L’ipotesi del male – Donato Carrisi
Con “L’ipotesi del male“, Donato Carrisi riprende a distanza di quattro anni personaggi e ambientazioni de “Il suggeritore“, il best seller che l’ha fatto prepotentemente conoscere ai lettori italiani e di altri ventidue paesi. Un thriller da molti atteso dopo il cambio di scenario de “Il tribunale delle anime” e la successiva evasione dal genere de “La donna dei fiori di carta” che avevano fatto dubitare della possibilità di avere un sequel del romanzo d’esordio. In “L’ipotesi del male” ritroviamo quindi Mila Vasquez alle prese con i propri demoni interiori e quelli a cui dà la caccia: stavolta, gli Scomparsi.
Sono passati sette anni dagli eventi che hanno segnato per sempre la vita di Mila Vasquez. L’investigatrice, incapace di provare emozioni ma condannata a sentire il dolore degli altri, lavora ora al “Limbo”, il dipartimento persone scomparse che si trova nei sotterranei della centrale di polizia. È un luogo di fantasmi, tappezzato dalle foto di chi è svanito nel nulla. Ma la stasi del Limbo viene infranta da un evento impossibile: Roger Valin, scomparso diciassette anni prima, ricompare. Non è tornato per riabbracciare i suoi cari, ma per uccidere. E Roger è solo il primo. Sembra che un’armata di ombre stia risalendo dall’oblio: uomini e donne che hanno scelto di sparire, di cancellare la propria identità, e che ora tornano trasformati in assassini spietati, esecutori di un disegno oscuro che Mila deve decifrare prima che sia troppo tardi.
Entrando nel merito della costruzione narrativa, Carrisi dimostra di non volersi adagiare sugli allori del primo successo. Se nel libro precedente il tema era la manipolazione subliminale, qui il cuore pulsante del romanzo è il concetto di identità e di fuga. L’autore ci costringe a guardare nell’abisso di chi sceglie di dire “basta” e sparire, ipotizzando che dietro ogni fuga possa esserci non solo disperazione, ma una mutazione profonda dell’anima. La tensione è costruita magistralmente non tanto sul chi è l’assassino, ma sul perché sta agendo in quel modo.
L’ambientazione gioca ancora una volta un ruolo fondamentale: ci muoviamo in una metropoli senza nome, flagellata da condizioni climatiche avverse, uno scenario quasi post-apocalittico che riflette lo stato interiore della protagonista. Mila Vasquez si conferma un personaggio di rara potenza: spezzata, autolesionista, madre suo malgrado e poliziotta per condanna, è una figura che cattura il lettore proprio per la sua imperfezione e la sua totale assenza di retorica eroica.
Va detto che l’intreccio è labirintico e richiede una fiducia cieca nel narratore. Carrisi sfida la sospensione dell’incredulità portando il concetto del male a un livello quasi filosofico (“l’ipotesi” del titolo), che in alcuni passaggi potrebbe sembrare fin troppo teorico rispetto alla concretezza brutale dei fatti di sangue descritti.
In conclusione, “L’ipotesi del male” è un sequel che riesce nella difficile impresa di non essere una copia sbiadita dell’originale, ma di espanderne l’universo. È un thriller psicologico denso, che vi farà guardare con sospetto chiunque incrociate per strada, chiedendovi se quella persona esiste davvero o se è solo un’ombra in attesa di colpire.
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