A rischio – Patricia Cornwell
Ho iniziato a leggere questo romanzo di Patricia Cornwell alle tre del pomeriggio di un piovoso giorno di ferie, e alle dieci di sera l’ho terminato.
“A Rischio”, uscito a gennaio 2025 nella collana dei classici de Il giallo Mondadori, è un volumetto di 160 pagine, che va giù come un bicchiere d’acqua fresca in una giornata d’afa.
Il titolo rimanda al nome di un’operazione che il procuratore Monique Lamont ha inventato per ottenere successo e, possibilmente, vincere le elezioni per il ruolo di governatore del Massachusetts.
L’idea è quella di sfruttare le più recenti scoperte in ambito genetico per riprendere in mano i cold case rimasti irrisolti, e dimostrare al pubblico che la società che si appresta ad amministrare sarà più sicura che mai.
Viene così pescato dal mazzo il caso di un’anziana trovata morta in casa a Knoxville, Tennessee, vent’anni prima. A occuparsene sarà il detective Winston Garano, che già si trova in zona proprio per frequentare un corso d’aggiornamento sulla genomica forense.
Winston (Win, ma anche “Geronimo”) è un aitante investigatore sulla trentina, amante dei bei vestiti e delle belle donne, dal padre afroamericano e la madre italiana (entrambi defunti), che rimprovera a se stesso il fatto di non essere riuscito a farsi ammettere a Harward.
Passa la maggior parte del tempo a casa della nonna paterna – che chiama Nana -, una donna dedita alla cartomanzia e a vecchi rituali che trasformano questo racconto in un giallo dalle tinte esoteriche.
È lei, infatti, con le sue premonizioni, a indirizzare in più di un’occasione il nipote sulla strada giusta, a metterlo in guardia dai pericoli e a instillare in lui il sospetto nei confronti di quanti lo circondano, mentre si fingono dalla sua parte.
Dietro la missione “A Rischio” si nasconde infatti un ingarbugliato gioco politico ed economico, nel quale sono coinvolte alte personalità, aziende farmaceutiche, compravendite di azioni, insider trading, tradimenti e ribaltoni di fronte.
Nessuno è realmente chi dice di essere, fatta eccezione per Nana e la compagna di corso Delma (segretamente innamorata di lui), che si farà in quattro per aiutare Win nelle sue ricerche.
Perché a Win è stato affidato un caso così vecchio, dove anche l’assassino potrebbe essere già morto? A chi giova, realmente, questa missione?
E poi, che fine ha fatto il dossier redatto a suo tempo, che sembra essersi volatilizzato durante un trasloco degli archivi della polizia? Perché tra le poche prove rimaste c’è una polaroid che mostra i resti di uomo finito sotto a un treno?
A questi e ad altri quesiti dovrà trovare risposta il nostro detective, mentre i pezzi sulla scacchiera si muovono in maniera ambigua.
Una bella scrittura quella di Patricia Cornwell, rapida, che non si perde in troppi fronzoli.
C’è una parte, nel racconto, che presenta un’accelerazione piuttosto anomala.
Si tratta di un episodio in cui il nostro Win interviene durante una violenza sessuale, la cui descrizione si riduce a pochissime righe, quasi telegrafate, che in un qualunque altro romanzo avrebbero forse occupato un intero capitolo, considerando che c’è di mezzo anche la lotta con l’assalitore.
Inizialmente ho pensato che l’autrice volesse imprimere un senso di velocità all’azione, con un risultato non troppo efficace. Però, leggendo la bella postfazione firmata da Maria Elisa Aloisi a fine libro, ho appreso che la stessa Cornwell è stata vittima, da giovane, di un tentativo di stupro. E così, probabilmente, quest’autocensura potrebbe nascondere una certa riluttanza ad affrontare un argomento che rimanda a vecchie ferite.
Al di là di questo episodio, che comunque non inficia la lettura, il romanzo procede con il ritmo di un lungometraggio, tra un cliffhanger e l’altro, costringendovi a voltare le pagine una dopo l’altra. E se proprio non riuscite ad affezionarvi al dandismo di Win, troverete in Nana una nuova beniamina.
Patricia Cornwell ha avuto tutt’altro che una vita facile: dall’abbandono del padre al ricovero della madre in un ospedale psichiatrico, lo spettro dell’anoressia, il marito che gli ha preferito una carriera da predicatore. Eppure non si è mai persa d’animo, è riuscita a farsi assumere come giornalista di cronaca nera, e quindi assistente presso l’ufficio di patologia del coroner della Virginia. Il suo romanzo d’esordio, “Postmortem“, ha vinto il premio Edgar, e da lì in poi ha sfornato più di quaranta best-sellers.
Una piccola curiosità a margine: è discendente di Harriet Beecher Stowe, l’autrice di “La capanna dello zio Tom”.
Recensione di Mauro Piva.
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