvere il caso.

E Mario Arrigoni lo risolve: senza tracciati telefonici, senza hackeraggi, senza intelligenze artificiali.

È un commissario vecchia maniera (che vedrei interpretato bene da Fabio de Luigi), che si rivolge ai sottoposti chiamandoli per cognome, spesso preceduto da “caro”, che prende il tram per andare ad interrogare a domicilio i testimoni, che non incalza il medico legale e non sbuffa quando la stampa gli dà addosso. Un uomo solido, che sa godere di piccole cose (come le cene preparategli dalla portinaia), che adora la famiglia e fa sentire i suoi ragazzi importanti, parte irrinunciabile di un meccanismo a squadra, non senza rivalità (il suo vice Mastrantonio è tutt’altro che una figura positiva), ma col giusto dosaggio di sprone ed impegno.

Se quest’estate rimarrete, o visiterete Milano, tenetevi in tasca uno dei libri di questi grandi scrittori del passato: hanno ancora tantissimo da dirci.

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