Nessun fiore sulle vostre tombe – Martin Holmén
“Nessun fiore sulle vostre tombe“, il romanzo d’esordio nel genere crime dell’autore svedese Martin Holmén, fa esattamente quello che promette, e lo fa molto bene. Fin dall’inizio ti cattura in una stretta feroce e non ti lascia andare. Diventa personale, va in profondità e non si vergogna dei suoi spigoli grezzi. È anche un thriller scandinavo originale, pur restando saldamente ancorato ad alcune delle caratteristiche classiche del canone moderno.
Ancor più dell’ambientazione del periodo, – siamo all’inizio degli anni ’30 a Stoccolma – il protagonista del romanzo, Harry Kvist, è una rivelazione: se pensavi che un ex marinaio e pugile di prim’ordine, che ora vive in modo precario come esattore per piccole imprese e tuttofare per individui disonorevoli, non potesse essere un protagonista brillante in un romanzo, ripensaci. Kvist è rude, crudo e lo sa bene. Vive un’esistenza squallida e solitaria in un quartiere malfamato, affittando una stanza sopra un’impresa di pompe funebri e risparmiando i suoi spiccioli, anzi i suoi kronor e öre, tra un lavoro e l’altro.
È anche duro, astuto e, sotto il suo fragile aspetto esteriore, possiede un forte senso di dignità, se non di fondamento morale. Non si lamenta del suo destino, è consapevole delle sue mancanze, passate e presenti, e ha rifiutato la via più facile di tutte, quella di incolpare i suoi simili per la sua situazione. Non disdegna lo schnapps e occasionalmente qualche droga ricreativa, ed è dichiaratamente bisessuale.
È anche noto alla polizia di Stoccolma, avendo scontato pene per aggressione e piccoli furti in passato. Quindi non c’è da meravigliarsi se la polizia si presenta alla sua abitazione quando Zetterberg, un uomo che ha “visitato” per riscuotere un debito, lasciandogli un doloroso avvertimento su cosa sarebbe successo se non avesse pagato il giorno successivo, viene trovato morto nel suo appartamento incendiato. Un testimone può collocare Kvist sulla scena del crimine, ed è sufficiente per gli investigatori. Tuttavia, un altro testimone, una giovane prostituta nota con vari nomi e sfuggente come una farfalla, può scagionare Kvist dal crimine.
Poiché le prove sono solo indiziarie e poiché qualcuno in alto nella gerarchia della polizia potrebbe avere un altro piano, Kvist viene rilasciato dopo un paio di notti in carcere. Lui parte immediatamente alla ricerca della prostituta che potrebbe scagionarlo, portando il lettore in un tour dei quartieri operai di Stoccolma e, più in basso, in alcune delle aree più povere della prospera capitale svedese. Con tutti i personaggi interessanti – a volte affascinanti, a volte angoscianti – che Holmén popola nel romanzo, è qui che la trama a volte si assottiglia, anche se non è mai banale, nemmeno quando Kvist ha una relazione con Doris Steiner, una signora della società oscura e sensuale.
Ciò che rende questo romanzo potente, coinvolgente ed estremamente leggibile, tuttavia, anche quando il ritmo rallenta un po’, è la stupefacente ricostruzione di Holmén della Stoccolma degli anni ’30. È una città il più lontana possibile dalla capitale internazionale lucente dei siti di viaggio di oggi e, anche se non saprei quanto sia realistico il racconto dell’autore, è indubbiamente un altro dei punti di forza del romanzo. Un risultato che la dice lunga sulle capacità narrative di Holmén, dato che la sua meticolosa, quasi eccentrica attenzione ai dettagli storici non diventa mai pesante, e si allontana sia dal paternalismo che dal sensazionalismo. E che merita una menzione per il traduttore del romanzo, Andrea Stringhetti, per aver azzeccato un registro linguistico impegnativo, trovando un abile equilibrio tra ambientazione storica e leggibilità contemporanea.
Holmén non si sottrae a una critica sociale non troppo indiretta, che la fiction crime svedese ha sempre apprezzato sin da quando il genere è stato definito negli anni ’60 nei brillanti romanzi dell’ispettore Martin Beck di Maj Sjöwall e Per Wahlöö. Holmén evidentemente ama il contrasto tra lo scintillio di un Natale gelido a Stoccolma e la povertà devastante che si annida ai suoi margini. Ma l’onesta accettazione di Kvist del suo destino, il suo rifiuto di esserne sconfitto e la sua intraprendenza giustificano ampiamente l’esplorazione di Holmén delle caratteristiche meno attraenti di Stoccolma.
C’è naturalmente un colpo di scena intelligente alla fine, che porta a un finale soddisfacente e conferma come Martin Holmén abbia creato un romanzo notevole che funziona bene su molti livelli, spuntando tutte le caselle giuste per la categoria del crime scandinavo, introducendo al contempo un personaggio davvero notevole di un’altra era, che può dare del filo da torcere nel panorama contemporaneo della fiction crime.
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